Pecunia nervus belli: il tramonto del’ISIS senza più petrolio

“Il denaro è il nervo della guerra” diceva Cicerone, aforisma da accompagnare con “la guerre nourrit la guerre”: le risorse conquistate nella campagna militare alimentano la macchina bellica che si autofinanzia costantemente. È ormai chiaro che fosse questa la strategia alla base del Califfato: i proventi del petrolio immesso illegalmente sul mercato internazionale erano reinvestiti nella “jihad” dell’ISIS, coll’obbiettivo di destabilizzare Siria ed Iraq. I bombardamenti russi, fermando il contrabbando di greggio, minano l’intero progetto: ne segue la corsa di Washington ed alleati in Medio Oriente prima che il conflitto si chiuda con una strategica vittoria russo-iraniana. Il rilancio è pressoché sicuro.

Negare sempre e comunque

La reazione americana alle prove sui traffici di petrolio tra Turchia e Califfato ricorda quella del marito colto in flagrante con un’avvenente amante: negare sempre e comunque, anche l’evidenza. L’ingrato compito di smentire l’inconfutabile1 è toccato al colonnello Steve Warren, portavoce a Baghdad dell’operazione Inherent Resolve formalmente impegnata nei bombardamenti contro l’ISIS:

“Let me be very clear that we flatly reject any notion that the Turks are somehow working with ISIL. That is preposterous and kind of ridiculous. We absolutely, flatly reject that notion.The Turks have been great partner to us in the fight against ISIL. They are hosting our aircraft, they are conducting strikes, they are supporting the moderate Syrian opposition. They’ve been good partners here. Any thought that the Turks, that the Turkish government is somehow working with ISIL is just preposterous and completely untrue.”

Assurda e ridicola: così il portavoce statunitense definisce l’accusa che i Turchi contrabbandassero petrolio con l’ISIS, lucrando sulle sventure dei vicini e alimentando la destabilizzazione della regione. Eppure la conferenza stampa tenutasi a mercoledì al Ministero della Difesa russo non ha certo lesinato dettagli, mappe, foto, rilievi satellitari per attestare i traffici illegali di greggio: considerato che gli angloamericani hanno invaso l’Iraq nel 2003 sulla base di prove risibili o contraffatte ad hoc (ne sa qualcosa lo scienziato inglese David Kelly, trovato “suicida” in un bosco dopo aver riferito ad un giornalista della BBC che il rapporto sulle armi di distruzione di massa era stato “abbellito” per l’occasione), il materiale addotto dai russi è oro colato2.

Erano tre le rotte per trasportare il greggio dai campi petroliferi siriani di Raqqa e Deir el-Zor, controllati dall’ISIS, verso la Turchia: una verso ovest, diretta al porto mediterraneo di Dörtyol, una verso nord, fino alle raffinerie di Batman, una verso est, incentrata su Cizre, ad un tiro di schioppo dal confine siriano ed iracheno, per raccogliere il greggio estratto nei campi di Mosul, ultimo bastione del Califfato in Iraq.

Delle tre strade su cui viaggiavano le carovane di autocisterne (mai fermate ai valici turchi per controlli) quella più interessante è la prima, non solo perché riforniva raffinerie occidentali (tra cui forse anche petrolchimici italiani3) ma soprattutto perché il porto di Dörtyol dista circa 100 km dalla base aerea angloamericana di Incirlik. Le probabilità che Washington e Londra non fossero a conoscenza dei traffici illegali che si svolgevano nei pressi della più importante installazione militare del Paese sono le stesse che abbiano evitato per più di un anno di bombardare le autocisterne per scrupoli ambientalistici. I camion impiegati sulle tre rotte sarebbero ammontati a 8.500 unità, capaci di trasportare circa 200.000 barili di petrolio al giorno, l’equivalente della produzione di un Paese come l’Australia od il Gabon. Venduto ad un prezzo dimezzato rispetto alle quotazioni internazionali, 20-21$ al barile4, il commercio illegale alimentava le casse dell’ISIS con un flusso quotidiano di 3-4 $mln.

Come hanno reagito i media occidentali a queste accuse precise e circostanziate?

