Destabilizzazione della Libia, quarto ed ultimo atto

Com’era facilmente prevedibile, l’accordo del 17 dicembre per la nascita di un governo d’unità nazionale in Libia è rimasto sulla carta. Di fronte a quest’impasse, angloamericani e francesi premono per un’operazione unilaterale, dall’inequivocabile sapore neocoloniale: il pretesto, come sempre, è la lotta all’ISIS, inoculato in Libia dalla stessa NATO. I raid aerei ed un’eventuale azione terrestre sarebbero l’ultimo atto del processo di balcanizzazione del Paese, da estendersi in prospettiva a tutto il Nord Africa. Per l’Italia, l’invio di un contingente e la spartizione del Paese in “zone d’influenza” equivarrebbe al suicidio politico, tanto più che implicherebbe un cambio di alleanze, abbandonando i nazionalisti laici di Tobruk per abbracciare i Fratelli Mussulmani di Tripoli. Da monitorare è invece l’esercito nazionale di Khalifa Haftar, il cui recente dinamismo è la probabile causa dell’accelerazione di Washington e Londra sul dossier libico.

Un quinquennale lavoro di destabilizzazione

Il primo documento ufficiale che contempla la volontà di ridisegnare i confini mediorientali è l’ormai celebre “A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm”, edito nel 1996 e frutto di un gruppo di studio guidato dall’intellettuale neocon, Richard Perle, e dall’immarcescibile premier israeliano, Benjamin Netanyahu. Il rapporto prevede un intervento militare americano in Iraq, finalizzato a rovesciare Saddam Hussein; la stretta collaborazione di Israele con Turchia e Giordania, di cui sono solleticati gli appetiti territoriali; la restaurazione della corona hashemita a Baghdad o la fagocitazione tout court dell’Iraq “liberato” nella Giordania; lo smembramento della Siria, costruendo sul confine con l’Iraq (dove sorge l’attuale santuario dell’ISIS) un’entità che racchiuda le tribù sunnite ostili a Damasco.

Nel 2002, quando l’Afghanistan è già stato invaso e l’amministrazione di George W. Bush scalpita per invadere l’Iraq, l’editore americano Stratfor, specializzato in analisi geopolitiche, rivela i progetti che il vice-presidente Dick Cheney ha in serbo per il Paese: una porzione indipendente, una parte annessa alla Giordania, ed il nocciolo duro, quello a maggioranza sciita, unito al Kuwait (!)1.

Non si può stabilire con certezza il perché Dick Cheney abbia desistito dai suoi propositi, ma è facile immaginare che smembrare a tavolino un Paese occupato manu militari, era troppo anche per i falchi della destra americana e del Likud. Nel 2009, a testimonianza della sostanziale continuità in politica estera tra le amministrazioni repubblicane e democratiche, si provvede però ad attuare lo smembramento dell’Iraq per vie traverse. Barack Obama si è appena insediato alla Casa Bianca, che nelle carceri iracheni (a Camp Bucca in particolare) già si incuba il futuro Stato Islamico, coltivandolo scientemente su un humus di estremisti sunniti, sbandati ed ex-membri del deposto regime baathista (di cui l’elemento più noto sarà il “re di fiori” Izzat Ibrahim al-Douri, braccio destro di Saddam Hussein e futuro alto comandante dell’ISIS).

Siamo ora all’inizio del 2011 ed il progetto di stravolgere gli assetti regionali fa un altro passo in avanti: come la caduta di Saddam Hussein era la conditio sine qua non per lo smembramento dell’Iraq, così la destabilizzazione dei regimi mediorientali che, nel bene e nel male, garantivano benessere e sicurezza, è il primo passo per la balcanizzazione della regione. È la volta della cosiddetta “Primavera Araba”, gestita dalla rete Otpor!/CANVAS e dai servizi atlantici: si noti che l’obbiettivo ultimo degli angloamericani non è la democratizzazione della regione (i più influenti e riveriti esperti del mondo arabo, come lo storico angloamericano Bernard Lewis, reputano gli arabi inadatti alle istituzioni democratiche), bensì alimentare scientemente il caos, minando le autorità centrali, affinché le forze centrifughe prendano il sopravvento.

Nel settembre 2013 appare sul New York Yimes l’articolo “Imagining a Remapped Middle East2, firmato da Robin Wright, ricercatrice presso pensatoi liberal di primo piano come il Brookings Institution ed il Carnegie Endowment for International Peace: il mondo arabo è in ebollizione, i settarismi stanno esplodendo, le rivalità etniche si esacerbano, i vecchi confini coloniali collassano. È il momento di pensare ad un nuovo Medio Oriente, dove la Siria, l’Iraq, la Libia e l’Arabia Saudita non esisteranno più come le abbiamo conosciute: al loro posto, sorgeranno una serie di nuove entità etnicamente e religiosamente “pure” (da ottenere, ça va sans rien dire, anche con le relative pulizie etniche e religiose).

how-5-countries-could-become-14-1380334777804-superJumbo

Qual è la ratio di questo Nuovo Medio Oriente? Tre sono i principali obbiettivi che animano l’establishment atlantico:

  1. privare Israele di qualsiasi minaccia strategica, in ossequio ai principi del “Clean Break” già individuati nel lontano 1996;
  2. facilitare lo sfruttamento neocoloniale della regione, privandolo di salde autorità centrali che contrattino con l’Occidente la vendita del greggio e possano esprimente una politica estera indipendente;
  3. impedire che altre potenze (Cina, Russia, Italia) colmino il vuoto lasciato dai declinanti angloamericani in una zona strategica per gli assetti geopolitici e ricca di risorse, facendo “terra bruciata” ed addossando agli altri attori i costi di ristabilire l’ordine.

