Perché il governo d’unità nazionale libico fallirà: Washington e Londra tifano per una nuova Somalia

Nel resort marocchino di Skhirat è stato firmato il 17 dicembre l’accordo per la nascita di un governo d’unità nazionale libico: il documento, non ratificato dai parlamenti di Tobruk e di Tripoli ha il valore della carta straccia ed il nuovo esecutivo patrocinato dagli angloamericani attraverso l’ONU ha l’unico scopo di chiedere un intervento militare internazionale in Libia. Washington e Londra non hanno alcun desiderio di pacificare il Paese e lavorano per la propagazione dell’ISIS nell’intero Nord Africa: come in Siria, Ankara e Doha collaborano introducendo i miliziani e contrabbandando petrolio. Solo l’Egitto e la Russia hanno l’interesse ad evitare l’implosione dell’ex-colonia italiana, mentre una coalizione internazionale a guida ONU la trasformerebbe in una nuova Somalia.

Un accordo di facciata, per coprire le vere intenzioni di Londra e Washington

Ha il sapore di una stanca riproposizione di un film già visto e rivisto, della messa in onda di un programma trito e ritrito, lo spettacolo proiettato il 17 dicembre nelle sale del resort di Skhirat, località balneare della Marocco bene: dopo mesi di estenuanti trattative è firmato l’accordo per la nascita di un governo d’unità nazionale libico, presieduto dal premier Faiez Al-Serraj.

Uomo d’affari originario di Tripoli, già membro della Camera dei Rappresentati esiliata a Tobruk, Faiez Al-Serraj è designato premier non su pressione dei suoi colleghi parlamentari1, bensì è scelto dal precedente rappresentante dell’ONU per la Libia, lo spagnolo Bernardino Leon (a suo tempo cooptato dalla britannica Catherine Ashton per gestire la “Primavera Araba” in qualità di rappresentante dell’Unione Europea per gli affari mediterranei) per i suoi trascorsi negli Stati Uniti2.

Nonostante siano adottate tutte le raffinatezze del caso (Consiglio Presidenziale composto tre rappresentanti per la Cirenaica, tre per la Tripolitania e tre per il Fezzan) l’accordo non è ratificato dai due Parlamenti che attualmente si contendono la Libia (quello laico di Tobruk sostenuto da Egitto e Russia e quello islamista di Tripoli sostenuto da Turchia, Qatar ed angloamericani) ma da singoli deputati dei due organi legislativi, più qualche rappresentante di Misurata e signorotti vari3. Il valore dell’accordo è, dal punto di vista formale e soprattutto sostanziale, nullo.

Il compito del neonato Consiglio presidenziale è quello di formare entro 40 giorni un governo d’unità nazionale che nei piani dovrebbe traghettare il Paese a nuove elezioni legislative entro un anno. Nel frattempo, l’esecutivo sarebbe il solo rappresentante della Libia riconosciuto dalla comunità internazionale e già si parla di un probabile appello per il dispiegamento di contingenti militari internazionali, più volte categoricamente rifiutato da Tobruk e Tripoli.

Un risultato gli angloamericani l’hanno già ottenuto: il governo islamista di Tripoli ha ricevuto una sostanziale legittimazione, essendo stata richiesta ed invocata la sua firma per l’accordo, quando fino a ieri l’unico esecutivo riconosciuto formalmente dalla comunità internazionale era quello esiliato a Tobruk. Passo dopo passo, avanza in sordina quindi una nuova realtà: la Libia unita non esiste più, ma è divisa almeno in due centri di potere, la Tripolitania e la Cirenaica.

L’intera operazione di Shkirat ha il sapore della propaganda, uno sforzo mediatico per illudere l’opinione pubblica che si lavora alla pacificazione della Libia ed al ripristino di un governo centrale, quando in realtà l’obbiettivo di Londra e Washington è esattamente l’opposto, ossia la balcanizzazione dell’ex-colonia italiana ed il suo utilizzo come trampolino di lancio per esportare il caos in tutto il Magreb. Il premier Matteo Renzi è un ingenuo, oppure si comporta come tale, quando lamenta il mancato impegno della NATO dopo l’intervento militare che porta alla caduta ed all’uccisione di Muammur Gheddafi: “non possiamo permetterci una Libia bis” dice il presidente del Consiglio pressato per intervenire in Siria contro il Califfato. In verità, l’attuale scenario libico era proprio quello preventivato ed auspicato dagli strateghi angloamericani: la distruzione del potere centrale e la somalizzazione del Paese, da estendere in prospettiva ad Egitto ed Algeria.

È lo stesso disegno perseguito in Siria ed Iraq: si sostituisce uno Stato capace di proiettarsi all’estero, stringere alleanze con Russia e Cina, difendere le proprie risorse naturali e minacciare potenzialmente Israele, con un vespaio di tagliagole e trafficanti, non solo innocui ma pure profittevoli perché come si è recentemente visto con l’affaire Erdogan, l’ISIS vende il greggio alla metà delle quotazioni di mercato. Per le compagnie occidentali è il ritorno all’età dell’oro, prima delle nazionalizzazioni delle risorse petroliferi degli anni ’50 e ’60 da parte dei governi arabi laici ed anti-britannici.

