Un popolo, un’auto, una rappresaglia

Anno movimentato per il gruppo Volkswagen: prima un bilancio dagli utili record ed il traguardo da primo produttore mondiale in vista, poi la notizia delle centraline manipolate che nel giro di pochi giorni brucia metà della capitalizzazione in borsa. Ad innescare lo scandalo è la statunitense Environmental Protection Agency che accusa i diesel tedeschi di emettere ossidi d’azoto oltre i limiti consentiti: le teste dei vertici di Wolfsburg cadono e l’affidabilità teutonica incassa un duro colpo. Scrupolosità ambientalistica delle agenzie americane? Sgambetto industriale? No. Come lo scandalo FIFA, la “scoperta” di illeciti su cui si è sempre chiuso un occhio, ha finalità politiche. Berlino, nonostante la gestione di Angela Merkel, è per gli americani l’incognita dirimente. Se la Germania si sganciasse dal blocco atlantico, Washington perderebbe il teatro europeo e, di conseguenza, l’egemonia globale.

Ein Volk, ein Wagen, ein Skandal

Diesel e Germania fanno un distico. Se si volesse una terzina, allora sarebbe Diesel, Germania e Volkswagen.

È nella febbricitante Germania guglielmina, apripista della seconda rivoluzione industriale, che Rudolf Diesel inventa un motore basato sulla compressione dell’aria: l’impiego non tarda nell’industria bellica ma bisogna attendere gli anni ’30 perché una vettura di lusso, la Mercedes-Benz W138, monti un pesante e costoso motore a gasolio. Quando Adolf Hitler affida al geniale Ferdinand Porsche la progettazione di un’auto per la motorizzazione di massa, la scelta cade non a caso su un più economico motore a benzina: sono le versioni da 1,1-1,6 litri che monta la Volkswagen Typ 1, meglio nota come il “maggiolino”. Per abbattere i costi di produzione e rendere il prezzo abbordabile, si adottano le più moderne tecniche fordiste e si erigono fabbriche ex-novo: attorno a loro nasce la cittadina di Wolfsburg, sede dell’attuale gruppo Volkswagen.

La casa tedesca segue da subito le fortune della Germania: gli impianti, convertiti ad uso bellico, crollano sotto le bombe alleate del ’44-’45. Le forze d’occupazione inglesi, resistendo alle pressioni di chi vuole “ruralizzare” la Germania sconfitta, acconsentono ad un rapida ripresa dell’attività: esportare per i tedeschi significa vivere nell’immediato dopoguerra ed il mito felice del maggiolino si afferma solo col miracolo economico. Le sorti di Volkswagen sono però ancora legate al datato modello Typ-1, inadatto alle sfide poste dalla crisi petrolifera del 1973: il decollo (che coincide con l’inizio della parabola discendente per la FIAT) passa per la Golf 1 del 1974, disegnata da Giorgetto Giugiaro.

Protetta dalla “legge Volkswagen” che ne impedisce le scalate ostili e blindata dai pacchetti azionari in mano al land della Bassa Sassonia ed i discendenti di Porsche, la casa di Wolfsburg fa da polo aggregante per l’industria meccanica, inglobando marchi (Audi, SEAT, SKODA, Bentley, Bugatti, Lamborghini, Porsche, Ducati, Scania, MAN) che consentono una diversificazione per prodotto, fascia di prezzo e Paese. Sono le proprio le vetture di lusso e la trentennale presenza in Cina (oggi secondo mercato per il gruppo) a regalare un bilancio 2014 da record: 200 €mld di fatturato, 14 €mld di utili ed il traguardo come primo produttore mondiale in vista.

Quando nel marzo del 2015 è presentato il bilancio consolidato del gruppo, le azioni Volkswagen sono scambiate a 250€ euro cadauna: la casa di Wolfsburg è all’apice del successo, specchio di una Germania sempre più sicura della propria forza economica e dell’influenza politica derivante.

Man mano che dalla Cina giungono segnali di rallentamento, le azioni di VW danni segnali di malessere, attestandosi a 170€ attorno alla metà di settembre. Poi ha inizio il bagno di sangue, un assalto speculativo in grande stile che ricalca le recenti ondate ribassiste contro il rublo e la borsa cinese. Lunedì 21 settembre le azioni perdono il 20% del valore, bruciando 14 €mld, e nell’arco di una settimana la capitalizzazione in borsa è pressoché dimezzata, con le azioni scambiate il 30 settembre a 95€.

A innescare il crollo è la notizia l’agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (EPA) ha individuato un software nelle centraline delle Volkswagen che montano i quattro cilindri 2.0 litri turbodiesel che spegne il controllo delle emissioni durante la guida e lo riaccende per i test. Il gruppo tedesco, minaccia l’EPA, rischia una multa fino a 18 $mld, 37.500$ per ognuna delle 480.000 auto incriminate1.