A distanza di pochi mesi dal suddetto articolo del New York Times, appare quasi dal nulla il celebre Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS) che, contando sulla compiacenza dell’esercito iracheno formato dagli americani (vedi la mancata difesa di Mosul), si lancia nella tarda primavera del 2014 in un’arrestabile cavalcata, dalle roccaforti lungo l’Eufrate,  Raqqa e Deir Ezzor, sino alle porte di Baghdad. Come dimostreranno le autorità militari russe raccogliendo inconfutabili prove, le attività dell’ISIS, forte di 20-30.000 uomini stipendiati, sono alimentate dal contrabbando di greggio con la Turchia che, sempre come previsto dal rapporto “Clean Break”, è abilmente sfruttata da israeliani ed angloamericani per la propria agenda, giocando sulle velleità neo-ottomane di Ankara.

Nell’ottobre 2014 è l’ora dell’operazione Operation Inherent Resolve, guidata dagli USA ed allargata alle autocrazie sunnite, formalmente studiata per la “guerra all’ISIS”: è importante sottolineare come, al contrario, i raid aerei angloamericani non debellino affatto il Califfato, bensì ne facilitino l’avanzata e le conquiste territoriali (così da creare l’agognato Stato sunnita a cavallo di Siria ed Iraq).

Quando nella tarda estate del 2015 l’Esercito Arabo Siriano, sfibrato da quattro anni di guerra, dà segnali di cedimento strutturali (secondo la gaudente stampa anglosassone l’ISIS è ad un passo dalla conquista di Damasco3), Mosca opta per l’intervento militare: nel volgere di pochi settimane la situazione militare si ribalta a favore delle truppe governative; ai primi di dicembre la città di Homs è liberata dai terroristi; l’esercito riguadagna i confini con la Giordania e la Turchia da cui sono introdotti i miliziani del Califfato; ampie zone di Aleppo sono riconquistate ed anche le roccaforti dell’ISIS di Raqqa e Deir Ezzor vacillano. Lo Stato Islamico è un vicolo cieco, anche perché, sul versante iracheno, l’ultimo bastione sul fiume Eufrate, la città di Ramadi, capitola a fine dicembre. La frustrazione e l’impotenza di fronte all’attivismo russo, è testimoniata dai propositi di Ankara e Riad, finora rimasti sulla carta, di intervenire in Siria con un’operazione terrestre, non contro, ma piuttosto a sostegno del terrorismo islamico (di matrice sunnita) che rischia di essere definitivamente eradicato da Damasco e Mosca.

A Washington, come a Londra, Tel Aviv e Parigi, ci si domanda: che fare?

Bé, se i russi hanno gravemente compromesso i piani di balcanizzazione della Siria (vedi gli auspici in extremis del ministro della Difesa israeliano, Moshe Yaalon, che Paese sia diviso lungo faglie religiose4), bisogna premere l’acceleratore sull’altro dossier aperto, quello libico. La continuità tra le dinamiche in atto in Siria e Libia, è materialmente testimoniata dal flusso di guerriglieri trasferiti via nave dalle coste turche a quelle libiche, con la compiacenza della NATO che ha sempre respinto qualsiasi ipotesi di blocco navale: il via e vai di miliziani ed armi tra Turchia e Libia, non è peraltro una novità, considerato che già l’ambasciatore (agente CIA?) Christopher Stevens, rimasto ucciso nel settembre 2012 nell’assalto al consolato di Bengasi, era coinvolto in questi traffici5.

Veniamo così alla Libia ed al suo processo di destabilizzazione, articolato in quarto atti, l’ultimo dei quali in svolgimento.

Atto Primo: la sedizione islamista di Bengasi nel febbraio 2011, alimentata dai servizi occidentali e quelli inglesi in particolare, in contatto con gli ambienti estremistici sin dal tentato assassinio di Muammur Gheddafi nel 19966, per mano del Libyan Islamic Fighting Group. Seguono i raid aerei francesi e l’avvio dell’operazione Odyssey Dawn per annichilire le difese libiche: lo zenit coincide con l’uccisione del Colonnello nell’ottobre 2011, quasi certamente ad opera di un agente francese mischiato alla folla di ribelli che lo hanno fatto prigioniero: con la morte di Gheddafi7, il presidente Nicolas Sarkozy mette a tacere per sempre l’uomo che ha generosamente finanziato la sua campagna presidenziale del 2007. Al termine del primo atto, gli ambienti atlantici si ritirano in buon ordine, lasciando che le forze centrifughe in seno al Paese esplodano in tutta la loro virulenza, erodendo un po’ alla volta lo Stato.

