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Dinamiche geopolitiche del 2021

Il 2020 è stato e rimarrà indissolubilmente legato all’epidemia di Covid-19: il semplice fatto che quest’evento “imprevedibile” si inserisca nelle direttrici geopolitiche già visibili all’inizio dell’anno e anzi le esasperi, lascia pochi dubbi sull’origine dolosa del virus. Lo scacchiere internazionale si sta frantumando secondo linee sempre più precise ed è possibile, dall’Estremo Oriente all’Europa,  formulare precise previsioni sui prossimi sviluppi mondiali, in un contesto solo apparentemente dominato dal caos: la dialettica terra-mare è sempre più evidente.

Tante conferme e poche sorprese

Giunti alla fine del 2020 è il momento di riprendere in mano l’analisi geopolitica formulata alla fine dell’anno precedente, verificarne la validità ed estenderla in prospettiva al nuovo anno in ingresso. Sebbene ci costerà più di un’accusa di temerarietà, affermiamo che l’incredibile “resilienza” dell’analisi geopolitica formulata un anno fa è la miglior prova che tutto ciò che si è verificato nel frattempo è stato uno sviluppo, più o meno prevedibile, dell’analisi medesima: epidemia di Covid-19 compresa. Procediamo con ordine. Il primo passo consiste nel ricordare la “matrice” sottostante al sistema internazionale, che consente di spiegare fenomeni apparentemente casuali, metterli in relazione tra loro e prevedere con una buona approssimazione cosa riservi il futuro: tale matrice geopolitica è, ovviamente, basata sull’antichissima dialettica terra-mare. La Cina, sempre più lanciata verso il primato economico mondiale, sta “organizzando” quella che Mackinder definì nel 1919 l’Isola-mondo, ossia la massa afro-euro-asiatica, con una serie di infrastrutture e accordi economici che fanno di Pechino il fulcro del nuovo sistema internazionale in nuce. Russia, Turchia, Iran e Germania sono i principali attori euro-asiatici che, pur conservando una precisa identità ed una loro agenda politica, si possono definire complementari al grande disegno geopolitico cinese. Sul versante opposto, si collocano invece le potenze marittime anglosassoni, il cosiddetto Five Eyes (più Israele), il cui obiettivo primario è, come sempre, evitare che una potenza continentale organizzi a suo favore l’Isola Mondo, spostando definitivamente il baricentro della politica mondiale dal Mare alla Terra (col maiuscolo si intendono le rispettive “Weltanschauung” delle due diverse tipologie di potenze). Francia, Arabia Saudita, Giappone e sopratutto l’India sono le potenze che, secondo una consolidata prassi geopolitica, si prestano maggiormente ad essere cooptate dagli anglosassoni in funzione anti-continentale. Questa era la matrice alla base dell’analisi predittiva del 2020 e tale rimane per gli anni a venire.

Un anno fa non potevamo certamente prevedere che il 2020 sarebbe stato segnato dall’epidemia di Covid-19, che ha stravolto la vita di tutte le nazioni: il semplice fatto però che l’epidemia si “incastri” alla perfezione nell’analisi, corrobora la nostra tesi che si tratti di un’arma batteriologica impiegata all’interno di una cosiddetta “guerra ibrida”. Epicentro dell’epidemia è stata, nelle prime battute della crisi, la Cina, la cui destabilizzazione era ed è il principale obiettivo delle potenze marittime; l’epidemia ha favorito il tentativo angloamericano di affossare l’economia globalizzata (volume del commercio mondiale in netta contrazione, sospensione dei voli aerei, netto calo dei trasporti marittimi, etc) considerata ormai un moltiplicatore della potenza cinese; l’epidemia ha messo a durissima prova l’Unione Europea e l’eurozona, aumentando le divergenze tra le aree periferiche (più colpite anche in termini di epidemia, si vedano Spagna e Italia) ed il nocciolo costituito dalla Germania: tutte dinamiche già visibili a inizio anno e soltanto accentuate dal virus. Al termine del 2020 si può affermare che la Cina abbia superato egregiamente la prova del Covid-19 e, forte delle sue prestazioni economiche (Pechino sarà l’unica grande economia a registrare una crescita del PIL anche nel 2020) il Dragone si stia prodigando per tenere in vita la globalizzazione, esercitando un’azione contraria a quella delle potenze anglosassoni: a novembre, la Cina è riuscita infatti a mettere a segno un importantissimo risultato con la firma del Partenariato Economico Globale Regionale (RCEP) che crea un’area di libero scambio estesa a Cina, Giappone, Sud-est asiatico e persino ad Australia e Nuova Zelanda. Si attende inoltre tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 la firma di un analogo accordo commerciale tra Cina ed Unione Europea (Comprehensive Agreement on Investment- CAI) che dovrebbe confermare la capacità di Pechino di difendere il libero scambio, perlomeno di basi continentali o trans-continentali, sventando la manovra statunitense di erigere dazi e barriere per obiettivi politici.