Immediata parte la campagna mediatica che per potenza di fuoco e soprattutto per i temi al centro del dibattito (il fallimento del sistema-paese della Germania e non i presunti danni all’ambiente provocati dal sovrappiù di emissioni di ossido di azoto – finora sconosciuto-) ha obbiettivi che trascendono la salvaguardia dell’ambiente. Trascurando che i diesel ammontino solo al 24% delle vendite Volkswagen negli USA2 e che l’inquinamento prodotto dal veicolo medio americano (10,2 Km/l3 contro i 18 Km/l dei diesel incriminati) è di gran lunga maggiore a quello prodotto dagli ossidi di azoto, è sferrato un tale bombardamento mediatico da obbligare la casa automobilistica a correre ai ripari: l’amministratore delegato Martin Winterkorn rassegna le dimissioni ed è annunciato uno “spietato repulisti” nell’azienda.

Quantificare i danni è al momento difficile: la banca svizzera Credit Suisse, per non sbagliare, stima tra i 25 ed i 75 €mld il costo dello scandalo4 paventando la necessità di un aumento di capitale per la casa di Wolfsburg.

Le vendite in America di settembre  non subiscono però flessioni (al contrario sono in aumento dell’1%5) e l’unica cifra su cui ragionare sono al momento i 18 $mld di multa minacciata dall’EPA: un importo talmente alto da far pensare ad una provocazione, utile ad alimentare la tempesta mediatica. Una società europea ha da poco pagato alla autorità americane un risarcimento da 18 $mld per disastro ambientale: è la British Petroleum che, con l’esplosione e l’affondamento della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel 2010, causò, oltre che la morte di undici persone, la più grande fuoriuscita di petrolio della storia nel Golfo del Messico6. Equiparare l’ossido d’azoto allo sversamento in mare di 500.000 tonnellate di greggio parrebbe un’offesa al buon senso.

L’inflessibilità delle autorità americane e l’accanimento dei media sono poi doppiamente sospette se paragonate ad uno scandalo che ha recentemente coinvolto un’altra casa automobilistica, la General Motors.

Nel febbraio del 2014 la GM è costretta a richiamare 800.000 auto per un difetto al blocchetto d’accensione, che ha provocato almeno 13 incidenti mortali7. Per risparmiare pochi centesimi la casa di Detroit monta infatti una molla difettosa che può ruotare la chiave sulla posizione di spegnimento mentre l’auto è in corsa, spegnendo il motore, bloccando il servosterzo e disattivando gli airbag. La reazione in borsa al comunicato dell’azienda? Nessuna. E la fortuna della General Motors è doppia, perché se la rivale tedesca è minacciata di una multa di 18 $mld per il software che sottostima le emissioni di ossido d’azoto (causa di possibili irritazioni respiratorie), il colosso americano, responsabile di non aver richiamato i veicoli pur sapendo del difetto al blocchetto almeno dal 20048, se la cava con una multa da 35 $mln9: fatte le debite proporzioni, la sanzione ipotizzata dall’EPA equivarrebbe a 500 morti per avvelenamento da ossido d’azoto, peggio di una testata chimica su un centro abitato.

Pure i media non si eccitano particolarmente per l’affaire GM che, salvo qualche sporadico accenno, finisce presto nel dimenticatoio.

Di certo non si ricorda  un attivismo pari a quello prodigato oggi da Parigi e Londra sul caso Volkswagen: impossessato da un improvviso fuoco ambientalista, il governo francese invoca un’inchiesta europea e quello britannico definisce “inaccettabili le azioni di VW”, lanciando un immediata indagine per accertare i fatti. C’è odore di sangue e nessuno vuole mollare la presa sulla casa automobilistica, sicuri di agire sotto l’ombrello americano. Il giornale della City di Londra, il Financial Times, alza ancora il tiro: “EU warned on devices at centre of VW scandal two years ago”10. L’insinuazione è consequenziale: nell’Unione Europea sotto il tallone tedesco, la casa di Wolfsburg è impunita.

È fuori di dubbio che Volkswagen abbia raggirato i controlli sulle emissioni ma a sua discolpa va detto che i limiti imposti alla casa automobilistiche sono spesso irraggiungibili11 e ciò è noto sia agli ingegneri, costretti a scervellarsi sul come frodare i controlli, sia alle autorità competenti. Alla base dello scandalo VW non ci sono scrupoli ambientalistici ma precisi obbiettivi politici: colpire l’industria chiave del manifatturiero tedesco e la sua azienda simbolo, per colpire la Germania.

Lo scandalo VW è una rappresaglia americana contro Berlino, che su troppi dossier, dall’eurocrisi alla Russia passando per il Medio Oriente, pecca di “eccesso di sicurezza”.

