Il significato del papa americano

Con l’elezione a vescovo di Roma dell’americano Robert Francis Prevost, si conclude la migrazione del potere papale dall’Europa centrale agli Stati Uniti d’America, iniziata con la brusca interruzione del papato di Joseph Ratzinger e la conseguente nomina dell’argentino Jorge Bergoglio, che ha preparato il terreno ad una svolta impensabile fino a pochi decenni fa. Con Prevost, USA e UK assumono il controllo della più importante autorità morale-religiosa europea, proprio nel momento in cui il continente, incuneato tra la guerra russo-ucraina e la crescente ostilità politico-economica degli USA, lotta per conservare l’unità.

Il papa dell’imperatore declinante

Normalmente ci occupiamo solo di questioni mondane, che forniscono già sufficiente materiale d’analisi, lasciando ad altri quelle ultraterrene. Per l’elezione dello statunitense Robert Francis Prevost a vescovo di Roma, faremo però un’eccezione, trattandosi di una nomina dal fortissimo significato geopolitico, sia per la nazionalità del nuovo pontefice, sia per la congiuntura internazionale in cui avviene, sia per il percorso alquanto “accidentato” che l’ha resa possibile. Fino a pochi anni fa, tale scelta sarebbe stata impossibile, vuoi perché il papa di una superpotenza difficilmente avrebbe potuto apparire “neutrale” o “equidistante” nell’agone internazionale, vuoi perché, benché la comunità cattolica americana fosse un’importante fonte di risorse finanziarie, i rapporti USA-Vaticano erano gelidi: per ben 116 anni, Washington ed il Vaticano non avevano intrattenuto relazioni diplomatiche formali e solo nel 1984, in un contesto per niente facile (la Guerra Fredda, lo scandalo del Banco Ambrosiano, la guerra alle Malvine, la necessità di finanziare Solidarnosc in Polonia), papa Karol Wojtyla si decide, infine, a scambiare gli ambasciatori.

Già, papa Karol Wojtyla, eletto al soglio petrino nel 1978, grazie al decisivo appoggio dei cardinali di lingua tedesca, consapevoli che l’appeasement dell’era Nixon-Breznev stesse giungendo alla fine e servisse quindi un papa “forte” per affrontare la seconda ed ultima parte della Guerra Fredda: tra Polonia e Germania, il pontificato sarebbe stato per i successivi 35 anni, considerato che a Wojtyla sarebbe poi subentrato il tedesco Joseph Ratzinger, “capo dell’Inquisizione” durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Uno dei principali avversari di Ratzinger nella veste di segretario della Congregazione per la dottrina della fede era stato il cattolicesimo sudamericano intriso di marxismo, molto incline ad agire in sintonia con l’Inghilterra per la destabilizzazione politica del continente centro e sud-americano. Da questo cattolicesimo “marxista” emerge l’argentino Jorge Mario Bergoglio che, grazie al decisivo appoggio angloamericano (è sufficiente ricordare le simpatie del radicale ed anglofilo Eugenio Scalfari per il papa argentino), è paracadutato ai vertici della Chiesa cattolica romana in una maniera alquanto rocambolesca ed inusuale, tanto che fino alla morte di Ratzinger avrebbero convissuto due pontefici, sebbene uno segregato ed uno pubblico. L’elezione al soglio petrino dell’argentino Bergoglio, nel marzo 2013, è la svolta decisiva: il papato migra dal cuore (Heartland) dell’Europa alle Americhe (la mezzaluna insulare) ed è sufficiente attendere ancora solo un papato perché la nomina tocchi agli Stati Uniti d’America, potenza marittima ed imperiale per eccellenza. In particolare, Bergoglio si è assicurato che l’americano Prevost emergesse al conclave affidandogli la carica di prefetto del dicastero dei vescovi, una posizione che assicura un ottimo controllo sui quadri medio-alti della macchina cattolica.

Washington e Londra, tramite Prevost, hanno quindi assunto pieno controllo della Chiesa cattolica romana, vincendo quel braccio di ferro che, sotto il pontificato di Wojtyla, aveva innescato diversi momenti di tensione diplomatica, in occasione di molte crisi internazionali (Argentina, Iraq, Bosnia, Libia, etc.). Di più. Washington e Londra hanno assunto il controllo della più importante (sebbene declinante) autorità morale-religiosa europea in una delicatissima fase internazionale in cui il continente europeo, culla della Chiesa cattolica, si trova preso tra due fuochi. Sul fronte orientale, imperversa la guerra russo-ucraina ed il presidente Vladmir Putin non vede l’ora di raggiungere un accordo con “l’alleato” Donald Trump in funzione anti-europea; sul fronte atlantico, gli USA stanno mostrando una crescente ostilità nei confronti dell’Europa, sul versante economico (dazi) e sul versante politico-militare (minaccia di occupare la Groenlandia che appartiene alla corona danese). Incuneata tra due poli ostili, angloamericani e russi, che flirtano apertamente tra di loro, l’Europa lotta per accrescere o perlomeno conservare l’unità, in vista della prossima burrasca (si veda il massiccio e storico riarmo varato dalla Germania). In questo quadro, un papa “europeo” si sarebbe certamente prodigato (come Benedetto XV durante la Prima Guerra Mondiale) per appianare le divergenze europee e facilitare una cooperazione continentale in vista dei prossimi avvenimenti. Da un papa nordamericano, è lecito invece supporre che non verrà alcun sincero invito in tal senso e che, in nome del più becero “pacifismo”, saranno invece assecondate le mire ostili di Russia, Inghilterra ed USA in funzione anti-europea. Sarebbe eccessivo dire che la nomina dell’americano Robert Prevost al soglio petrino cambi la storia, ma è sicuramente una variabile in più da considerare nei prossimi calcoli europei.

Nel frattempo, stiamo precedendo col nostro lavoro “Terra contro Mare: studio di un ciclo 1949 – 2049”, dove, ovviamente, sono anche trattate con più spazio e dovizia di particolari le tematiche del Vaticano e della lotta tra Germania e USA per equilibri della Chiesa da Wojtyla in avanti.