Semplicemente ignorando la notizia, l’equivalente giornalistico della reazione del colonnello Steve Warren: sui siti delle principali testate anglosassoni (New York Times, Financial Times, Wall Street Journal, etc.) non c’è alcuna traccia della conferenza stampa del Ministero russo della Difesa. Per fortuna Mosca si è munita dei propri canali informativi multilingua (Russia Today, Sputnik, Pravda, etc.) con cui informa con dovizia di particolari l’evolversi delle operazioni: è dalla metà di novembre, a distanza di neppure due mesi dall’inizio delle operazioni in Siria, che i bombardamenti russi si sono concentrati sulle autocisterne5, distruggendone centinaia al giorno e dimezzando gli introiti dell’ISIS6.

Resta da spiegare il perché la coalizione a guida americana non abbia preso di mira la flotta di camion durante i quasi 18 mesi dell’operazione Inherent Resolve: perché i mezzi erano “obbiettivi civili” non bombardabili, come si sente rispondere il deputato iracheno Mowaffak al-Rubaie quando sollecita l’intervento dell’aviazione americana contro il contrabbando di greggio verso la Turchia7?

È evidente che, fedeli al motto “la guerre nourrit la guerre”, gli angloamericani ed i vari alleati regionali (israeliani, turchi e monarchi sunniti vari) avessero impostato l’intera strategia di destabilizzazione del Levante attorno ai pozzi petroliferi iracheni e siriani: gli introiti derivanti dall’estrazione e dallo smercio di petrolio servono in un primo momento a pagare stipendi ed equipaggiamento ai 25.000-30.0008 mercenari arruolati sotto le insegne dell’ISIS e, in futuro non troppo remoto, avrebbe dovuto garantire la sostenibilità economica del famigerato“Califfato”, ovvero lo Stato sunnita ricavato dallo smembramento di Siria ed Iraq.

Nato infatti nella regione nord dell’Iraq a maggioranza sunnita (grazie anche al determinante apporto di ex-alti ufficiali di Saddam Hussein) l’ISIS nel giugno del 2014 avanza inarrestabile, senza incontrare nessuna resistenza dell’esercito addestrato dagli USA, verso i centri nevralgici della produzione irachena di greggio: Mosul, Kirkuk e Tikrit. Contemporaneamente occupa i campi petroliferi siriani lungo l’Eufrate: Raqqa e Deir el-Zor.

L‘intervento russo in Siria nel settembre del 2015 ed il coordinamento degli sforzi bellici con Iraq ed Iran non solo inverte rapidamente la situazione militare sul campo ma, attraverso i bombardamenti chirurgici delle autocisterne che trasportano il greggio in Turchia (unico paese della coalizione americana che confina col Califfato e può immettere il petrolio nei mercati internazionali) assesta un colpo letale alle finanze dell’ISIS ed all’intera strategia di destabilizzazione del Levante.

Ne segue l’abbattimento del SU-24 russo per mano turca, senza dubbio una provocazione premeditata e concordata con gli angloamericani. Si noti che i bombardamenti di Washington contro le infrastrutture controllate dall’ISIS (operazione Tidal Wave II) iniziano nell’ultima decade di ottobre, solo dopo l’avvio dei bombardamenti russi e con ritmi davvero fiacchi. Rimangono infatti sottotraccia fino a metà novembre, quando Mosca diffonde notizie sulla distruzione delle autocisterne: ecco allora che sui media occidentali appaiono improvvisamente le imprese degli A-10 Thunderbolt contro i convogli dell’ISIS9. Si mette così una pezza dal punto di vista mediatico, ma il danno è pesantissimo: Mosca ha rotto il giocattolo.

È sintomatico che i primi rovesci militari dell’ISIS coincidano con gli ultimi sforzi per sostenere l’agenda di balcanizzazione del Medio Oriente. Il 24 novembre (ironia della sorte lo stesso giorno in cui il bombardiere russo è colpito a tradimento dai turchi) appare sul New York Times un articolo firmato dal falco repubblicano John Bolton, membro dei più influenti pensatoi statunitensi come l’American Enterprise Institute ed il Jewish Institute for National Security Affairs, dall’emblematico titolo “To Defeat ISIS, Create a Sunni State”. All’interno si legge10:

The Islamic State has carved out a new entity from the post-Ottoman Empire settlement, mobilizing Sunni opposition to the regime of President Bashar al-Assad and the Iran-dominated government of Iraq. Also emerging, after years of effort, is a de facto independent Kurdistan. If, in this context, defeating the Islamic State means restoring to power Mr. Assad in Syria and Iran’s puppets in Iraq, that outcome is neither feasible nor desirable. Rather than striving to recreate the post-World War I map, Washington should recognize the new geopolitics. The best alternative to the Islamic State in northeastern Syria and western Iraq is a new, independent Sunni state.