Le analogie tra Libia e Siria meritano di essere sviluppate, perché ci consentono di capire meglio cosa avviene sulla Quarta Sponda e chi lavora per l’implosione dell’ex-colonia italiana.

In Siria, il governo laico di Bashar Assad, sostenuto dalla Russia, fronteggia dal 2011 una coalizione comporta da potenze occidentali (USA, GB, Francia ed Israele) ed autocrazie sunnite (Turchia, Qatar ed Arabia Saudita): Ankara svolge un ruolo particolare, fornendo sia le basi logistiche e l’addestramento ai miliziani dell’ISIS, sia finanziandone l’attività attraverso il contrabbando di greggio, cui negli ultimi due mesi l’aviazione russa ha inferto durissimi colpi. La Turchia, membro NATO che persegue precisi obbiettivi “neo-ottomani” all’interno della cornice di destabilizzazione del Levante, lavora gomito a gomito con un’altra autocrazia sunnita, il Qatar, uno dei principali finanziatori dell’ISIS4.

Doha che, ricordiamo ospita una base della Royal Air Force e l’enorme piazza d’armi americana di Al Udeid e senza il consenso angloamericano non muoverebbe neppure i vigili urbani, corona questa alleanza tra potenze sunnite invitando Ankara ad aprire a sua volta una base militare nel minuscolo regno, per ospitare a regime 3.000 soldati turchi5. Il dispiegamento di eserciti stranieri in Qatar rispecchia fedelmente il patto d’acciaio tra Washigton, Londra, Ankara e Doha, con cui si mette a ferro e fuoco il Levante ed il Nord Africa.

Già, perché la stessa scellerata coalizione opera anche in Libia e lavora per la sua disintegrazione, usando sempre come braccio armato lo Stato Islamico. Abbiamo a più riprese analizzato il processo di destabilizzazione cui è scientemente sottoposta la Libia6: contro la presenza diplomatica e politica dell’Italia, interessata al mantenimento dell’ordine per motivi economici e di sicurezza, gli inglesi piazzano l’autobomba che esplode nel giugno del 2013 nei pressi dell’ambasciata di Tripoli, ricorrendo ad un terrorista ingaggiato dai servizi di Sua Maestà7; in concomitanza si verifica una lunga serie di omicidi mirati che elimina ex-alti ufficiali dell’esercito, elementi di spicco dei servizi segreti e figure politiche di rilievo, col chiaro intento di privare il Paese di una spina dorsale8; poi nel giugno del 2014 la formazione islamista Alba della Libia, sostenuta dalla Turchia e dal Qatar, rifiuta l’esito delle elezioni da cui è uscita la nuova Camera dei Rappresentanti guidata dal premier Abdullah al Thani9 ed occupa la capitale, costringendo il legittimo esecutivo a riparare a Tobruk.

Sono vani gli appelli che l’esecutivo laico lancia per più di anno alla comunità internazionale affinché gli sia fornito l’appoggio militare e politico per ristabilire l’ordine: Washington e Londra sostengono infatti, velatamente ma inequivocabilmente, gli islamisti che ora controllano la Tripolitania. Non a caso dalla parte opposta della Libia, a Bengasi, si svolgono proteste anti-americane, dove i manifestanti chiedono le dimissioni dell’ambasciatrice statunitense Deborah K. Jones10, accusata di parteggiare per le fazioni islamiste, ed invocano la riesumazione dei vecchi contratti stipulati da Gheddafi con Mosca per la fornitura di moderni sistemi d’arma. Serve infatti equipaggiamento efficiente per affrontare la nuova minaccia che insidia la già martoriata Libia11: l’ISIS, salito alla ribalta internazionale grazie all’esecuzione dei copti sulla spiaggia di Sirte.

Il filmato che ritrae l’aberrante scena si rivelerà12, come molti altri filmati scovati in rete dal SITE Intelligence Group dell’israeliana Rita Katz, un clamoroso falso, zeppo di errori nella montatura13.

Ma come è arrivato l’ISIS in Libia, dove non perde tempo ad alimentare il caos, piazzando bombe negli alberghi di Tripoli e sabotando gli oleodotti che trasportano verso la costa il greggio14, unica fonte di ricchezza del Paese?

