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Avvelenamento Navalny: obiettivo Nord Stream 2

Il 20 agosto una nuova tempesta mediatica ha oscurato i cieli della Russia: a bordo di un aereo decollato dalla Siberia e diretto a Mosca, il noto dissidente Aleksej Navalny è stato vittima di un presunto grave avvelenamento. Su richiesta dei suoi collaboratori, Navalny è stato prontamente trasferito in Germania per le cure mediche: come facilmente prevedibile il caso, che presenta fortissime analogie con l’omicidio di Giulio Regeni, si è dimostrato l’ennesimo tentativo angloamericano per il sabotaggio del Nord Stream 2. Il ruolo della Germania nel panorama internazionale.

Il temutissimo abbraccio russo-tedesco

Qualche colpo basso Germania e Russia, le due estremità di quel Nord Stream 2 tanto odiato dagli angloamericani, dovevano certamente attenderselo: per capire il clima che circonda l’infrastruttura energetica che incarna il temutissimo abbraccio russo-tedesco (abbraccio per cui Londra e Washington hanno combattuto ben due guerre mondiali), è sufficiente dire che, nella fase di ultimazione dei lavori, Mosca aveva ritenuto opportuno che le navi coinvolte nei lavori nel Mar Baltico fossero scortate dalla flotta militare. Un provvedimento precauzionale, quello russo, che arrivava al culmine di pressioni sempre maggiori esercitate da Washington (Londra, non ha più il peso economico per certi giochi e si limita a prestare il Secret Intelligence Service) per tentare di affossare il progetto che rischia di trasformare la Germania nel maggiore hub europeo di gas russo, “prendendo alle spalle” la Polonia schierata su posizioni sempre più atlantiche ed autoritarie: per la prima volta dal termine dalla guerra, gli USA avevano infatti persino minacciato l’imposizione di sanzioni economiche qualora Berlino non avesse gettato la spugna. Se il gemello South Stream è stato facilmente affondato, grazie all’intrinseca debolezza economica e politica dell’Italia, la Germania si è sinora dimostrata molto resiliente alle intimidazioni, consapevole dell’interesse nazionale (ed europeo) a completare l’opera, che incrementa l’integrazione economica con il gigante russo e permette di svincolarsi dal metano liquido, molto più costoso, che Washington vorrebbe vendere ai suoi satelliti europei.

Che il terreno fosse dunque fertile per qualche colpo basso era chiaro già da luglio scorso: certo che nessuno avrebbe potuto immaginare che Londra e Washington ricorressero ad uno schema così simile a quello sperimentato contro l’Italia per tentare di espellere dall’Egitto l’ENI, reduce dalla scoperta del maxi-giacimento Zohr nelle acque del Mediterraneo sud-orientale: l’omicidio Regeni. La notizia del presunto avvelenamento del dissidente Aleksej Navalny ha lasciato pensare infatti, in un primissimo momento, che si trattasse dell’ennesimo tentativo atlantico di destabilizzazione della politica russa: tali considerazioni erano avvalorate dai concomitanti torbidi politici in Bielorussia, dove le capitali occidentali stavano orchestrando l’ennesima “rivoluzione colorata” dell’Est europeo per defenestrare il presidente Aljaksandr Lukashenko. Il sentore che si trattasse qualcosa di diverso è coinciso con la decisione dei collaboratori di Navalny di chiederne, appena possibile, il trasferimento in una struttura medica tedesca: il 22 agosto il noto oppositore russo, più volte incensato dalla stampa occidentale in questi anni per la sua strenua opposizione al governo, è stato infatti caricato su un costoso Bombardier Challenger 604 privato per essere trasportato in Germania. Certo, nei primi giorni, quando i riflettori erano ancora puntati sulle condizioni di salute del paziente, era difficile intuire quali sarebbero stati i risvolti della vicenda, tuttavia, le prime richieste di “chiarimenti” da Berlino a Mosca hanno subito creato lo stesso clima dell’omicidio di Giulio Regeni e le stesse sensazioni: che, cioè, l’obiettivo della manovra, la classica operazione da servizi segreti inglesi, non fosse la destabilizzazione del governo russo, bensì il Nord Stream 2.