Ecco perfettamente esplicitata la strategia di Washington, Londra, Tel Aviv ed ascari vari: nel silenzio assoluto della UE, della Chiesa Cattolica di papa Bergoglio e di associazioni caritatevoli varie, il Medio Oriente è stato messo a ferro fuoco, infliggendo indicibili sofferenze alla popolazione ed inestimabili danni al patrimonio storico-artistico, per balcanizzare la regione, spartendo Siria ed Iraq, così da garantire la sicurezza di Israele e la salvaguardia del predominio angloamericano in ossequio al consuetodivide et impera”.

Finché, ça va sans rien dire, non è arrivata la Russia. I risultati non si sono fatti attendere.

 

Il rapido decorso della guerra ed il sicuro rilancio “occidentale”

A distanza di due mesi dall’avvio delle operazioni russe in Siria e dalla creazione di un centro a Baghdad per il coordinamento degli sforzi bellici tra Iran, Iraq, Siria e Russia11, le fortune dell’ISIS si sono tramutate in gravi rovesci su tutti i fronti.

In Iraq, è notizia di questi giorni, è ormai imminente la liberazione di Ramadi, capoluogo del governatorato dell’Anbar caduto in mano all’ISIS nel maggio del 2015. La svolta è stata possibile grazie alla decisione del premier sciita Haider al Abadi di liberarsi dei consiglieri statunitensi e di affidarsi a forniture militari russe, prontamente consegnate già nell’estate del 2014, anziché a quelle americane (il primo degli F-16 venduto a Baghdad è entrato in servizio solo nel settembre di questo anno12). In Siria invece è stata annunciata il 3 dicembre la liberazione di Homs13, nodo strategico sull’autostrada Damasco-Aleppo nonché culla della “rivoluzione”; ampie porzioni dell’autostrada Aleppo-Raqqa sono tornate sotto il controllo dell’Esercito Arabo Siriano; la riconquista del confine con la Turchia è in vista grazie all’attiva partecipazione dei curdi siriani; è in corso, infine, il rafforzamento della base aerea di Shaayrat14, 40 km da Homs, così da lanciare un’offensiva contro l’ISIS nella Siria centrale, per la riconquista di Palmira in primis.

Sia in Siria che in Iraq l’ISIS è quindi in ritirata, portandosi con sé le speranze angloamericane di sgretolare i due Stati su faglie etniche e religiose: si profila invece una clamorosa vittoria di Russia ed Iran, che spingono la propria influenza verso confini fino a pochi anni fa impensabili.

È evidente che la corsa di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania sull’onda degli attentati del 13/11 non ha nulla a che vedere con la lotta al Califfato, bensì è spiegabile con la volontà della coalizione occidentale di schierarsi nella regione prima che l’ISIS sia definitivamente sconfitto. Si noti come il legittimo governo di Damasco abbia negato il proprio spazio aereo agli occidentali ed il governo di Baghdad si sia espresso contro il ventilato dispiegamento di nuove truppe americane in Iraq15: qualsiasi raid in Siria o ulteriore invio di uomini è, formalmente, un atto di aggressione di Paesi sovrani.

Di fronte all’avanza russo-iraniana sul “fronte sud” e all’ormai conclamata disintegrazione dell’Unione Europea, testa di ponte angloamericana sul Vecchio Continente, Washington reagisce aumentando la pressione sul “fronte ovest”: nell’ultima settimana Kiev ha dispiegato 160 carri armati e 110 pezzi d’artiglieria pesante a ridosso del Donbass16, la Crimea è ancora al buio e, nell’ambito dell’operazione Atlantic Resolve, procede il trasferimento di uomini ed equipaggiamento americano in Bulgaria, Romania e Lituania17. Con chiaro intento provocatorio, la NATO ha poi aperto i negoziati per l’ingresso del Montenegro nell’alleanza, nonostante solo il 35% della popolazione fosse favorevole ed il 45% nettamente contrario18.

Salvo improvvisi colpi di scena in Ucraina, il teatro da monitorare con priorità rimane sempre il Medio Oriente, dove un’accelerazione nello sfaldamento dell’ISIS potrebbe indurre qualche Paese ad un gesto inconsulto. Nel frattempo Vladimir Putin blinda il fronte interno, espellendo due ONG della rete di George Soros19: la popolarità del presidente è alla stelle, ma i professionisti della sedizione è meglio non averli in casa.