Ex-post si può tranquillamente affermare che i miliziani del Califfato sono traghettati per nave dalle coste turche sino ai porti libici di Sirte e Derna, che diventano rapidamente i due bastioni del Califfato. Non solo, è quasi sicuro che anche in Libia si ripetano gli stessi traffici che Mosca ha recentemente svelato in Siria: la Turchia, sempre col placet degli angloamericani, acquista il greggio libico su cui il Califfato riesce a mettere le mani e lo rivende sul mercato internazionale, così da alimentare incessantemente l’espansione dell’ISIS. Un po’ di dati per corroborare la nostra tesi: 5 gennaio 2015, l’esercito nazionale libico bombarda con alcuni caccia una petroliera battente bandiera liberiana a Derna, roccaforte all’ISIS15 ed importante terminal petrolifero; il 23 febbraio 2015 il governo di Tobruk bandisce dal suo territorio tutte le aziende turche, accusando Ankara di foraggiare gli islamisti16; l’11 maggio 2015 l’aviazione libica bombarda una nave turca che cerca di entrare nel porto di Derna17, violando il cordone sanitario attorno alla “capitale” dell’ISIS.

La NATO è all’oscuro di questa manovre? Non sa che Ankara e Doha si adoperano per diffondere e finanziare l’ISIS in Libia? Le probabilità che Londra e Washington non siano al corrente di queste operazioni, sono le stesse che ignorassero il contrabbando di greggio tra il Califfato ed Ankara in Siria ed Iraq. Gli angloamericani approvano e collaborano. Ora che Mosca e Teheran hanno inferto pesantissimi colpi allo Stato Islamico nel Levante, insediando le roccaforti lungo l’Eufrate, è stato aperto un corridoio marittimo per consentire ai miliziani in fuga di riversarsi in Libia, nuovo eldorado dell’ISIS. Cosi scrive il Financial Times l’11 dicembre18:

Foreign jihadis and Libyan returnees from the battlefields of Syria and Iraq have in the past year been pouring into Sirte, the coastal Libyan city which is now an Isis colony in a strategic location not far from crucial oil facilities. Isis controls almost 300km of Libya’s coastline. A UN report last month said the group’s fighters in Libya numbered between 2,000 and 3,000 jihadis, with about 1,500 in Sirte, and that the country offered an ungoverned space close to Europe and a place of “potential retreat”.

Come possono i miliziani dell’ISIS fuggire in Libia, sottraendosi non agli innocui raid angloamericani in corso da un anno ma ai bombardamenti russi iniziati a fine settembre, se non per nave, partendo dai porti della Turchia per sbarcare a Sirte o a Derna? Non esiste una via terrestre da cui i tagliagole del Califfato possano raggiungere l’ex-colonia italiana, dal momento che l’Egitto del generale Al-Sisi blocca l’accesso all’est del Paese: si spiega così anche l’ostinata contrarietà della NATO19, comprese le nostre forze armate asservite agli interessi angloamericani, all’istituzione di un blocco navale, che impedirebbe di mettere in salvo i terroristi che operano in Siria ed Iraq e traghettarli in Libia.

Così l’ISIS si rafforza sulla Quarta Sponda, giorno dopo giorno, e sulla rivista online Dabiq, megafono del Califfato, si può leggere l’appello lanciato ai miliziani a convergere verso la Libia20:

Lo Stato islamico qui in Libia è ancora giovane. Abbiamo bisogno di ogni musulmano che può venire, soprattutto medici, personale amministrativo e giudiziario, oltre ai combattenti. La Libia è una porta sul deserto africano che apre a diversi Paesi . E il controllo dello Stato islamico su questa regione porterebbe al crollo economico l’Italia e tutti gli altri Stati europei.”

La strategia di destabilizzazione angloamericana, camuffata da operazioni mediatiche come il recente accordo per la nascita di un improbabile governo d’unità nazionale, ha nel mirino l’intero Nord Africa. Gli unici attori interessati a soffocare anziché alimentare il caos sono violentemente osteggiati da Londra, Washington e Tel Aviv: stiamo parlando dell’Egitto del generale Abdel Fattah Al-Sisi e l’esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar.

L’asse russo-egiziano, unica soluzione per evitare una nuova Somalia

Alla destabilizzazione del Nord-Africa e del Levante poggiante su forze islamiste-rivoluzionarie, sostenuta dagli angloamericani, francesi, israeliani ed autocrazie sunnite, si è opposta la strategia di consolidamento dello Stato e di lotta al terrorismo poggiante su forze nazionaliste-laiche, capeggiata dalla Russia e dagli alleati regionali, primo fra tutti l’Egitto del generale Al-Sisi.

Il crescente attivismo dell’ISIS nella penisola del Sinai ed i continui attentati contro l’industria turistica, sono infatti tentativi occidentali di mettere a sua volta in ginocchio il Cairo, portandone al collasso l’economia: per risposta il nuovo presidente egiziano ha rinsaldato ancora di più i rapporti con Mosca, firmando l’intesa per la costruzione della prima centrale nucleare sul suolo egiziano con tecnologia russa21.

L’asse egiziano-russo si proietta anche nella vicina Libia, dove il Cairo sostiene apertamente il governo nazionalista-laico di Tobruk ed il generale Khalifa Haftar, nominato nel febbraio del 2015 a capo delle forze armate libiche. In più occasioni il premier Abdullah al-Thani sollecita l’intervento di Mosca nel convulso teatro libico, da ultimo il 2 dicembre quando dichiara che il esecutivo di Tobruk è pronto a trattare “al più alto livello” un’operazione congiunta tra le forze armate russe e l’esercito nazionale guidato da Haftar22.