Nell’analisi di fine 2019, avevamo preconizzato una “No deal Brexit” che avrebbe dovuto innescare una nuova fase dell’eurocrisi, colpendo sopratutto l’Italia in quanto anello debole dell’eurozona. La No deal Brexit sarebbe stata senza dubbio la scelta preferita da Londra, se non fosse che le disastrose prestazioni economiche dell’Inghilterra (PIL a -11% per il 2020) hanno reso troppo costoso ricorrere “all’opzione nucleare”. L’Inghilterra ha quindi abbandonato l’Unione Europea con un accordo strappato negli ultimi giorni dell’anno, sancendo la fine di un “matrimonio” che risale al 1973: la scommessa di Londra, che insieme a Washington è sempre stata il regista occulto dietro il processo federativo europeo, è che l’Unione Europea non sopravviva a lungo al suo addio e che, al contrario, il suo esempio serva ad accelerare la dissoluzione della stessa. Le ragioni di tale “voltafaccia” anglosassone nei confronti della UE, ben visibile anche nella politica estera statunitense, è dovuta alla convinzione che il progetto europeo si stia ormai rivelando dannoso per l’asse anglo-americano, a causa della connaturata tendenza della Germania a convergere verso Russia e Cina. Il 2020 ha infatti sancito il definitivo decollo delle linee ferroviarie transcontinentali che uniscono la Germania alla Cina, via Russia, e la ferma volontà tedesca di portare a termine il Nord Stream 2, nonostante le minacce americani e colpi bassi come il caso Navalny, non ha fatto che confermare la scarsa affidabilità “atlantica” di Berlino. Quanto all’Unione Europea, se è vero che è sopravvissuta all’acuta crisi politica legata al piano di rilancio economico e alimentata dall’Inghilterra attraverso i suoi clienti, resta da vedere se sarà in grado di superare anche i prossimi choc economici: Italia e Spagna appaiono infatti sempre più come il “ventre molle” dell’eurozona, ulteriormente indebolite dall’epidemia che ha causato una violentissima contrazione dell’economia ed una parallela esplosione del debito pubblico (PIL italiano a -9% nel 2020 e debito pubblico/PIL ormai superiore al 160%). Il default dell’Italia rimane la migliore opzione della finanza angloamericana per scardinare l’eurozona e la UE.

Altrettanta attenzione meritano i rapporti franco-tedeschi perché, al di sotto dell’intesa di facciata tra Macron e Merkel, Germania e Francia sono ormai due cavalli che tirano il carro in direzione opposta. Se le simpatie sino-russe della Germania sono evidenti, la Francia sembra sempre più  incline a collaborare con la strategia “anti-continentale” delle potenze marittime anglosassoni, con un focus particolare al Mediterraneo. La Francia non ha nascosto il suo fastidio per il Nord Stream 2; i legami militari tra Francia ed India si sono intensificati nel corso del 2020 con la vendita di moderni armamenti; Parigi ha anche scatenato le ire cinesi siglando un contratto per la vendita di armi a Taiwan. È però sopratutto nel ristretto bacino mediterraneo che le mosse francesi lasciano intendere una sempre più marcata convergenza francese verso gli USA e l’Inghilterra che, ricordiamo, costituisce il principale alleato militare europeo di Parigi in virtù dei trattati di Lancaster House siglati nel 2010. Nel Mediterraneo, la Francia sta infatti emergendo come il capofila della coalizione marittima (estesa a Grecia, Egitto, Israele ed Arabia saudita) per contenere la crescente potenza della Turchia, formalmente membro NATO, sempre più legata però a Cina e Russia attraverso accordi di cooperazione militare ed economica. Il 2020 è infatti stato anche l’anno del primo convoglio ferroviario Turchia-Cina, via Caucaso, ed è stato altresì l’anno delle sanzioni americane ad Ankara per l’acquisto del sistema missilistico difensivo russo S-400. La Turchia, storicamente legata da forti legami economici e culturali con la Germania, costituisce un’altra insidiosa frattura nelle relazioni franco-tedesche e rappresenta senza alcun dubbio un dossier di rilevanza continentale. Si noti, en passant, che sul finire del 2020 Cina, Russia, Germania e Turchia sono tutte sotto sanzioni o a rischio di sanzioni americane. UE e NATO sono sempre più scorze vuote, senza alcuna sostanza dietro.