Berlino, il peso determinante

Il giudizio italiano sulla Germania è stato inquinato in questi anni da una strisciante retorica anti-tedesca, diffusa dai media ossequiosi alle direttive d’Oltreoceano: man mano che l’eurocrisi evolveva differentemente da come preventivato, il marcescente estabilshment italiano è stato ben felice di scaricare su Berlino (a mezzo stampa) parte delle tensioni accumulate durante l’interminabile crisi economica.

Urge quindi ricostruire un minimo di verità storica.

La Germania esce sconfitta dall’ultima guerra insieme all’Italia ed al Giappone ed alla stregua di una potenza occupato è trattata: dispiegamento permanente di forze armate statunitense, subalternità dell’apparato di sicurezza a quello angloamericano, pesanti limitazioni alla politica estera ed economica (vedi l’ostilità di Henry Kissinger alla Ostpolitik e gli accordi di Plaza del 1985 che, imponendo la rivalutazione del marco sul dollaro, misero a dura prova l’economia tedesca nel decennio successivo).

A differenza dell’Italia, la Germania è però munita di una classe dirigente compatta, istruita e conscia degli interessi del Paese, al di sopra di campanilismi e faziosità: la lunga stagione di destabilizzazione, passata alla storia come “gli anni di piombo”, è affrontata dai tedeschi con stoicismo. La Germania ne emerge nei primi anni ’90 con un manifatturiero accresciuto e risorse tali da comprarsi la DDR, mentre, al termine del terrorismo di Stato, l’Italia ha già imboccato la strada del declino, con lo smantellamento dell’economia mista tra e bombe ed assalti speculativi.

La firma del Trattato di Maastricht nel febbraio del 1992 pone le basi dell’euro. Il fatto che l’accordo sia caduto a distanza di 18 mesi dalla riunificazione tedesca ha alimentato la leggenda (comoda a qualcuno per dipingere gli europei come padroni del loro destino) che fosse stato François Mitterrand a imporre la moneta unica a Helmut Kohl per “imbrigliare” il rinato gigante tedesco. La finanza anglofona covava in realtà il progetto di una moneta unica dagli anni ’20 e se i francesi avessero voluto depotenziare Berlino, la peggiore idea possibile sarebbe stata quella di legarsi a loro in un mercato senza dogane e con una moneta comune: il sogno della Germania sin dal 1914, per impedire che i vicini tassassero i temibili prodotti tedeschi e svalutassero le loro monete, riguadagnando competitività.

La Germania quindi subisce sì l’euro (Helmut Kohl ammette che i tedeschi, se interpellati con un referendum, avrebbero sicuramente bocciato la moneta unica12) ma allo stesso tempo mantiene un’influenza notevole sulla Banca Centrale di Francoforte e, soprattutto, dispone ora di un mercato europeo senza barriere e di un enorme sistema a cambi fissi (l’euro) che consente di tosare le quote di mercato dei concorrenti (Italia in primis) ed accrescere l’attivo della bilancia commerciale.

Perché gli USA non solo acconsentono all’operazione ma addirittura la guidano? Innanzitutto la Germania resta un paese militarmente occupato e le figure apicali dello Stato sono accuratamente selezionate in base ai criteri di Washington, poi, la moneta unica non avrebbe dovuto essere fine a se stessa, bensì fonte presto o tardi di una crisi (quella attuale) che avrebbe dovuto sfociare negli Stati Uniti d’Europa, alter ego di Washington.

L’euro, come prevedibile, rende più ricca e sicura di sé la Germania, che almeno in tre riprese tenta di strappare agli angloamericani un nuovo status, non più potenza sconfitta e subalterna ma potenza alla pari.

Prima è il tentativo, fallito, da parte di Deutsche Börse di acquistare nel 2011 l’americana Nyse Euronext (bocciato dalla Commissione dietro pressione americana per presunti rischi di monopolio13); poi il tentativo del 2003, fallito, di entrare nel super-esclusivo club di spionaggio Five Eyes14 che riunisce i paesi anglosassoni (USA, UK, Nuova Zelanda, Australia, Canada); infine il tentativo, fallito, da parte dell’editore tedesco Axel Springer (di provata fede atlantica) di acquistare nell’estate 2015 il pacchetto di controllo del Financial Times. Il messaggio che gli angloamericani inviano alla Germania è chiaro: al tavolo con noi non vi sedete, restate nel mucchio con gli altri europei e pensate a risolvere la crisi dell’euro.

Gli Stati Uniti infatti si attendevano dalla Germania ben altro atteggiamento allo scoppio (atteso) dell’eurocrisi: è sicuramente apprezzata l’imposizione delle riforme secondo i rigidi dettami del neoliberismo, ma la moneta unica è presto o tardi destinata a spezzarsi se Berlino non accetta la condivisione dei debiti pubblici, la nascita di un Tesoro europeo e, a ruota, di un governo federale.