Per reazione gli angloamericani si adoperano in ogni modo per screditare l’ex-alto ufficiale di Gheddafi. “Haftar, il generale che piace al governo di Tobruk e che americani e inglesi non vogliono” scrive La Stampa nel febbraio del 201523, descrivendo l’ostilità che gli angloamericani verso il generale e i timori nutriti a Tobruk che Washington e Londra vogliano sbarazzarsene, per installare un fantoccio, “un Karzai libico”, così da gestire a piacimento il Paese in alleanza con gli islamisti.

Il 2 novembre del 2015, nelle ultime fasi dei negoziati, appare su La Repubblica l’articolo “Mattia Toaldo: Così Haftar cerca di sabotare il piano Onu24 dove il ricercatore del European Council on Foreign Relations, l’ennesimo pensatoio creato per indirizzare la politica secondo i desiderata di Londra e Washington, insinua che il generale Haftar sia il principale ostacolo al buon esito delle trattative ed addirittura una minaccia per gli interessi dell’Italia: in verità i nostri servizi segreti, al contrario, collaborano da mesi proprio con Haftar25.

I timori del governo di Tobruk si materializzano: il generale Haftar è escluso dal nascente governo d’unità nazionale, gli islamisti di Tripoli ottengono un riconoscimento formale e come premier è scelto Faiez Al-Serraj, inviso allo stesso parlamento di Tobruk da cui è uscito e manovrabile a piacimento dagli USA. Il fatto che Haftar sia stato emarginato e che le fazioni islamiste abbiano ottenuto la legittimazione, trasforma l’accordo firmato in Marocco il 17 in un inutile pezzo di carta, utile solo agli angloamericani a proseguire la loro politica di destabilizzazione.

Mentre infatti continuano a convergere verso la Libia i miliziani dell’ISIS, si attende che il nascente esecutivo di Faiez Al-Serraj, privo di qualsiasi reale legittimazione, chieda un intervento militare straniero in Libia, ipotesi violentemente avversata più volte da Tripoli e Tobruk26. “Britain hopes to send hundreds of troops to Libya after peace deal” titola il 17 dicembre The Guardian27, asserendo che Londra aspetta con ansia l’invito a dispiegare fino a mille militari in Libia, mentre il The Times ipotizza già una missione a guida italiana, forte di 6.000 unità, per addestrare e sostenere le forze di sicurezza libiche28.

Sembra di assistere alla riproposizione di un film già visto in Somalia nel 1991: gli angloamericani rovesciano il presidente filo-italiano Mohammed Siad Barre, il Paese precipita nel caos, a quel punto intervengono le Nazioni Unite (la Unified Task Force a guida americana cui partecipano italiani, inglesi, francesi, etc. etc.), la missione termina con un clamoroso fallimento e dopo quasi 25 anni il Paese del Corno d’Africa è ancora dilaniato dalla guerra civile. Il Regno Unito però ne approfitta, lavorando assiduamente per la secessione della ex-Somalia inglese (Somaliland) di cui cerca di sfruttarne le risorse petrolifere29 violando i divieti ONU alla ricerca ed all’estrazione di greggio.

Anziché progettare un disastroso intervento militare nella nostra ex-colonia, come sta già purtroppo avvenendo (il consigliere militare dell’ONU per la Libia è il generale Paolo Serra, formato negli USA come tutti gli alti ufficiali del nostro esercito), l’Italia dovrebbe ricordare l’esperienza della Somalia degli anni ’90: sostenere le iniziative degli angloamericani, interessati a fomentare il caos ed alimentare le spinte centrifughe, comporta solo rischi e danni, potenzialmente enormi in termini economici, umani e di immagine agli occhi del mondo arabo, senza alcun nessun beneficio. Il fenomeno dei signori della guerra e del terrorismo islamico esplode in Somalia dopo l’intervento della Nazioni Unite, che si ritirano nel 1995 lasciando il Paese in preda al caos. “The Lessons of Somalia: Not Everything Went Wrong” titolava allora Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations: gli angloamericani sfruttano infatti l’occupazione della Somalia per inoculare i batteri da cui germineranno nel giro di pochi anni i futuri capi di Al Qaida e la Somalia è ancora oggi fonte di destabilizzazione per l’intero Corno d’Africa.

Mogadiscio è un monito ad evitare qualsiasi avventura simile.

C’è un’alternativa? Certo, è quella di agire congiuntamente con il governo di Tobruk, l’Egitto e la Russia: armando l’esercito nazionale libico e fornendogli copertura aerea, è possibile sconfiggere i miliziani dell’ISIS e debellare la minaccia islamista, senza mettere uno stivale a terra. L’intervento militare russo in Siria dimostra che l’azione congiunta di una potente forza aerea straniera e di un esercito nazionale che combatte al suolo è risolutiva.