Si è detto del rafforzamento delle relazioni militari tra Francia ed India: New Delhi, secondo la classica geopolitica mackinderiana, sta infatti riemergendo come il pilone asiatico delle potenze marittime anglosassoni in funzione anti-continentale. I tempi dell’impero britannico e delle divisioni anglo-indiane schierate dall’Egitto alla Birmania sono certamente finiti, ma Londra e Washington stanno tentando di “rivalutare” l’India per la loro strategia ricorrendo al nazionalismo hindù e, in particolare, al premier Narendra Modi: USA, Inghilterra e Francia stanno via via rafforzando la cooperazione economica-militare col sub-continente indiano in vista di una centralità sempre maggiore del settore indo-pacifico. Se i legami tra l’India e l’Occidente si intensificano, quelli tra Russia ed India si fanno sempre più rarefatti: non si dimentichi che “la marcia sull’India” era la massima ambizione degli strateghi russi durante il Grande Gioco, quando l’accesso di San Pietroburgo ai mari caldi era ostacolato proprio dagli inglesi installati nel sub-continente indiano. In direzione opposta all’India si sta ovviamente muovendo anche il Pakistan che ha partecipato insieme a Cina, Birmania, Bielorussia ed Armenia alla esercitazioni militari russe svoltesi nel Caucaso nel mese di settembre: un evento da tenere bene a mente, perché quasi certamente costituisce il primo abbozzo di coalizione militare euroasiatica. Grande significato assume anche la presenza  alle esercitazioni della Birmania/Myanmar, già recentemente esposta alla gogna mediatica per la vicenda dei Rohingya: l’ex-dominio britannico ha una rilevanza geopolitica di primo piano, in quanto attraverso il suo territorio la Cina può affacciarsi, costruendo moderne infrastrutture, all’Oceano Indiano, aggirando Singapore e lo Stretto di Malacca che certamente costituiscono una linea di difesa di primaria importanza per le potenze marittime anglosassoni.

Unito da legami economici e militari sempre più stretti con Cina e Russia (si ricordino le esercitazioni navali congiunte del dicembre 2019) è infine l’Iran: le ultime settimane del mandato di Donald Trump sono vissute con grandissima trepidazione in tutto il Medio Oriente, perché è concreto il rischio di una possibile azione militare statunitense contro l’Iran, col pretesto di distruggere i siti nucleari. L’enigmatico rifiuto di Trump di rifiutare l’esito delle elezioni che hanno decretato la vittoria dello sfidante democratico, l’accusa di brogli ed il recentissimo cambio ai vertici della Difesa statunitense potrebbero essere infatti il preludio di un blitz in Medio Oriente, così da compromettere irreparabilmente il mandato del successore. Qualora le prime settimane del 2021 dovessero segnare un’escalation della tensione in Medio Oriente, più che “colpo di testa” di Donald Trump, si dovrebbe però parlare di deliberato e scientifico tentativo angloamericano di destabilizzare l’Iran, in quanto componente sempre più importante del blocco continentale esteso a Russia e Cina. Una guerra contro l’Iran, infatti, non farebbe che esacerbare al massimo le dinamiche sullodate.

Per concludere la trattazione, è infine ormai doveroso soffermarsi anche sul Corno d’Africa che costituisce la saldatura tra Mediterraneo ed Oceano Indiano via Mar Rosso: la Cina vi sta costruendo ferrovie e dispone della base navale di Gibuti, Turchia e Russia stanno rafforzando la loro presenza navale rispettivamente in Somalia e Sudan. Nel pieno dell’epidemia di Covid-19 avevamo ipotizzato una rapida propagazione del virus nella regione data la sua sensibilità strategica: il virus si è diffuso, ma è stato eclissato nelle ultime fasi dell’anno dallo scoppio della guerra civile in Etiopia, che sta gettando il Paese in una spirale di crescente violenza. Il nostro articolo dedicato al Corno d’Africa merita di essere attentamente letto, perché contiene la descrizione della geopolitica, sempre più importante, del settore indo-pacifico, dove ad un arco d’espansionismo euroasiatico “concavo”, corrisponde un arco di contenimento “convesso” delle potenze marittime anglosassoni, esteso dalla Réunion francese all’Australia e incentrato sull’India. Fuori dall’Isola Mondo, merita infine un veloce richiamo l’Argentina, l’unico Paese sudamericano che, complice anche la sua geopolitica (la questione della Malvinas/Falkland), si è storicamente dimostrato incline a stringere legami con gli “sfidanti” del sistema internazionale, ossia con gli avversari delle potenze anglosassoni: ebbene, Buenos Aires è mantenuta da decenni in un costante stato di debolezza attraverso la leva finanziaria e la prospettiva di ciclici default. Italia e Spagna dovrebbero studiare con attenzione il “caso argentino”, perché con gli stessi strumenti Washington, Londra e Parigi intendono assicurarsi il pieno controllo del Mediterraneo.

In conclusione, il 2021 segnerà un ulteriore salto nel conflitto tra Terra e Mare, con il consolidamento dei blocchi: entro la primavera, dovrebbe essere disponibile “Le Pan-regioni 1919-1949. Dalla stasi al movimento”, il secondo tomo dedicato alla geopolitica del Novecento. Al suo interno si troveranno preziosissime indicazioni per capire gli sviluppi dei prossimi anni: dopotutto, il planisfero non è cambiato e le forze in campo sono sempre le stesse.