La Germania invece di imboccare la via delle federazione del continente, prima rifiuta gli eurobond nel 2011, poi si asserraglia sull’austerità che scarica tutto il peso dell’aggiustamento del regime a cambi fissi detto “euro” sulla periferia: taglia ai salari e inasprimento fiscale per uccidere l’import e riequilibrare le bilance commerciali. Quando  Alexis Tsipras, che gode del palese appoggio di Washington e Londra, minaccia di rifiutare le politiche d’austerità, i falchi di Berlino non esitano a dire: bene, la porta è quella, esci dall’euro! Solo la clamorosa retromarcia di Alexis Tsipras (testimoniando quali interessi si celano dietro i vari Syriza e Movimento 5 Stelle) evita che la Grecia abbandoni l’eurozona, sancendo la reversibilità della moneta unica.

È sintomatico l’atteggiamento di Romano Prodi, il padre italiano dell’euro, che da posizioni filo-tedesche ed anti-americane ai tempi della guerra in Iraq del 2003, si è riposizionato durante l’eurocrisi di 180 gradi ed abbraccia ora una linea anti-tedesca e filo-americana. Dice Romano Prodi in una recente intervista ad Eugenio Scalfari15:

I tedeschi non soltanto non credono negli Stati Uniti d’Europa, ma non li vogliono. Vogliono una Germania sola. Hanno accettato l’euro perché lo considerano soprattutto la loro moneta, il marco che ha cambiato nome, tant’è vero che la Bundesbank, la Banca centrale tedesca, si oppone alla politica di Draghi che invece considera l’euro come la vera moneta europea. Draghi è uno dei pochissimi che vuole gli Stati Uniti d’Europa e che utilizza gli strumenti a sua disposizione per spingere su quella strada

Rincara la dose in un’intervista all’Huffington Post16:

Il potere tedesco è arrogante. Quando arrivi a un livello di sicurezza, chiamiamola anche di arroganza, così forte, i freni inibitori sono a rischio. In Germania non c’è contraddittorio tra i vari attori sociali, c’è un sistema molto compatto. (…) Oggi con il caso Dieselgate emerge una crisi di un sistema, molto più complicata di una crisi politica che interessa solo la Merkel. (…) Non a caso le irregolarità legate alla Volkswagen sono state scoperte da un’autorità americana. La cosa è stata messa fuori da una struttura non europea.

Prodi, come gli americani, sa che l’euro è un aereo in stallo, sorretto solo dall’allentamento quantitativo di Mario Draghi e destinato a schiantarsi non appena verranno meno gli acquisti di titoli di Stato da parte della BCE (cui peraltro Berlino ha imposto che l’80% del debito acquistato finisse in pancia alle rispettive banche centrali nazionali). Quale investitore sano di mente acquisterebbe un Btp a 10 anni che rende l’1,6%, quando il Paese flirta con la deflazione, ha un rapporto debito/PIL del 140% ed istituti bancari appesantiti da 200 €mld di crediti inesigibili?

Ma i motivi di tensione tra Berlino e Washington non si esauriscono qui e spaziano dalla questione del surplus commerciale tedesco all’Ucraina, passando per il Medio Oriente.

Il primo a dissociarsi dall’appoggio di Angela Merkel al cambio di regime a Kiev è stato il potentissimo mondo dell’industria che ha interessi da difendere a Mosca ben più che a Kiev; poi è stato lo stesso governo tedesco a criticare i crescenti toni bellicistici contro la Russia del generale Philip Breedlove, responsabile del Comando delle forze armate americane in Europa (con sede a Stoccarda). Non va meglio in Medio Oriente dove la Germania, su posizioni sempre meno atlantiche e sempre più vicine ai BRICS, prima si dichiara contro l’intervento militare in Libia (con la clamorosa astensione sulla risoluzione ONU 1973 che impone la no-fly zone) poi, è storia di questi giorni, quando la Russia opta per un intervento militare risolutivo in Siria, Berlino capovolge la politica finora seguita ed afferma che Bashar Assad (la cui caduta è agognata da Washington e Tel Aviv sin dal 2011) è un interlocutore imprescindibile.

La Germania agli occhi di Washington è, per usare le parole di Romano Prodi, “arrogante. Quando arrivi a un livello di sicurezza, chiamiamola anche di arroganza, così forte, i freni inibitori sono a rischio”.

Occorre riportare all’ordine la Germania.

Ad agosto è aperta la via balcanica che, attraverso Macedonia, Serbia ed Ungheria, riversa in Austria e Germania decine di miglia di persone nel lasso di poche settimane: benché Angela Merkel si dica pronta a ricevere 800.000 immigrati all’anno (esternazione che la precipitare nei sondaggi) il Paese dà forti segnali di stress sotto l’improvvisa ondata migratoria (270.000 persone solo a settembre, più che nell’intero 201417). Non solo si moltiplicano gli attacchi dei gruppi di estrema destra contro le strutture d’accoglienza, dove peraltro aumenta la tensione tra immigrati, ma l’intero sistema di ricezione dei profughi si avvicina al punto di ebollizione: il presidente Joachim Gauck è costretto a rettificare le parole della cancelliera, chiarendo che c’è un limite all’accoglienza.