Oserà mai l’Italia di Matteo Renzi giocare l’unica carta vincente, ossia quella russo-egiziana?

È quasi impossibile, nonostante i saltuari ammiccamenti a Mosca ed al Cairo, perché il margine di manovra dell’esecutivo italiano è limitatissimo. Come dimostrano i recenti fatti relativi alla Banca Etruria ed al disastroso salvataggio degli istituti di credito, l’ex-sindaco di Firenze non resisterebbe 24 ore sotto il fuoco di uno scandalo mediatico-giudiziario che Washington può innescare a piacimento. Ecco perché è sempre più concreto l’intervento militare italiano in Libia, che trasformerà la Quarta Sponda in una Somalia a due passi dalla Sicilia.

Dato il contesto generale, potrebbe essere l’ultima scellerata azione del marcescente establishment italiano.

somalia

1http://www.lookoutnews.it/libia-leon-annuncia-nomi-governo-unita-nazionale/

2http://www.corriere.it/esteri/15_dicembre_18/accordo-che-rida-futuro-libia-df00b41a-a556-11e5-a238-fd021b6faac8.shtml

3http://www.lastampa.it/2015/12/17/esteri/libia-tutto-pronto-per-la-firma-KnhieXJucWWTRv6IOfgE5O/pagina.html

4http://www.repubblica.it/economia/2015/11/20/news/qatar_isis_italia-127717794/

5http://www.defensenews.com/story/defense/2015/12/16/turkey-build-military-base-qatar/77421650/

6http://federicodezzani.altervista.org/sbarchi-di-massa-lucraina-del-mediterraneo/

7http://www.panorama.it/news/oltrefrontiera/attentato-in-libia-i-sospetti-dei-nostri-servizi/

8http://www.repubblica.it/esteri/2013/12/05/news/libia_insegnante_usa_ucciso-72757346/

9http://federicodezzani.altervista.org/libia-sfida-russia-usa/

10http://www.lastampa.it/2015/02/14/esteri/libia-lisis-avanza-e-lancia-un-ultimatum-appelli-allonu-per-un-intervento-coordinato-84Mzio5rCe6nx6zFgawpnI/pagina.html

11http://federicodezzani.altervista.org/libia2-evitata-la-follia-del-2011-aiutare-nostri-vincere/

12https://www.youtube.com/watch?v=V9B8pcJlFhs&bpctr=1450450659

13http://www.corriere.it/esteri/15_febbraio_22/forse-falso-video-dell-uccisione-21-cristiani-giustizia-dall-isis-02deedb0-ba6c-11e4-9133-ae48336c4c83.shtml

14http://federicodezzani.altervista.org/libia2-evitata-la-follia-del-2011-aiutare-nostri-vincere/

15http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/01/05/nave-greca-bombardata-in-libia-2-morti_dcdc9edf-5960-4319-b76e-40058e9d4900.html

16http://www.repubblica.it/esteri/2015/02/23/news/libia_turchia_esclusione_contratti-107996829/

17http://www.reuters.com/article/us-libya-security-turkey-idUSKBN0NW0K720150511

18http://www.ft.com/intl/cms/s/0/b4fec58a-9f1b-11e5-85ae-8fa46274f224.html#axzz3uga4ONg1

19http://www.corriere.it/cronache/15_giugno_21/no-blocco-navale-libia-2308f284-17dc-11e5-b9f9-a25699cf5023.shtml

20http://www.askanews.it/esteri/derna-gia-come-raqqa-si-rischia-santuario-dell-isis-in-libia_711665219.htm

21http://www.reuters.com/article/us-nuclear-russia-egypt-idUSKCN0T81YY20151119

22http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2015/12/02/libia-premier-auspica-intervento-russo_72fb0625-4143-4099-b3d3-ad64343a896a.html

23http://www.lastampa.it/2015/02/23/blogs/caffe-mondo/haftar-il-generale-che-piace-al-governo-di-tobruk-e-che-americani-e-inglesi-non-vogliono-9JTAEXsvL12xF4QLjjOwZM/pagina.html

24http://www.repubblica.it/esteri/2015/11/02/news/mattia_toaldo_cosi_haftar_cerca_di_sabotare_il_piano_onu_-126454759/

25http://english.alarabiya.net/en/views/news/middle-east/2015/02/16/Black-flags-over-Libya-show-ISIS-is-on-the-warpath.html

26http://www.repubblica.it/esteri/2015/05/29/news/libia_unione_europea_migranti-115567975/

27http://www.theguardian.com/world/2015/dec/17/britain-hopes-to-send-hundreds-of-troops-to-libya-peace-deal

28http://www.askanews.it/minaccia-isis/libia-times-pronti-mille-uomini-gb-per-missione-a-guida-italiana_711689607.htm

