Assad cade, il Nuovo Ordine avanza

A distanza di nove settimane dall’assassinio del leader di Hezbollah, il Medio Oriente è sconquassato da un nuovo evento: il presidente siriano, Bashar Assad, è rovesciato dai ribelli sunniti, calati dal confine turco a Damasco con una fulminea campagna di dieci giorni. Più che combattere, gli insorti hanno il riempito il vuoto di uno Stato che è letteralmente evaporato, a causa all’eclissi di Russia e Iran. Il “Nuovo Ordine” di Bibi Netanyahu avanza e, per la prima volta dalla nascita dello Stato d’Israele, al ridosso dei confini israeliani c’è ora la Turchia.

E Tel Aviv ed Ankara si toccarono…

Il primo ministro Bibi Netanyahu aveva definito “Nuovo Ordine” l’operazione militare dello scorso settembre, che era culminata nello smantellamento de facto del partito-milizia Hezbollah e nell’uccisione del suo leader carismatico, Hassan Nasrallah. Il nome dell’operazione, come abbiamo scritto in una nostra profetica analisi a poche ore dall’assassino di Nasharallah, sottintendeva la nascita di un nuovo assetto geopolitico mediorientale: dando il proprio via libera alla distruzione di Hezbollah, l’Iran degli ayatollah chiudeva la “joint-venture” israelo-sciita aperta 40 anni prima e si riavvicinava tacitamente ad Israele, anche grazie alla mediazione della Russia di Putin, in vista del prossimo comune obiettivo: la Turchia di Recep Erdogan.

Nell’analisi di nove settimane fa, non accennammo alla Siria di Assad, anche se inevitabilmente era l’ultimo “residuato” di un assetto geopolitico destinato a scomparire. La velocità con cui il fattore Siria è scomparso, è stata comunque superiore a qualsiasi possibile previsione. In circa nove settimane dalla distruzione di Hezbollah, il “Nuovo Ordine” immaginato dagli strateghi israeliani ha assunto la forma definitiva, cancellando l’ultimo avamposto sciita-iraniano nel Levante. Partendo dal nord della Siria, dalla zona sotto controllo turco, gli insorti sunniti hanno lanciato una fulminea offensiva che in pochi giorni li ha portati da Aleppo (27 novembre) a Damasco (7 dicembre), decretando la fine di Bashar Assad, fuggito all’estero, ed il collasso del regime alauita al potere dal 1971. Più che un’offensiva, è stata una marcia a tappe, poiché le forze armate governative si sono letteralmente sciolte come neve al sole, constatando che sia la Russia che l’Iran avevano abbandonato il loro protetto, dopo averlo difeso per tredici anni di guerra civile.

Il cambiamento è davvero epocale, se si considera come è mutato l’assetto mediorientale dalla Guerra Fredda ad oggi. Fino al 1989, la Turchia, il cui “laicismo” era difeso dall’esercito con ciclici colpi Stato, era circondata dal blocco russo-sovietico: comunista era la Bulgaria, comunista era la sponda settentrionale del Mar Nero, comunista era il Caucaso, filo-sovietici erano la Siria e l’Iraq. In questa cornice, Turchia e Israele potevano e dovevano andare d’accordo. Si prenda ora la situazione all’8 dicembre 2024. La Turchia vive ormai da anni un risveglio islamico e la religione ha rubato molti spazi alla laicità: per ricostruire l’impero, serve infatti il cemento di Maometto. La Siria, come fattore di potenza, è scomparsa e, con lei, l’influenza della Russia nella regione: per la prima dal 1948, anno della nascita dello Stato d’Israele, Ankara e Tel Aviv quindi “si toccano”. In questa nuova cornice è altamente improbabile che Israele e Turchia, i cui rapporti sono peraltro in costante peggioramento dai tempi dell’attacco alla Freedom Flotilla del 2010 e resi incandescenti dalla guerra a Gaza, vadano in sintonia. Tutto, al contrario, lascia invece supporre che Israele si allei nel medio periodo con le altre due potenze uscite ridimensionate dall’espansionismo turco: Russia e Iran, che stanno lentamente ma inesorabilmente entrando in contrasto con la Turchia anche nel Caucaso, più fluido che mai. La caduta di Bashar Assad conferma quindi la nostra analisi circa la prossima formazione di un’alleanza israelo-russo-iraniana per tentare di distruggere uno dei rinascenti imperi del Rimland euroasiatico: quello ottomano o neo-ottomano. Ed Ankara, affronterà da sola questa sfida? Quasi certamente no, ma non è questa la sede per affrontare l’argomento.

In questa vicenda, bisogna soltanto ancora chiarire la posizione americana. Tempi di crisi richiedono capacità di sintesi ed è perciò sufficiente riportare le parole del ministro della Difesa in pectore degli Stati Uniti, Pete Hegseth, da poco nominato da Donald Trump: “Perché la Turchia islamica è membro della NATO? Il suo presidente sogna apertamente di ricreare l’impero ottomano”. Alla coalizione israelo-russo-iraniana, si possono quindi aggiungere anche gli Stati Uniti d’America…