Atto secondo: nell’agosto del 2014 si installa nella tradizionalmente“laica” Tripoli una giunta islamista sostenuta da Qatar e Turchia, costringendo il legittimo governo laico a riparare a Tobruk. La nuova formazione islamista, “Alba della Libia”, è una variante locale della Fratellanza Mussulmana, che gode da sempre delle simpatie di Londra e Washington: il governo esiliato nell’ovest del Paese riceve, non a caso, il sostegno dell’Egitto di Al-Sisi, impegnato a sua volta nella lotta senza quartiere alla Fratellanza, mentre l’ambasciatrice statunitense Deborah K. Jones sostiene il putsch islamista. Per reazione l’esecutivo di Tobruk, dominato delle figure del premier Abdullah al Thani e del capo delle forze armate, Khalifa Haftar, stringe i rapporti con Mosca, resuscitando i vecchi rapporti diplomatici risalenti all’epoca di Gheddafi. L‘Italia converge rapidamente verso il governo di Tobruk, sostenuto dall’Egitto, sicura, ora come sempre, che siano le forze nazionaliste-laiche le migliori garanti dei suoi interessi, e non la Fratellanza Mussulmana, storicamente sostenuta dagli angloamericani.

Atto terzo: l’improvvisa comparsa dell’ISIS tra il gennaio ed il febbraio 2015. Il Califfato segue, in Libia come altrove, un preciso e scientifico piano di destabilizzazione, concentrando gli attacchi sugli strategici siti petroliferi, unica fonte di introiti per le casse dello Stato; in contemporanea, pubblicizzato dal solito SITE Intelligence Group dell’israeliana Rita Katz, si consuma la strage dei copti per mano dei miliziani islamisti, una chiara operazione di guerra psicologica (peraltro piena di falle, perché i filmati in questione risulteranno essere pessimi fotomontaggi8) volta a concentrare l’attenzione mediatica sulla Libia e preparare l’intervento militare occidentale. Il 14 febbraio l’ambasciata italiana di Tripoli, tra le ultime attive, chiude ed i connazionali nel Paese sono evacuati su un mercantile. Per la prima volta si concretizza l’ipotesi di un intervento militare italiano ed il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, si dice pronta all’invio di 5.000 soldati per fronteggiare l’avanzata del Califfato9. La totale assenza di un obbiettivi militari chiari e definiti, oltre che l’opera di dissuasione del Cairo, raffreddano gli ardori bellicistici. L’anno si conclude con la firma dell’accordo per la nascita di un governo d’unità nazionale, presieduto dal premier Faiez Al-Serraj, incaricato, appena insediato, di dare luce verde ad un intervento militare internazionale. L’esperimento, come facilmente prevedibile, naufraga nel nulla.

Atto quarto: torna prepotentemente in campo l’ISIS, prendendo nuovamente di mira gli impianti petroliferi, così da infliggere il colpo di grazia alla sempre più debilitata economica libica. Nel frattempo toccano il livello parossistico gli sforzi mediatici e diplomatici per spingere l’Italia all’intervento militare in Libia, rispolverando i 5.000 soldati dell’anno precedente. Perché gli ambienti atlantici premono ora per l’intervento? E cosa hanno in mente?

Un intervento da evitare ad ogni costo

L’inchiostro dell’accordo per la nascita di un governo d’unità nazionale è ancora fresco che già appare sul The Guardian l’articolo “Britain hopes to send hundreds of troops to Libya after peace deal”: il ministro della Difesa inglese, Michael Fallon, attende con ansia che il premier in pectore chieda il dispiegamento in Libia di 1.000 soldati britannici. Passano due settimane e, ai primi di gennaio, l’agognato intervento militare prende forma: la stampa inglese riporta che la forza di spedizione ammonterebbe a 6.000 militari occidentali10, di cui gli italiani dovrebbero fornirne i famosi 5.000 riportati ciclicamente dalla stampa.

Come già accaduto nel 2015, quando si è provato a forzare le resistenze all’intervento militare, si scatena nuovamente l’ISIS che, con la solita sagacia ed astuzia strategica, si concentra sui campi petroliferi: i terminal di Sidra e Ras Lanuf sono oggetto nel mese di gennaio di pesanti attacchi che lasciano sul terreno diversi morti e producono gravi danni ambientali11. Il compiacente Financial Times può quindi scrivere, il 24 gennaio, “War and strife have cost Libya $68bn in lost oil revenues12, evidenziando come l’industria estrattiva è ormai vicina al collasso e con lei anche le finanze pubbliche, che dipendono per la totalità dai flussi di denaro legati al greggio: la Libia ha chiuso il 2015 con un deficit pari al 54% del PIL, uno dei più alti a mondo, e le previsioni di crescita economica la danno per il 2016 fanalino di coda a livello globale, peggio persino della martoriata Siria. Attraverso il Califfato, gli angloamericani preparano, in sostanza, il terreno all’azione militare.

Il 19 febbraio la strategia per spingere l’Italia all’intervento militare fa un passo in avanti, attraverso il raid aereo americano che, alla periferia di Sabrata, elimina (impossibile stabilire l’origine e l’affidabilità della fonte) tale Noureddine Chouchane, nientemeno che “la presunta mente delle stragi in Tunisia, al museo Bardo e sulla spiaggia di Sousse13: si pone l’accento sul fatto che gli F15 statunitensi, a causa dei neghittosi italiani, hanno dovuto decollare da basi inglesi14. Non potrebbe essere Roma più accondiscendente quando si tratta di bombardare l’ISIS, concedendo l’uso degli aeroporti militari siciliani?