29http://www.bloomberg.com/news/articles/2015-10-01/soma-oil-lobbies-u-k-to-oppose-proposed-moratorium-on-somalia

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29 commenti su “Perché il governo d’unità nazionale libico fallirà: Washington e Londra tifano per una nuova Somalia

  1. pietro della valle il said:

    “Haftar, il generale che piace al governo di Tobruk e che americani e inglesi non vogliono”????!! Ma chi? Il cittadino statunitense Khalifa Haftar? Mah!
    Credo che per il momento gli anglosassoni perseguano il prosciugamento delle riserve finanziarie libiche (dovrebbe essere rimasta una novantina di miliardi di dollari) attraverso questo insensato conflitto inter-libico. Essi, nel loro approccio schematico a situazioni socio-antropologiche diverse da quelle a loro familiari, ricorrono all’approccio accademico, orientalistico (Bernard Lewis era molto ascoltato dai loro “decision makers”), e in quest’ottica credo riescano a concepire l’area che va dalla Libia al Marocco (ma il Marocco per il momento lo lasciano fuori) esclusivamente in termini di costa degli stati barbareschi. Tra le categorie fondative della loro proiezione su scenari esterni vi è l’utilizzo della pirateria e della guerra di corsa (vedi la Somalia degli ultimi anni). Instabilità e perturbazioni lungo le tratte mercantili marittime non credo portino vantaggi a Parigi o a Berlino, quanto piuttosto alle compagnie di assicurazioni marittime e a chi specula sulle conseguenti variazioni di quotazione delle merci.

    “C’è un’alternativa? Certo, è quella di agire congiuntamente con il governo di Tobruk, l’Egitto e la Russia”.
    Certo che no, come lei ha ricordato, le timide e insolite iniziative del governo italiano (forse dettate da spinte dell’imprenditoria e improntate al “non parteciperemo ad iniziative avventate in Iraq”, oppure “discutiamo del rinnovo della sanzioni alla Russia”) sono state prontamente bacchettate. Storicamente l’Italia in queste situazioni di scelta tra due fronti viene costantemente condizionata dall’esterno, circostanza inevitabile in un paese che non riesce ad identificarsi in un interesse nazionale stringendosi intorno a esso e che nei suoi centri nevralgici è completamente asservito a interessi stranieri.

    Grazie per l’ottimo articolo. Grazie mille.

    P.S.: non si faccia condizionare dai provocatori che scrivono nei commenti. Purtroppo chi divulga analisi così cristalline (in parte innocue se si pensa alle possibilità di ricezione da parte di quelli che sono abituati a delegare anche la funzione critica) finisce inevitabilmente sotto la lente del personale di servizio dei propalatori di menzogna.

     
    • Federico Dezzani il said:

      E’ vero che Haftar è stato in esilio per anni negli USA ma il mondo è fluido, non statico: bisognare sempre tenerlo presente in ogni analisi.

       
  2. Helemic il said:

    Ho scoperto da poche settimane questo blog in seguito a frustranti ricerche circa fonti di informazione che non fossero le solite veline acritiche e vergognose dei quotidiani nazionali. Devo ammettere che concordo sullo scenario inquietante della strategia della destabilizzazione, qua costantemente sottolineata.
    Ovviamente è banale dedurre che i veri terroristi siano, da una parte, l’apparato angloamericano e, dall’altra, i media complici che mirano a terrorizzare i comuni cittadini riportando come unica minaccia il dilagamento dell’ISIS attraverso le loro barbarie. L’informazione plasma la realtà e Dio solo sa quanto aveva ragione Orson Welles in Quarto Potere.
    Ora, ammettiamo che giornali e giornalisti di tutta europa stiano lavorando in maniera ipocrita perché minacciati di censura, mi chiedo però come si possa tacere su verità (prima ancora che risolvere il problema alla radice) che riguardano il destino dell’Europa stessa. Qui intendo il destino dell’ establishment economico e identitario, privo di ogni sentimentalismo o romanticismo.
    La destabilizzazione, del Medio Oriente prima e del Nord Africa dopo, avrà come conseguenza ovvia la destabilizzazione (economica, immigratoria ergo sociale e culturale) dell’Europa stessa (e questo anche mia nipote di 10 anni lo può prevedere).
    Ma poniamo il fatto che tutto è trasparente e limpido agli occhi di tutti tranne al popolo bue, allora il quesito fondamentale è: svelato la tendenza strategica geopolitica degli USA, quanto ancora questi servono come alleato all’Europa? Quando Putin sostiene che la Nato non ha più senso, ci starà forse velatamente dire che è il caso di aprire gli occhi?

    Ps. ho letto che le sanzioni alla Russia saranno prorogate per i prossimi sei mesi. E la Merkel, coerentemente, sta facendo accordi con Putin per un nuovo gasdotto in Germania.
    No words..