Poi è lo scandalo Volkswagen di cui sopra: un vero attacco al sistema-paese.

Basteranno queste rappresaglie a “riportare l’umiltà” in Germania? La domanda non è da poco, perché coll’attuale situazione internazionale, ogni giorno sempre più dinamica (vedi da ultimo l’intervento militare russo in Siria ed il saldarsi dell’asse Mosca-Teheran-Baghdad-Damasco18) la Germania è il peso determinante, ovvero la potenza che sbilanciandosi verso uno schieramento (gli angloamericani e quel che resta della Francia) o l’altro (russi e cinesi) ne determina la vittoria. Come abbiamo sottolineato nei nostri lavori, se la Germania si saldasse a Russia e Cina, gli USA sarebbero espulsi dall’Eurasia, e perderebbero la “testa di ponte” per proiettarsi nell’Hearthland.

L’intervento russo in Siria assegna, al momento, l’intero teatro mediorientale alla Russia che spinge la propria influenza a latitudini così basse da stabilire un nuovo record. È molto difficile che Washington incassi in silenzio la sconfitta. Più probabile, invece, è un contrattacco in Ucraina tramite le forze nazionaliste, con lo scopo di sottoporre Mosca al logorio di due fronti oppure imboccare la via dell’escalation militare.

Dalla risoluzione del dilemma di Berlino tra Mosca e Washington dipenderà l’esito del conflitto che si sta spostando rapidamente dalle borse e dalla stampa ai teatri operativi. Certo, l’agente Dorothy veglia sugli affari tedeschi. Ma è ancora in forma? E, soprattutto, è ancora fidata? Ce ne occuperemo prossimamente…

 

gmvw

1http://www.reuters.com/article/2015/09/18/us-usa-volkswagen-idUSKCN0RI1VK20150918

2http://www.vrworld.com/2015/07/16/volkswagen-of-america-reports-june-sales-gaining-5-6-over-2014/

3http://www.ansa.it/motori/notizie/rubriche/mobilita/2013/12/11/Usa-consumi-auto-sono-calati-23-6-anni_9759662.html

4http://uk.businessinsider.com/credit-suisse-volkswagen-shares-could-fall-another-20-2015-10

5http://www.usatoday.com/story/money/cars/2015/10/01/volkswagen-sales-struggle-scandal-affects-customer-perception/73145740/

6http://www.wsj.com/articles/bp-agrees-to-pay-18-7-billion-to-settle-deepwater-horizon-oil-spill-claims-1435842739

7http://www.reuters.com/article/2014/02/13/us-autos-gm-recall-idUSBREA1C0SJ20140213

8http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/14/richiamo-general-motors-gia-84-morti-risarcite-per-colpa-molla-56-cent/1590328/

9http://www.nbcnews.com/storyline/gm-recall/gm-pay-feds-record-35-million-fine-over-deadly-ignition-n107106

10http://www.ft.com/intl/cms/s/0/d0d7ba40-6394-11e5-9846-de406ccb37f2.html#axzz3nV1pF3tZ

11http://www.motori24.ilsole24ore.com/Industria-Protagonisti/2015/09/limiti-industria-inutili.php

12http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/12/kohl-fui-dittatore-ma-referendum-sulleuro-non-sarebbe-mai-passato/558139/

13http://www.repubblica.it/economia/2015/03/09/news/la_corte_ue_conferma_lo_stop_alla_fusione_tra_deutsche_boerse_e_wall_street-109101576/

14http://www.ft.com/intl/cms/s/0/e2492a3a-3d7a-11e3-9928-00144feab7de.html#axzz3nV1pF3tZ

15http://www.ft.com/intl/cms/s/0/e2492a3a-3d7a-11e3-9928-00144feab7de.html#axzz3nV1pF3tZ

16http://www.romanoprodi.it/articoli/larroganza-tedesca-il-cambiamento-inglese-la-svolta-usa-russia-e-litalia-che-non-ha-ruolo_11989.html

17http://notizie.tiscali.it/ultimora/feeds/15/09/30/t_121_20150930_EST_TN01_0153.html?esteri

18http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/ContentItem-8fd6e5ba-84ec-4121-9efa-10773622d930.html

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26 commenti su “Un popolo, un’auto, una rappresaglia

  1. Willy Muenzenberg il said:

    Caro Professore,
    Dorothy aveva fra i suoi compiti quello di fermare l’auto elettrica. Che adesso, complice questa cosa anche divertente degli ossidi di azoto porterà alla motorizzazione di massa elettrica usando l’immenso output di energie rinnovabili che la Germania ha; proprio come l’Italia dove sono state portate proprio da quella “potentissima industria tedesca” di cui scrive. Decine e poi centinaia di mln di auto elettriche prodotte in Germania. Ma anche in Russia. India e, naturalmente, in Cina. La Fukushima dell’auto che apre le porte a una tecnologia che già il mio amico Lenin e poi il georgiano avevano deciso di tenere nel cassetto: regalando oltremare la gestione dei pozzi del Caucaso. L’Italia ha un nuovo Tacito. Ed è lei, professore.