Il 22 febbraio è la volta dell’americano Wall Street Journal che, con l’articolo “Italy Quietly Agrees to Armed U.S. Drone Missions Over Libya15, mette due volte in imbarazzo l’esecutivo italiano: la prima, rivelando come Washington prema da oltre un anno per convincere Roma ad impegnarsi maggiormente nella lotta ai “gruppi estremistici” senza alcun riscontro, e la seconda, dimostrando che la decisione di consentire il decollo di droni armati dalle basi italiane è stata tenuta oscura al Parlamento ed all’opinione pubblica. La questione dirimente è l’aeroporto militare di Sigonella:

“U.S. officials are still attempting to persuade the Italian government to allow the drones, based at Naval Air Station Sigonella on the island of Sicily, to be used for offensive operations like one the U.S. conducted Friday against a training camp near Sabratha, Libya, targeting a senior Islamic State operative from Tunisia.”

Il 24 febbraio è una giornata decisiva per le sorti dell’intervento militare.

Su il Messaggero compare l’articolo “Libia, pronto il piano B dell’Italia l’ipotesi di ridisegnare i confini16 che, per la prima volta, porta all’attenzione dell’opinione pubblica italiana il piano di balcanizzazione della Libia sopra analizzato: il Paese sarebbe spartito in tre regioni (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) attribuite con una sorta di “mandato” del XIX secolo a Italia, Regno Unito e Francia. Per l’Italia, che ha tutto l’interessa ad esercitare un’influenza economica sulla Libia pacificata e unita, sarebbe uno stravolgimento della strategia. Non solo: significherebbe anche abbandonare l’asse nazionalista Tobruk-Cairo, finora sostenuto da Roma, per abbracciare gli islamisti della Fratellanza cari agli angloamericani! Ecco ciò che scrive su Repubblica Gianluca De Feo, sempre il 24 gennaio:

“Ma nessuno si illude: una manciata di bombardamenti e colpi di mano isolati non riuscirà a fermare la crescita del Califfato. Per sconfiggerlo servono truppe di terra: soldati libici con un sostegno occidentale. E bisogna trovare un governo riconosciuto che legittimi questo “sostegno”. Ed ecco materializzarsi il “piano B”: l’ipotesi che sta rapidamente prendendo piede tra Roma e Washington è quella di abbandonare il parlamento di Tobruk e l’armata del generale Haftar – che stanno soffocando anche il secondo tentativo dell’Onu – per puntare sull’altra compagine, quella di Tripoli. (…) E con la prospettiva di dividere il paese in tre entità principali, che ricalcano l’antica organizzazione amministrativa ottomana: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Una soluzione che potrebbe placare anche le potenze regionali, come Egitto, Turchia, Qatar ed Emirati.”

Per l’Italia la strategia prospetta dagli angloamericani è tragico-comica: si voltano le spalle agli alleati (l’Egitto di Al-Sisi ed il generale Khalifa Haftar), si stringe un patto con l’infida Fratellanza Mussulmana e la formazione islamista Alba della Libia e, dulcis in fundo, si sbarca in Tripolitania coll’obbiettivo di combattere lo stesso ISIS sostenuto dalla NATO, con il reale rischio di scatenare una jihad contro le truppe italiane e gettare alle ortiche 70 anni di politica filo-araba. È l’equivalente, insomma, di un vero harakiri politico-strategico-militare, caldeggiato dalla solita stampa irregimentata e dagli arteriosceloritici vertici militari, simbiotici alla NATO.

Il 3 marzo, infine, è il più alto rappresentante degli USA in Italia, l’ambasciatore John Phillips, a gettare tutto il peso a favore dell’intervento militare in Libia, attraverso un lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera: Roma ha interessi particolari nell’ex-colonia, motivo per cui deve inviare a Tripoli i 5.000 uomini ipotizzati dal ministro Robera Pinotti, mentre Washington limiterà il sostegno ai servizi d’informazione17. Un osservatore un poco malizioso potrebbe pensare che l’ambasciatore Phillips stia immaginando una guerra a vantaggio dei piani americani di spartizione della Libia ed a spese, in termini umani, politici e finanziari, dell’Italia. Pochi giorni prima anche il Segretario americano della Difesa, Ash Carter, aveva dato il proprio peloso sostegno ad una missione a guida italiana in Libia, “da appoggiare con forza18.

Nei palazzi romani l’odore acre della trappola è subito fiutato: ai primi di marzo sia Romano Prodi che Silvio Berlusconi (quest’ultimo compiendo un inversione ad U rispetto all’anno precedente) escludono l’ipotesi di un intervento militare, sottolineandone gli elevati costi politici e l’ulteriore effetto destabilizzante. Il tutto per soddisfare gli appetiti neocoloniali che si nascondono dietro la tripartizione del Paese19.

La decisione dell’intervento spetta, però, al premier Matteo Renzi, reduce da un periodo di lotte intestine, neppure troppo sottotraccia, con l’ex-premier Mario Monti, l’ambasciata americana (vedi il caso Wikileaks) e l’ex-presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: è impossibile, a questo punto della narrazione, negare un nesso tra le congiure di palazzo in atto ed il dossier libico. Il presidente del Consiglio ha anch’egli fiutato i rischi, nemmeno reconditi, che comporta la missione militare in Libia e, conscio che sarebbe il primo a pagare il conto di una mossa avventata, ha tirato il freno: prima disinnescando un’operazione quasi imminente (“con 5.000 uomini a fare l’invasione della Libia l’Italia con me presidente non ci va”) e poi scaricando sul Parlamento l’onore di qualsiasi eventuale futura decisione (“Lavoriamo per rispondere ad eventuali richieste di sicurezza del governo libico, niente di più niente di meno, nel rispetto della Costituzione e solo dopo il via libera del Parlamento” dice pochi giorni il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni).