 

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1http://www.nbcnews.com/video/pentagon-rejects-preposterous-idea-that-turkey-is-aiding-isis-oil-trade-577939523771

2https://www.rt.com/news/324303-isis-oil-routes-turkey/

3http://www.ilgiornale.it/news/politica/anche-litalia-finanzia-lisis-cos-compriamo-petrolio-1200505.html

4http://www.abc.net.au/news/2015-12-01/is-turkey-is-buying-oil-smuggled-by-islamic-state/6991526

5https://www.youtube.com/watch?v=WgYbiCGYy2c

6http://edition.cnn.com/2015/12/02/europe/syria-turkey-russia-warplane-tensions/

7https://www.rt.com/news/324336-isis-oil-trade-us-coalition/

8http://edition.cnn.com/2014/09/11/world/meast/isis-syria-iraq/

9http://www.military.com/daily-news/2015/11/16/us-a10-attack-planes-hit-isis-oil-convoy-crimp-terror-funding.html

10http://www.nytimes.com/2015/11/25/opinion/john-bolton-to-defeat-isis-create-a-sunni-state.html?_r=0

11http://www.agi.it/estero/notizie/isis_gelo_usa_iraq_baghdad_collaboriamo_con_russia_iran_siria-201509270319-est-rt10007

12http://www.theguardian.com/world/2015/sep/07/iraq-uses-new-f-16-jets-for-first-time-in-raids-against-islamic-state

13http://www.askanews.it/minaccia-isis/siria-cessate-fuoco-regime-ribelli-a-homs-citta-in-mano-damasco_711679717.htm

14http://www.usnews.com/news/world/articles/2015/12/03/syria-activists-russians-expanding-2nd-air-base-in-country

15http://www.chicagotribune.com/news/sns-wp-blm-declassified-007dccee-98f6-11e5-aca6-1ae3be6f06d2-20151202-story.html

16http://tass.ru/en/world/840373

17http://www.defense.gov/News-Article-View/Article/631573/us-equipment-to-arrive-in-romania-for-operation-atlantic-resolve

18http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2014/10/07/montenegro-sondaggio-si-a-ue-no-a-nato_1e2ac836-bafe-44bd-b4f5-84427a648256.html

19http://it.sputniknews.com/mondo/20151130/1636503/Soros-procura-decisione.html

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24 commenti su “Pecunia nervus belli: il tramonto del’ISIS senza più petrolio

  1. Maurizio Destro Benini il said:

    Sul fronte Donbass ho letto che i patrioti sono prontissimi e motivatissimi come sempre mentre è di oggi la notizia che un generale ucraino è passato con il Donbass. Farà freddo da morire in Ucraina senza gas e senza carbone. Se attaccano prenderanno un’ altra legnata terribile , peggio dell’ultima.

     
    • Federico Dezzani il said:

      Povera gente… Non ha capito che per la Nato sono carne da cannone…

       
      • Maurizio Destro Benini il said:

        E cosa dovrebbero fare secondo Lei , se non difendere le proprie case e la propria terra ? Putin non vuole cadere nella trappola intervenendo direttamente : manda aiuti umanitari e
        forse anche armi….ma un’ intervento diretto come in Siria non è possibile.

         
        • Federico Dezzani il said:

          Mi riferivo alle truppe di Kiev ammassate a ridosso della Novorussia, ovviamente. Del loro destino interessa meno che zero a Washington.

           
  2. Spumeti il said:

    Salve Dezzani. Secondo lei, a cosa è dovuto il degrado (se così si può chiamare) nella politica estera degli USA? Capisco gli interessi in Europa, ma mi pare che sia solo da qualche anno che vengono messe apparentemente in atto politiche così sfavorevoli agli alleati europei. Mi sbaglio io o secondo lei è cambiato qualcosa al di la dell’Atlantico?

     
    • Federico Dezzani il said:

      Chiunque può governare un Paese in tempi di vacche grasse, ma ci vogliono dei geni per gestire il declino. L’impero americano ha imboccato la parabola discendente con il fallimento di Lehman Brothers e da allora (2008) le amministrazioni americane non hanno che accelerato il collasso: la politica del caos in MO ed Europa, se è buona sulla carta a Londra e Washington, in pratica allontana tutti gli alleati nel medio periodo e permette a Paesi come Iran e Russia di agire come le forze del bene contro l’asse del male (quello angloamericano). Il prossimo presidente americano, al 70% Hillary Clinton, darà il colpo finale.