     
    • Spumeti il said:

      Mah, non saprei…il problema riguarda una parte infinitesima dei motori diesel venduti in europa, una parte ancora minore della già impercettibile quota di tali motori negli USA…che il problema di un’azienda automobilistica (vi ricordo che nel test erano presenti anche vetture BMW che non hanno mostrato alcuna irregolarità, si poteva coinvolgere anche loro, no?) porti alla nascita di una nuova generazione di automobili la vedo davvero improbabile. Automobili che peraltro già esistono, vengono prodotte regolarmente da aziende giapponesi, statunitensi ed europee: e sappiamo tutti che oggi il problema delle vetture elettrriche non è certo quello di avere più stazioni di ricarica, ma sufficiente potenza delle centrali elettriche per alimentarle (problema risolvibile solo con immani investimenti). Quindi? Seil senso di fermare l’auto elettrica è quello del solito complotto delle aziende petrolfere, campa cavallo…

       
    • Federico Dezzani il said:

      Ma…parrebbe che i russi abbiano da poco dispiegato nel Donbass i Buratino Tos-1 che montano missili termobarici.

       
  2. Ottimo articolo geopolitico. Aggiungerei la ciliegina sulla torta: l’aggiottaggio borsistico, operato come sempre dalla finanza anglosassone. Tra ottobre e marzo le azioni Volkswagen vengono vendute da 200 a 250 Euro. Il titolo resta a 250 nel mese di aprile, e poi declina fino a 170 Euro. Ovviamente c’è il declino della Cina, ma il ribasso è consistente. Sembrava già, che ci fosse sotto qualcosa. Un altro titolone, Deutsche Telekom, ha subito ribassi minimi rispetto a quelli di Volkswagen, per non parlare di daimler.
    Nei due giorni di fuoco intenso, in cui Volkswagen crolla del 40%, abbiamo uno scambio di 50 milioni di titoli al giorno. in pratica, in due giorni, 100 milioni di tioli, commerciati a metà del prezzo di ottobre-aprile. Il che significa un guadagno netto per gli scopertisti del 50%.In soldoni, un guadagno di 5 miliardi di Euro in due giorni. Cioè la finanza ha guadagnato in due giorni, più di quanto l’azienda Volkwagen ha guadagnato nel suo migliore anno!!!
    Oserei dire, che senza la ciliegina del guadagno borsistico, anche la strategia politica non farebbe i passi che fa.
    Spingendo il discorso all’estremo, la strategia politica degli USA, è fatta anche per far guadagnare soldi in borsa a qualche finanziere che poi ricopenserà i due partiti per le prossime elezioni…

     
    • Spumeti il said:

      Buona sera Guido. La prima notizia del problema Volkswagen (che peraltro era noto agli operatori del settore ormai da mesi) è stata data nella serata di venerdì, il crollo c’è stato di lunedì. Un po tardi per pensare all’aggiotaggio, non le sembra? Il lunedì mattina lo sapeva chiunque che ci sarebbe stato l’inferno sul titolo Volkswagen. L’aggiotaggio si verifica quando un titolo viene colpito da notizie false, non vere.

       
      • Spumeti il said:

        Mi scusi, le do anche un’altra notizia: la Daimler-Benz è l’azienda che ha perso meno mercato, in Cina, fra le tedesche che si occupano di automobili. Sarà anche per questo che è quella il cui titolo ha perso meno?