Sorge quindi l’interrogativo: resisterà Matteo Renzi alle pressioni americane (il New York Times parla di una imminente “ondata di raid aerei” contro l’ISIS) o finirà per cedere? Oppure si risolverà alla radice il problema con una crisi di governo e la sua destituzione?

I tempi dell’agenda angloamericana e, di riflesso, di quella italiana, sono anche influenzati da quanto avviene sul campo: in Libia, infatti, il generale Khalifa Haftar, sostenuto dal presidente Abd Al-Sisi e duramente osteggiato, come il suo mentore egiziano, da Washington e Londra, è sempre più vicino alla totale riconquista di Bengasi e, secondo le indiscrezioni riportate dalla versione araba dell’Huffington Post, progetterebbe la lunga marcia sino a Tripoli, forte sull’appoggio degli ex-gheddaffiani e di tribù strategiche come i Warfalla ed i berberi di Zintan20.

Non è azzardato immaginare che i mandanti dell’omicidio di Giulio Regeni si proponessero, tra i loro obbiettivi, anche quello di sabotare la collaborazione tra Roma ed il Cairo sul dossier libico, concretizzando così lo scenario di una Cirenaicasotto mandato inglese”: non solo gli interessi italiani sarebbero duramente danneggiati da questa soluzione, ma per l’Egitto significherebbe l’apertura, dopo il Sinai, di un secondo fronte della guerra al terrorismo islamico ed alla Fratellanza Mussulmana.

093725271-4f269ec6-5470-49ed-9913-65ab15e5d82d

1Il potere occulto di George Bush, Eric Laurent, Saggi Mondadori, 2003, pag. 112

2http://www.nytimes.com/2013/09/29/opinion/sunday/imagining-a-remapped-middle-east.html?pagewanted=all&_r=0

3http://www.bbc.com/news/world-middle-east-34118024

4http://www.aljazeera.com/news/2016/02/israeli-minister-suggests-sectarian-partition-syria-160214151440114.html

5http://www.foxnews.com/politics/2012/10/25/was-syrian-weapons-shipment-factor-in-ambassadors-benghazi-visit.html

6http://www.theguardian.com/world/2011/oct/24/mi6-libya-rebels-rendition-al-qaida

7http://www.france24.com/en/20121001-reports-gaddafi-killed-french-agent-patent-nonsense-france-libya-jibril-el-obeidi

8http://www.ilgiornale.it/news/mondo/esperti-usa-falso-video-dellisis-sulluccisione-dei-21-copti-1097477.html

9http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/15/libia-primi-italiani-rimpatriati-pinotti-pronti-missione-militare-significativa/1426809/

10http://www.ilgiornale.it/news/mondo/libia-inizia-guerra-allisis-litalia-guider-6mila-forze-speci-1209887.html

11http://www.repubblica.it/esteri/2016/01/21/news/libia_is_attentato_stabilimento_petrolifero-131730322/

12

13http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/19/news/libia_raid_usa_contro_covo_dell_is_decine_di_morti-133763300/

14http://www.theguardian.com/us-news/2016/feb/22/italy-us-military-drones-isis-libya-sicily-base

15http://www.wsj.com/articles/italy-quietly-agrees-to-armed-u-s-drone-missions-over-libya-1456163730

16http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/libia_italia_piano_b-1570698.html

17http://www.corriere.it/esteri/16_marzo_04/a-voi-guida-libia-intervista-ambasciatore-americano-phillips-6ecafa6a-e184-11e5-86bb-b40835b4a5ca.shtml

18http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/29/news/libia_usa_appoggeremo_con_forza_ruolo_guida_dell_italia_in_intervento_militare_-134513426/

19http://www.askanews.it/esteri/prodi-chiunque-va-in-libia-diventa-nemico-di-tutto-il-popolo_711752498.htm

20http://www.libyaobserver.ly/news/weapons-container-seized-tunisia-was-heading-rogue-haftar%E2%80%99s-forces-assault-tripoli

Vota!

37 thoughts on “Destabilizzazione della Libia, quarto ed ultimo atto

  1. Willy Muenzenberg il said:

    Giovane, Tacito scrisse il De Germania tutto comprendendo dei tedeschi 2000 anni fa. Si struggeva però dell’Impero di cui capiva l’intrinsica debolezza rispetto alla Repubblica. Lei Professore, che di Tacito è erede pure geografico (era nato poco distante dal Piemonte), racconta come nessuno al mondo il crollo dell’impero della sterlina divenuta dollaro. Un abbraccio da chi con Lenin a Zurigo queste cose le vide eguali svilupparsi un secolo fa.

     
  2. Spumeti il said:

    Mmmmmmm……le sue analisi mi piacciono sempre di più. Temo di aver preso un granchio sottovalutandola….mi sa che dovrò scusarmi con lei…..

     
  3. Deciomeridio il said:

    Guardi che la città di Homs fu liberata nel Maggio 2014 e non nel Dicembre 2015 e quindi SENZA l’ aiuto dell’ Esercito russo.

     
    • Federico Dezzani il said:

      Parzialmente riconquistata dal SAA nel maggio 2014, completamente liberata (con un accordo per la ritirata su pullman degli ultimi terroristi) il 9-10 dicembre 2015.