       
      • Spumeti il said:

        Grazie per la risposta. Capisco che servano geni per gestire il declino, ma questi, se davvero le cose stanno come sembra, sono degli idioti completi.

         
  3. Mi chiedo sempre cosa faccia la Cina in mezzo a tutto questo marasma. Non viene neanche mai nominata dai media mainstream ma neanche dalle fonti alternative. Certo non credo possa pensare di tenersi completamente fuori da tutto ciò. Prima o poi andranno a bussare anche alla sua porta. Forse aiuta la Russia economicamente e con attrezzature…

    La leggo sempre con grande piacere.

     
    • Federico Dezzani il said:

      Per forza la Cina interverrà, perché se la Russia cade, lei è la prossima sulla carta geografica. Sono infatti tre i fronti su cui gli angloamericani stanno conducendo le operazioni: Ucraina, Medio Oriente e Mar Cinese del Sud. Per carenza di tempo ed essendo quello meno “interessante” per l’Italia dal punto di vista geopolitico, il terzo teatro lo tralasciamo sempre, ma è importante quanto gli altri e sarà il “fronte est”, quello pacifico.

       
  4. Antonino Allegretti il said:

    Caro Dezzani non inserisca notizie false nei suoi peraltro magnifici articoli. Il Pontefice e svariati prelati hanno denunciato i massacri, soprattutto di cristiani, che avvengono in Siria e Iraq. Era sufficiente da parte sua cercare con Google le due parole “Bergoglio e Siria” e viene trovata una gran quantità di appelli pontifici in merito. Gliene riporto uno del 26 ottobre 2015:
    http://www.lapresse.it/cronaca/appello-del-papa-alla-comunita-internazionale-per-la-pace-in-iraq-e-siria-1.784171

     
    • Federico Dezzani il said:

      Poco……troppo poco per non alienarsi le comunità cristiane locali. La Chiesa ortodossa scalzerà Roma in tutto il Levante: più affinità religiose e soprattutto maggiore sostegno, di tutti i tipi, anche militare! Molte comunità ortodosse si sono trasformate in milizie a fianco del SAA.
      I vescovi di Roma hanno fatto una scelta geopolitica ben precisa e le loro sorti sono ormai legate alle fortune di Washington. Non si scappa, mi spiace.

       
  5. Barbara il said:

    Caro Federico, mi piacerebbe sapere la tua opinione su come si inserisce in questo quadro di disfacimento europeo, declino americano e venti di guerra, l’invasione dei migranti che sicuramente, se non pilotata (come credo) è quanto meno fortemente incoraggiata dalle elites.
    Quale sarebbe lo scopo secondo te?
    Grazie

     
    • Federico Dezzani il said:

      la strategia di Washington e Londra per fronteggiare il collasso dell’impero angloamericano consistente nel destabilizzare il continente euroasiatico in modo da impedire che una nuova potenza riempi gli spazi lasciati liberi e si sostituisca come potenza egemone. Le direttrici della destabilizzazione sono Medio Oriente, Europa dell’est e mare cinese del Sud. Se, come sta accadendo in Siria ed Iraq, una potenza sconfigge il caos e si afferma come dominante, aumentano le probabilità di una guerra convenzionale, come estremo tentativo di bloccare la creazione di un nuovo ordine non più anglosassone-centrico. Non sono poi nati gli auspicati Stati Uniti d’Europa e questo è un altro problema strategico, perchè consente a Mosca di attrarre verso sé ampie porzioni del continente, che altrimenti sarebbero finite nel sistema atlantico.

       
      • Barbara il said:

        Quindi secondo te è una strategia di destabilizzazione… ma funziona solo per l’Europa, visto che la Russia è del tutto impermeabile. Non solo: a me sembra che il lancio dell'”operazione invasione”, visto in quest’ottica, sia piuttosto tardivo dato che risale ad appena quest’estate quando un sacco di posizioni cominciavano già ad essere delineate.
        Per finire, mi pare strano che si crei così artificialmente un potenziale focolaio di guai in Europa, che qualora dovesse cadere preda di rivolte interne sarebbe un’alleata inaffidabile su altri scenari. Spero che mi sono capita… 😛

         
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