         
        • Mi scusi, Dezzani, forse mi sono espresso male.
          L’aggiotaggio non è il termine esatto, forse. Ma non entriamo nella tecnicalità.
          Diciamo che se io so che posso tirare fuori uno scandalo, comincio a vendere le azioni di quel titolo, allo scoperto, cioè senza possedere i titoli. Ovviamente, di fronte a queste vendite, il titolo è sceso, non solo per le faccende greche che non avevano ancora trovato soluzione. Le vendite vanno avanti dall’aprile 2015, portando i prezzi di VW da 250 euro a 170 Euro, cioè circa -30%. Daimler scende da 90 Euro a 75, cioè -17%.
          Quando si verifica l’evento, chi ha venduto allo scoperto, ricompra i titoli venduti e pareggia la posizione. perciò, vendendo le azioni a 200 Euro di media, il riacquisto a 100 Euro comporta un guadagno del 100% in pochi mesi…
          Non so te il termine aggiotaggio sia giusto o meno. Sicuramente, alcuni speculatori hanno apprfittato di una informazione riservata, per realizzare un forte guadagno borsistico, anche se in tempo differito.
          La stessa situazione di informazione riservata, si verificò nel 2001, ai tempi delle Torri, come si può vedere dai grafici. I listini americani scesero per sette mesi, a partire da febbraio 2001. Poi avvenne l’attentato. La Borsa restò chiusa per una decina di giorni. Riaprì a settembre, e dopo due -tre sedute da cardiopalma, riprese a salire per tre mesi, fino al 31 dicembre 2001. Quali motivi dietro questo anomalo rialzo? (Non giustificabile, dato il clima fortemente negativo circa l’economia)
          Semplicemente, chi aveva venduto azioni anche allo scoperto per sette mesi, stava ricomprando le azioni vendute o pareggiando le posiini scoperte.

          Ecc ciò che volevo dire.

           
  3. Antonio il said:

    Come sempre Federico hai una visione sempre lucida e profonda da cui non si puo non rimanere stupefatti e profondamente affascinati!

     
  4. Faber il said:

    La ricostruzione é verosimile, però mi chiedo se davvero fosse quella la motivazione, perché hanno colpito solo e soltanto VW in modo così drammatico e devastante senza possibilità di correzione?
    Se si trattasse veramente di un avvertimento lo avrebbero fatto in maniera più soft e con possibilitàdi cambiamento di direzione e d’altronde non si sa effettivamente quanto le tematiche geopolitiche possano incidere su certe decisioni di apparati che sono staccati dagli organi governativi.
    Bmw sarebbe stata richiamata per la sicurezza nei crash test di certe versioni della Mini mentre Mercedes non risulta per nulla coinvolta: gli USA sono famosi per la severità nel rispetto delle loro norme ed in questo caso sui prodotti motoristici (vedre qualche anno fa il maxi richiamo di Toyota).
    In definitiva la rilettura in quest’ottica é plausibile ma anche ammettendo un intervento a gamba tesa della politica americana in atti a lei estranei, in con un operazione del genere si spingerebbe ancora di più la Germania dalla parte della controparte loro avversaria, ed a mio parere questo é un rischio che gli USA non possono permettersi visto che il loro potere globale va sgretolandosi
    rapidamente
    Congratulazioni per l’art. davvero ricco di spunti interessanti di riflessione

     
    • Federico Dezzani il said:

      Grazie!
      La mia impressione è che il potere americano sia sempre più in affanno ed all’orizzonte si avvicina il rialzo dei tassi della FED (dal 2008 a zero) con conseguenze sconosciute: l’ottusità e la brutalità hanno preso il sopravvento ed il Medio Oriente sta a dimostrare che gli strateghi americani sbagliano sempre più spesso le mosse.

       
  5. antonio bellifemine il said:

    per sollevare il cofano della propria auto, di qualunque marca essa sia non servono super forze; per leggere cosa ci sia stampato sulla centralina non serve la laurea in lingue;
    c’è scritto a caratteri cubitali:
    M O T O R O L A …
    antonio

     
    • Spumeti il said:

      Le centraline di controllo motore Volkswagen non sono Motorola. Sono Bosch oppure Continental (per il motore da 1,6 litri). Che c’entra Motorola, che peraltro, ora è cinese?

       
  6. Luca il said:

    Il quotidiano Bild-Zeitung ipotizza un milione e mezzo di profughi in arrivo in Germania soltanto nel 2015.

    Ma oltre all’effetto più generale di crisi indotta negli stati nazionali e di avvaloramento di un governo centrale europeo provvidenziale, chi guadagna sul breve e medio termine da questa ondata migratoria e, soprattutto, dagli articoli dei mass media che la dipingono come epocale?
    Sui rifugiati il noto mecenate, nonché saggista e conferenziere, George Soros ci fa sapere – bontà sua – di avere tirato giù due conti. La UE dovrebbe spendere 15.000 euro l’anno per ogni rifugiato. Moltiplicato per 3 milioni (1,5 soltanto in Germania) fa 45 miliardi di euro l’anno per le spese di prima accoglienza.
    Oltre a ciò, l’UE dovrebbe trasferire a Turchia, Giordania e Libano una parte dei costi da loro sostenuti per l’accoglienza dei profughi siriani. Ipotizzando una spesa di 5.000 euro l’anno per 4 milioni di profughi ospitati sul loro territorio, si totalizzano 20 miliardi di euro. L’UE dovrebbe coprirne una metà, dice il nostro magnate. Diciamo altri 10 miliardi di euro l’anno a carico dell’UE.