       
  4. Massimiliano Prad il said:

    Ottimo contributo, Dezzani. Complimenti.

    Analisi geoeconomica, che è ciò che più conta per comprendere la situazione reale, quasi perfetta.

    Un po’ meno l’analisi geopolitica che, a mio avviso, dovrebbe tener conto anche di altri aspetti, comprese le prossime consultazioni elettorali in vari paesi europei e negli Stati Uniti d’America, il prezzo degli idrocarburi, il fattore movimento migratorio e la “direzione” che, ormai, hanno preso sia l’Unione Europea quanto l’O.T.A.N./N.A.T.O..

    Infine una critica: lei, credo consapevolmente, sopravvaluta, almeno in questo articolo, il potere in politica estera, internazionale, militare, del capo di governo italiano (non solo di quello attuale, ma di tutti quelli che lo hanno preceduto dal 1943/44 in poi).

    Renzi, come tutti i suoi predecessori da oltre settanta anni, non decidono: ubbidiscono. Quello che cambia è solo l’estetica dell’ubbidienza.

    Al massimo il Renzi può fare un calcolo di tipo opportunistico, di breve termine, sul terreno elettorale, per addebitare soluzioni errate, ma obbligate, ad altri politici italiani, compresi quelli che, all’interno del suo stesso partito, ha lui stesso “rottamato”.

    Dal 1943, il nostro paese non ha più l’indipendenza, seppur viziata, “octroyée”, problematica, che aveva dal “1861/70” fino al giugno 1940 e, in misura ridotta, fino al luglio 1943.
    138 basi militari statunitensi (o O.T.A.N./N.A.T.O., cambia poco: solo il comandante della base e la “diversa” presenza di militari britannici e israeliani, oltre naturalmente agli statunitensi), migliaia di installazioni, il controllo di tutte le comunicazioni nazionali (compresa questa) e di una buona parte delle “coscienze” (e delle teste) italiane, consentono al capo di governo italiano di turno, e ai suoi rappresentanti, in politica estera, internazionale o militare, solo una scelta: dire “si” o dire “yes”, tranne poi, all’italiana, non dar completo seguito all’impegno preso.

    Non è questa un’opinione è un fatto, di fronte al quale non si può essere contrari o avversi.
    Nelle province romane, duemila anni fa, la politica estera e militare era in mano ai romani, non ai galli, greci, ebrei, egizi, ecc., anche se le “modalità di cittadinanza romana” erano diverse dalle “regole” (non solo leggi) attuali, alla base dei rapporti tra gli anglofoni (statunitensi, britannici, australiani, neozelandsi e, per ultimi, i canadesi anglofoni) e tutti gli altri, a livello diverso, a partire dai francesi e soprattutto dagli israeliani, che godono di uno “status” privilegiato.
    Il nostro rango è quello indicato chiaramente dallo Statuto delle Nazione Unite, fondate a San Francisco, nel 1944: quinto ed ultimo livello, insieme a tutti i paesi sconfitti (anche se non tutti occupati, ancora dopo oltre settanta anni): Germania, Giappone, Italia, Ungheria, Romania, e per alcuni aspetti anche Austria e Finlandia). Con tutto quello che ne deriva in termini di diritto internazionale pubblico.

    La saluto, con grande stima e le chiedo, da economista quale è, di affrontare nuovamente la tematica dell’euro quale valuta europea, degli scenari possibili, anche alla luce delle decisioni rese pubbliche ieri, da Mario Draghi.

    Grazie

    M. P.

     
    • Federico Dezzani il said:

      Sì, la settimana prossima ci occuperemo di economia.

      Quanto alla politica estera italiana, bisogna smettere di pensare come se si fosse nel ’45 o nel ’89. Il mondo è vicino ad un punto di svolta: che ci sia ancora la NATO o la UE tra qualche anno ho fortissimi dubbi. L’Italia ha di fronte a sé grandi opportunità, se saprà sfruttare i nuovi scenari.

       
      • Le”grandi opportunita’ ” possono essere colte solo da “grandi dirigenti ” . Ora “nel campo” l’ italia ha “brutte tradizioni”; non solo quella di averne pochi ma anche quella di vederseli tutti sempre ” azzoppati” da un atavico opportunismo sempre pronto a servire interessi stranieri.
        E questo problema e’ diventato anche piu’ grave a partire dal 1945 con un sistema spionistico-giornalistico-giudiziario tutto di stretta “obbedienza inglese”.
        Quindi il furbetto fiorentino sta solo traccheggiando cercando una via d’uscita personale perche’ egli non puo’ ne non andare in libia ne evitare di rompersi il grugno andandovici

         
        • Federico Dezzani il said:

          Il dilemma del fiorentino si riproporrebbe identico anche all’ennesimo Monti di turno: voglio vedere un governo tecnico che ci porta in missione suicida in Libia… L’indomani sono appesi alla forca.

           
  5. Marco il said:

    Una scoperta questo blog, veramente.

    Quello che mi colpisce negativamente della politica estera italiana é che sembra succube di quella americana, ma in qualche modo percorre dei “corridoi” laterali (vedi rapporto con l’Egitto), come se i vari governi italiani fossero si succubi, ma in qualche modo cercassero una via d’uscita.

    Non mi é chiaro se e quanta parte del nostro governo e dei media si rende conto del pantano libico, dopo tutto quello che é successo: si riesce a tracciare una “linea di confine” nei media a tuo giudizio ? O più semplicemente tutti vanno dove va il vento ?