Sono stati infatti sufficienti una decina di giorni, il tempo minimo perché il polverone attorno al caso Navalny si posasse, perché la stampa e gli esponenti politici tedeschi (ogni Paese europeo ha i propri “La Repubblica” ed i propri “Roberto Fico”) prendessero di mira il gasdotto, chiedendone la revisione, se non la sospensione tout court: l’azione di contrasto angloamericana al Nord Stream 2 da esterna (sanzioni, minacce di ritorsioni politiche, etc.) si è spostata sul piano interno, venendo “subappaltata” ai tanti lanzichenecchi che popolano Parlamenti, tv e giornali. Tra i massimi sostenitori della necessità di sospendere il gasdotto sull’onda del caso Navalny figura, ad esempio, il presidente dalla commissione per gli Affari Esteri del Bundestag, il cristiano-democratico Norbert Röttgen, che quasi certamente ha ottenuto tale carica grazie alla sua affiliazione all’Atlantik-Brücke, l’organizzazione con cui Londra e Washington (e Tel Aviv) selezionano i profili politici più consoni ai loro interessi. Se buona parte della CDU e dei Verdi premono per la sospensione del progetto, molto più prudente è invece la SPD, che mantiene solidi e datati legami con la Russia che risalgono all’Ostpolitik di Willy Brandt, e sopratutto la cancelliera Angela Merkel, cui sarà certamente chiara la dinamica dell’accaduto: essere cancellieri in Germania significa, infatti, per qualsiasi figura, tenere bene a mente i desideri e la volontà del mondo industriale, da cui dipendono la prosperità e la forza del Paese. Sia la Confindustria tedesca (BDI) sia le organizzazioni economiche rivolte espressamente all’Est europeo e allo spazio economico euro-asiatico (Ost-Ausschuss der Deutschen Wirtschaft) si sono infatti a più riprese espresse a favore della continuazione dei lavori e contro le sempre più insostenibili ingerenze statunitensi.

Il caso Navalny sancirà la fine del Nord Stream 2, come sperano gli angloamericani ed i loro prezzolati politici e giornalisti? Propendiamo per il “no”, anche alla luce del caso Regeni che, pur danneggiando seriamente le relazioni italo-egiziane, non è riuscito, come auspicato da Londra, a far sì che l’ENI abbandonasse il maxi-investimento da 7 miliardi di euro nel Paese mediorientale. Alla base della nostra affermazione, oltre la recente esperienza dell’ENI in Egitto, giocano sopratutto le dinamiche geopolitiche di fondo, ormai troppo forti per essere fermate da un caso Navalny. Dal 2011 almeno (astensione tedesca al Consiglio di sicurezza dell’ONU sulla risoluzione per l’intervento militare in Libia), la Germania si sta sempre più spostando verso Oriente, secondo quelle stesse logiche di espansione economica che già contraddistinguevano la Germania di inizio Novecento. Cina (ormai lanciata verso il primato economico mondiale) e Russia (sempre complementare all’economia tedesca) sono considerati ottimi sostituiti al mercato statunitense, tanto più che i due Paesi, a differenza degli angloamericani, offrono a Berlino uno status di potenza non più subalterna. Tale dinamica è perfettamente nota agli strateghi occidentali che, non a caso, hanno sinora adottato contromisure che vanno ben oltre l’avvelenamento di Navalny: la “nazionalizzazione” della Polonia, sempre più spostata su posizioni anti-russe e a tratti anti-tedesche, e la “ri-atlantizzazione” della Francia (dove gli ultimi echi del gollismo sono ormai morti e defunti) che, dalla Libia all’attuale disputa greco-turca nel Mediterraneo orientale, sta assumendo posizioni sempre più marcatamente subalterne alla strategia angloamericana e distanti da quelle tedesche. La rottura del motore franco-tedesco avverrà, ormai è certo, su iniziativa francese. Non si può che concludere dicendo che la geopolitica mackinderiana, basata sulla dialettica terra-mare, sta acquistando una centralità sempre maggiore.