     
    • L’Europa (per meglio dire, le élites europee) conoscono alla perfezione gli obiettivi geopolitici USA, ma non possono sganciarsi dalla NATO. Il motivo è essenzialmente pratico: gli USA hanno basi militari ovunque, mentre gli eserciti europei sono ridotti a forze di polizia o corpi speciali, avendo quindi un ruolo di supporto all’esercito USA in Europa, niente di più; egemonia culturale (ottenuta tramite ideologia post-moderna e un ceto di “intellettuali” ben versato nella materia), opinione pubblica che sostiene i temi post-moderni (onde evitare cambiamenti di rotta culturale), e controllo dei media.

      Per non parlare dell’efficientissima macchina delle false-flag, intelligence e manipolazione finanziaria, che se ben combinate possono far cadere un governo di un qualsiasi stato europeo (occidentale) in pochi giorni, se solo ce ne fosse bisogno. Questo spiega le false flag ad opera dell’ISIS (che non è altro che un asset NATO/sunnita).

      Che la decisione della Merkel di spedire militari in Medio Oriente dopo il 13/11 sia stata dettata dalla paura di subire un nuovo attentato da parte dell’ISIS (leggi: NATO)?

       
  3. Ormai i giochi non sono più velati. Il quadro è chiaro e completo.
    Hillary Clinton ha abbattuto Gheddafi, con l’aiuto di sarkozy e cameron. Poi, al primo incidentello, ha mollato tutto e ha fatto allontanare le poche truppe USA. Quindi la nascita di Isis-Daesh in Libia, è chiaramente voluta.
    Potevano ora riconoscere entrambi i governi di Tripoli e Tobruk, invitandoli alla guerra all’ISIS. I rivoltosi si sarebbero trovati tra due fuochi (esercito di Tripoli ad ovest e esercito di Tobruk ad est) e non ci sarebbe stata partita. Basta aggiungere un po’ di aviazione e tutto era risolto. Poi, s sarebbe divisa amministrativamente la Libia tra Tripolitania e Cirenaica, come la storia conosce. L’unificazione libica fu forzata dall’Italia, con qualche sopruso sul popolo. Ma erano altri tempi. Gheddafi, era riuscito ad unificare un paese diviso. Miracolo…fatto saltare dai neocon delle primavere, figli delle Torri Gemelle.
    Ora, la situazione anglo americana è quella di evitare che si faccia qualcosa di serio…Salvano le truppe ribelli dell’ISIS dalla Siria, spostandole su un altro fronte. carne da cannone, che tornerà utile in seguito…
    Quo usque tandem, USA, abuteris patientia nostra?

     
    • Federico Dezzani il said:

      La sacca islamista a Tripoli va cmq eliminata, ISIS o non ISIS: altrimenti gli angloamericani continueranno ad utilizzarla, come dal 2012 ad oggi, per alimentare i flussi di clandestini verso l’Italia e come retroterra per destabilizzare la Tunisia e l’Algeria.

       
      • E chi la elimina la sacca islamista se sono sempre gli USA a condurre le danze?
        Non certo i nostri potenti eserciti…Una coalizione di chi? L’unica sarebbe farsi aiutare dalla Russia, come Lei dice. Ma questo vrrebbe dire che Renzi, il NOMINATO, non ci sarebbe più…
        Eleggeremo Salvini al Governo? Non è possibile prima del 2018…e neanche dopo. Perciòà gli USA continueranno la loro manfrina…Speriamo che almeno lo si possa ancora dire tutti i giorni che gli USA sono il Paese da temere, perchè lavorano CONTRO I NOSTRI INTERESSI. Basta ipocrisie.

         
        • Federico Dezzani il said:

          Non riporre nessuna speranza in Salvini, degno compare di Renzi e Grillo. Oscilla tra un liberismo spinto in economia (sebbene le casse italiane siano del tutto vuote) ed una politica estera sulla falsariga della ultradestra israeliana ed americana, con cui cerca disperatamente di intessere rapporti. Il dossier libico rimarrà in sospeso per anni o decenni probabilmente, come la Somalia, salvo un improbabile guizzo russo-egiziano. Per Mosca il Levante vale molto di più.
          Nel frattempo l’Italia deve fallire ed una classe dirigente deve essere eliminata, compreso Salvini: altrimenti non si riparte.

           
          • Mihai Podeanu il said:

            buongiorno ed auguri a tutti, per intanto.
            Dezzani, sempre “per celia ma neanche tanto”; due consigli di lettura per le ferie:
            1) Siamo a Roma, nel 1946. Dopo le prime elezioni a suffragio universale, i deputati arrivano a Montecitorio. La maggior parte di loro stenta a trovare un alloggio e qualcuno è persino costretto a sedersi alle mense pubbliche. L’austerità dell’onorevole, però, dura un battito di ciglia. Tra consulenze fittizie, appalti truccati, scandali sessuali e finanziamenti statali, i tic e i vizi dei primi parlamentari italiani si rivelano molto presto simili, se non identici, a quelli di oggi. Persino le giustificazioni suonano incredibilmente familiari: “È accaduto a mia insaputa”, “ho peccato di buonafede”, “non ho visto una lira, ho girato tutti i soldi al partito”. Lei non sa chi ero io! è l’implacabile resoconto degli sprechi dei primi vent’anni della Repubblica: una ricostruzione dettagliata della nascita della Casta, corredata da dati in parte inediti, che si concentra sui privilegi del sottobosco governativo, tra aiuti a industrie vicine alla politica, scandali finanziari tollerati dall’esecutivo, tangenti, finti monopoli, enti inutili e fondi neri. E poi ricatti incrociati, dossier segreti e tentativi di revisione della Costituzione a colpi di maggioranza. Un racconto ormai “storico”, ma ancora così attuale da sembrare cronaca di questi giorni. il titolo è “lei non sa chi ero io!” – Filippo M. Battaglia – Bollati Boringhieri.
            2) “…quanto al modo in cui prendemmo lo Stato, i kosovari si presentarono alla Camera dei Deputati e, condotti dai commessi in precedenza comprati dal rag. Dominicis, entrarono facilmente nello studio dell’onorevole Fini, sorprendendolo mentre chino sulla scrivania leggeva qualcosa. Gli spiccarono il capo dal busto e, posata la testa su una poltrona, senza ulteriori disordini, chiesero di essere guidati, attraverso il passaggio segreto, fino a Palazzo Madama…” Una scrittura cruda, didascalica, ragioneristica, distante. E anche nostalgica, piena di grazia e dettagli. Una scrittura che cozza e fa scintille per descrivere la catastrofe italiana partendo da una soluzione finale. Un’operazione pulp contro le caste e contro noi stessi, che ha tutta l’aria di essere, nello stesso tempo, impossibile e inevitabile.”
            “i nuovi venuti” – Giorgio Dell’Arti – Edizioni Clichy

             
          • Federico Dezzani il said:

            Grazie Mihai, ti affideremo la redazione del supplemento “La Lettura”. Auguri anche a te!

             
        • Helemic il said:

          Anche se Renzi decidesse di farsi aiutare dalla Russia non significa che gli venga consentito nella sostanza. I singoli governi europei non possono prendere reali decisioni di natura geopolitica senza il beneplacito degli USA, a meno che non venga sciolta la Nato stessa. Tra i numerosi motivi che fanno da impedimento, c’è anche un vincolo da non sottovalutare di natura storico/morale che salda questa promessa di alleanza: la liberazione dal nazi-fascismo da parte degli angloamericani. E’ mera utopia (almeno a breve) vedersi sganciare dagli USA, essi non consentiranno coalizioni con il nemico storico russo, e faranno di tutto per evitare qualsiasi tentativo di intesa, anche provvisorio sul mero piano logistico-militare.
          Il piano di destabilizzazione degli USA è l’antidoto alla loro crisi interna, e l’Italia e l’Europa sono solo vittime sacrificali. Non ci riguarderà nessuna guerra convenzionale ma lenta disgregazione socio culturale causata dalla stessa inerzia che vediamo in questi mesi.
          L’illusoria onnipotenza degli USA però sta emergendo proprio laddove non sono potuti intervenire, e cioè in Russia e Cina, le quali stanno incrementando paurosamente i loro arsenali bellici e tecnologici. L’egemonia americana è davvero al capolinea ed è necessario che l’Europa ne prenda atto.

           
          • Spumeti il said:

            “Russia e Cina, le quali stanno incrementando paurosamente i loro arsenali bellici e tecnologici.” Davvero? Ci rivedremo fra dieci anni….”L’egemonia americana è davvero al capolinea ed è necessario che l’Europa ne prenda atto.” E’ un’affermazione certamente vera nei suoi sogni.

             
          • Federico Dezzani il said:

            Spumeti redivivo! Stavamo per allertare i soccorsi non sentendola più…

             
  4. gengiss il said:

    Nel mare delle informazioni della società dello spettacolo occorre individuare i pochi dati veramente importanti e collegarli tra loro; e riconoscere gli attori e i loro interessi, al di là della propaganda. E’ una dote di pochi. Accade così che un blogger dell ’84 spieghi chiaramente in poche parole il Medio Oriente, ciò che i più noti giornalisti ed opinionisti non riescono a fare con fiumi d’inchiostro.

     
  5. Spumeti il said:

    Salve Dezzani, come sta? Le alleggerisco il lavoro: l’attentato in Turchia è chiaramente un falsa bandiera. Ecco, così non deve scriverlo lei. Buona serata!

     
  6. Andrea Boari il said:

    Buonasera Dezzani
    Non trovo nuovi contributi da un mese. Ha chiuso il sito o abbiamo speranza di leggerLa ancora?
    saluti cordiali

     
  7. I don’t know precisely why everyone desire to occur the Bipolar band wagon it isn’t a fun trip. “a little bit bipolar” i question that . seem folks go through issues in their lifestyles some people far more next others many people are just much more delicate remorseful merely my estimation.