     
    • Federico Dezzani il said:

      Il mero istinto di sopravvivenza ha finora salvato Renzi: dubito però che abbia qualche idea chiara su cosa fare in Libia. Speriamo che l’iniziativa sia presa dai soliti attori italiani che operano in Libia ed Egitto…

       
  6. Mihai Podeanu il said:
    • Federico Dezzani il said:

      Bernard Lewis è una figura più influente che conosciuta: molte delle scelte attuate in MO negli ultimi anni sono riconducibili a lui.

       
  7. mimmo il said:

    davvero complimenti, anche io credevo di essere capitato in un qualunque blog di politica.
    Invece è un punto di incontro molto impegnativo.
    Solo che, purtroppo, non ho lo smoking per partecipare…
    🙂 bravo F.Dezzani…

     
  8. A proposito degli obiettivi dei piani di frammentazione degli stati arabi, oltre a quelli già ricordati, potrebbe essere interessante mettere in luce l’aspetto che ha caratterizzato gran parte delle lotte, delle rivoluzioni e delle guerre del novecento. Il contenimento prima, la manipolazione poi e infine la sconfitta del socialismo.

    Il rapporto “A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm” identifica nel suo incipit il laburismo e le sue idee sociali ed economiche come il grande nemico da combattere.

    Quasi quindici anni prima, “A Strategy for Israel in the Nineteen Eighties”, di Oded Yinon, pubblicato su Kivunim nel febbraio 1982 (al quale fa eco nello stesso periodo l’articolo di Ze’ev Schiff su Ha’aretz “The dissolution of Iraq into a Shi’ite state, a Sunni state and the separation of the Kurdish part”) si scaglia esplicitamente contro il pericolo di contagio del marxismo – leninismo.

    Ma che cosa c’entra la guerra con la lotta tra capitalismo e comunismo?

    Il periodo successivo alla seconda guerra mondiale, fino alla fine degli anni ’60, viene ricordato come un periodo critico per molti industriali, per alcuni titolari di rendite e, in genere, per tutto il capitalismo internazionale. Negli anni ’50 e ’60 molti stati arabi avevano sostituito i regimi precedenti con governi di tipo popolare e il successivo panarabismo si caratterizzava per riforme economiche di tipo socialista. In Africa l’anticolonialismo chiudeva allo sfruttamento e apriva al socialismo. In Israele il partito socialista Mapai governava con largo consenso popolare. In Europa fiorivano le socialdemocrazie e si praticavano politiche redistributive. L’Unione sovietica era forte. Persino negli Stati uniti il partito comunista faceva adepti, tanto che si dovette ricorrere a licenziamenti di massa e anche alla prigione per funzionari pubblici, sindacalisti, e financo attori e sceneggiatori del cinema.

    Dagli inizi degli anni ’70 però, un po’ alla volta, la socialdemocrazia europea si suicida, stretta in un complesso di colpa indotto, i leader socialisti africani vengono fatti fuori, il panarabismo socialista si dissolve nella disintegrazione degli stati arabi, il partito socialista e quello comunista sopravvivono negli U.S. in semiclandestinità.

    Per arrivare a questi risultati, mentre in Eurasia la guerra contro il socialismo si combatte con le armi economiche e quelle culturali della propaganda, in Asia e in Africa non ci si perita a rinverdire guerre più tradizionali, quando non marcatamente coloniali. Con la variante della destabilizzazione e frammentazione dello stato, in modo da evitare sia la risorgenza di movimenti di decolonizzazione, sia l’insediamento di governi socialisti, ben più temuti dei primi per il potenziale effetto di contagio nei Paesi a regime capitalista.

    A questo serve dunque, tra l’altro, lo stato di guerra: a rovesciare gli ultimi governi a guida socialista e anche – forse soprattutto – a escludere l’opzione socialista dal dibattito interno.

    In Israele con la prima guerra del Libano si inaugura negli anni ’80 uno stato di guerra permanente a bassa intensità. Che ha come effetto quello di consolidare il consenso per un governo forte, di estrema destra, emarginando e rinviando a tempo indeterminato ogni dibattito sulle diverse opzioni di politica economica e sociale interna. Si vedano gli effetti in Italia della strategia della tensione sull’ascesa del partito comunista. Siccome però questo non bastava, in Israele come in Italia un omicidio politico segna il passaggio dei governi laburisti ai governi guidati dalle coalizioni di estrema destra.
    I quali, da ciò che abbiamo rilevato, sono bellicisti per tattica, più ancora che per natura.

     
  9. Stefano il said:

    Gli Stati Uniti seguono linee politiche pensate anni addietro senza rendersi conto che il mondo, nel frattempo, è velocemente cambiato, passando da unipolare a multipolare. Può la vittoria dell’alleanza russa in Siria accelerare bruscamente un processo di frantumazione di Nato e UE con conseguente resoconto finale delle potenze in gioco proprio in Libia?

     
    • Federico Dezzani il said:

      Siria e Libia sono senza dubbio legate. Obama è ormai a fine corsa: temo molto la vittoria della Clinton che si farebbe pochi scrupoli ad intervenire militarmente. L’escalation diverebbbe concreta.

       
  10. Radek il said:

    Sulla questione geopolitica: globalizzazione anglosassone vs sovranismo, Dezzani ha ragione. Soprattutto emerge la debolezza delle forze liquide della globalizzazione al cospetto della compatezza e la determinazione dei sovranisti. Questi ultimi sono in grado di elaborare l’interesse nazionale e di dichiararlo, opera impossibile per le elite globali. Ogni volta che le elite euro-atlantiche tentano un affondono, non solo non acquisiscono il risultato, ma perdono posizioni. Il tentativo di usare la Merkel per favorire l’ingresso dei migranti “en masse”, ha avuto l’effetto contrario; ha diminuito il tasso di “mondialismo” europeo, pregiudicando la libera circolazione di Schengen, ha bruciato la Merkel ed ha inoculato nelle masse la percezione che le elite nazionali ed i media seguano interessi esterni.
    Le elite nazionali – giocoforza – quando sono messe alle strette, fanno scelte a tutela dei loro popoli e non seguono le sirene delle elite cosmopolite. Il diritto di voto è un condizionamento sufficiente. Le opinioni pubbliche, sono manipolabili dei media globali, ma fino ad un certo punto.
    Non penso tuttavia che le elite globali osino intervenire in guerre dirette con potenti stati sovrani. Non ne hanno la tempra, non sono in grado di definirne gli scopi politici , non dispongono della carne umana idonea e non hanno alleati sicuri. La manipolazione consumeristica, l’individualismo di massa, il femminismo ideologico, il modello gay, il pacifismo ufficiale, prospettano l’uomo universale astratto, nulla di più lontano da una società in grado di ottenere risultati politici concreti con avversari dotati di forza reale.
    Su questo dissento da Dezzani.
    rdk

     
    • Federico Dezzani il said:

      Resta il fatto che la situazione macroeconomica e finanziaria è disperata (ce ne occuperemo nel prossimo articolo) e ciò credo li spingerà a giocarsi il tutto per tutto. La Clinton, donna e democratica, è molto, molto, pericolosa.

       
      • Radek il said:

        Che la Clinton sia pericolosa non c’è dubbio. E’ l’espressione dell’alta finanza cosmopolita.Indubbiamente abbozzerà una entrata in Siria o un tentativo in Ucraina. Ma il contesto geopolitico è sempre meno favorevole. Ieri in Germania la Merkel ha perso e la sinistra dei “diritti” globali che costituisce la cornice ideologica dell’elite Euro-atlantica sta appassendo. L’Europa non seguirà.
        La narrazione sovranista inizia a prevalere, fra le masse. E’ sufficiente notare i commenti nei forum dei media on line. Gli argomenti non sono diversi dai suoi ottimi post.
        Impensabile fino a 2/3 anni fà.
        Per gli Europei sarebbe più conveniente una Presidenza Trump.
        cordiali saluti e complimenti
        rdk

         
        • Mihai Podeanu il said:

          Ce la rendiamo conveniente per sul serio: ieri ho donato sul sito donaldjtrump.com il minimo tecnico di 10 $. E mi han pure mandato una mail di ringraziamento:
          Thank you for your generous contribution of $10.00.
          With your continued support, we can work together on intelligent and common sense solutions to MAKE AMERICA GREAT AGAIN!
          With Best Wishes,
          Donald J. Trump
          For more updates, follow me on Facebook, Instagram, and Twitter.
          ………………………………………………………………
          Date: March 13, 2016 19:47
          Amount: $10.00
          Transaction ID: bj8j3rd
          Organization: Donald J. Trump for President, Inc

           
        • radek il said:

          Onestamente, farei fatica a contribuire a Trump. Il problema – e mi piacerebbe un parere la nostro lucido ospite – consiste nel fatto che i cd leaders populisti a parte forse la Le Pen non possiedono sufficienti complessità culturali per gestire i loro paesi. Non hanno staff adeguati. Il clero universitario dipende in via esclusiva dai masters of Universe della finanza che hanno comprato il pensiero in blocco ed il pluralismo culturale ancora presente negli anni 80 è scomparso.
          saluti cordiali rdk

           
  11. Jean il said:

    Viene il tempo in cui sul pianeta vengano dichiarati organizzazionei terroristiche i Whaabiti e i Fratelli
    Musulmani, non ci sono altre soluzioni per la pace….

     
  12. uno di passaggio il said:

    mi piacerebbe poter leggere analisi comprensive dei ruoli economici politici mediatici e quindi sociali in senso globale di tutti gli attori coinvolti . io ho la netta impressione che siano alla frutta e che ci sia chi si premura che non facciano danni eccessivi mentre muoiono per dissanguamento.
    grazie per quanto finora ho letto e per quello che leggeró
    lsm

     
  13. Giuseppe M. il said:

    Chiederei a Federico Dezzani, cosa ne pensa e in che ottica va vista il “ritiro” delle truppe dalla Siria
    annunciato ieri da Putin. A quanto ho capito restano le basi navali e aeree. A me sembra una mossa da
    “giocatore di scacchi”, ma mi sfugge il fine.
    Qualche idea?

     
    • Federico Dezzani il said:

      La sua mossa l’ha fatta, ora tocca ai turchi… Lo stillicidio di attentati è allarmante.

       
  14. Oᥙr comⲣany posseѕseɗ one oрening up that was six feet broad in our final home,
    therefoгe my hubby, the handyman, modified two gates one from thhe product vіsualized, and also
    one that required scгews to position. That operated well, though
    іt wass actually definitely not an ɑmateur task.