    (Fonte: http://www.project-syndicate.org/print/rebuilding-refugee-asylum-system-by-george-soros-2015-09)

    Queste cifre si aggiungono alle proposte che Soros avanza all’UE per un piano speciale di assistenza all’Ucraina. 47 miliardi di euro presi dalla Balance-of-payments assistance e circa 16 dal European Financial Stability Mechanism. Arriviamo a 63 miliardi di euro. Per fare buon peso, la Banca Europea per gli Investimenti potrebbe aggiungere una decina di miliardi di euro.

    (Fonte: http://www.nybooks.com/articles/archives/2015/feb/05/new-policy-rescue-ukraine)

    Teniamo anche nel cassetto, per il momento rinviato ma probabilmente soltanto differito nel tempo, un piano di aiuti straordinario ai bilanci di Grecia e Italia.

    (Fonte: http://www.ft.com/intl/cms/s/0/e0a2799c-be51-11e1-83ad-00144feabdc0.html#axzz3nnkiSeA7)

    Tra emergenza rifugiati, conquista dell’Ucraina e aiuti ai PIGS Soros si fa promotore, con la grancassa dei quotidiani finanziari più letti nel mondo, di un intervento a carico dell’UE del valore di almeno 130 miliardi di euro. Non una tantum, annuali.

    Ma dove li potrebbe trovare la UE tanti soldi, posto che non può emettere moneta e che molti dei suoi stati attraversano recessioni senza precedenti, affrontate con tagli draconiani di spesa pubblica?
    La trovata di Soros sarebbe divertente, se non fosse sconcertante la circostanza che viene pubblicata da quotidiani considerati autorevoli come una proposta seria. L’arzillo vecchietto propone infatti di finanziare questo immane piano di aiuti tramite l’emissione di nuovi prestiti a carico dell’UE (eurobond) e la loro collocazione sui mercati finanziari internazionali.
    In altre parole: mentre l’UE esige dai singoli stati tagli alla spesa pubblica e politiche recessive, a livello comunitario dovrebbe invece attuare una politica espansiva. Si noti bene: non per investimenti, ma per pura spesa. Inoltre, non emettendo moneta o aumentando la contribuzione fiscale nazionale, ma facendo prestiti sui mercati internazionali. Brillante.
    Soros dice di avere notato che il credito di cui gode la UE sui mercati internazionali è ancora AAA. Questo le consente di emettere obbligazioni per importi anche ingenti e di piazzarle tutte.
    Ovviamente sarebbero proprio questo tipo di prestiti a fare scendere il rating dell’UE e a fare deprezzare l’euro rispetto al dollaro. Ma questo Soros non lo dice. Perché? E siamo proprio sicuri che questo sia un effetto imprevisto o indesiderato dal nostro acuto analista?

    Per rispondere a questa domanda giova ricordare che George Soros non è noto soltanto per i suoi sedicenti saggi e tanto illuminati quanto disinteressati consigli di politica pubblica, pubblicati con il massimo rilievo da giornali come il Financial Times e il Wall Street Journal. E’ anche conosciuto, insieme all’allegra combriccola di giocatori che con lui scommette, per le storiche speculazioni contro le valute. Ha già fatto crollare la sterlina inglese, la lira italiana, il rinngit malese, la rupiah indonesiana, il baht thailandese. Ma erano esercitazioni. Gli rimane ancora un grande sogno, una grande scommessa, le cui puntate sono state giocate nel 2010: fare crollare l’euro. Più precisamente, è possibile che la posta sia quella di riportare l’euro al rapporto 1:1 col dollaro. Ci è quasi riuscito, ma manca un tassello per andare all’incasso del massimo premio. Dando nel contempo una mano e quindi alleandosi, aggiungiamo noi, a tutti i grandi detentori di valori espressi in dollari.

    (Fonte: http://www.wsj.com/articles/SB10001424052748703795004575087741848074392)

    Se ora l’UE si indebitasse sui mercati finanziari immettendo titoli il cui valore è influenzabile da eventi direttamente manipolabili, come la politica economica dell’Ucraina, o da articoli compiacenti pubblicati sui maggiori quotidiani finanziari mondiali (la cui orgogliosa indipendenza di giudizio quando arriva una lettera al direttore firmata Soros di giudizio vacilla e oscilla tra il compiaciuto e il prono), il grande gioco può riuscire e il tassello mancante può arrivare a comporre il puzzle della grande sfida mondiale delle valute che è in corso e che approfitta e cavalca ogni crisi utile, compresa quella dei rifugiati.

     
    • Federico Dezzani il said:

      Ricordo che aveva proposto un piano simile nel 2014 per “ricostruire” l’Ucraina (dove peraltro ho messo qualche soldino, oltre che scegliere i membri del nuovo governo): si sa come è finita, ovvero nel nulla.

       
  7. Morganion il said:

    Beh l’articolo mi è sostanzialmente piaciuto… Però questa frase ” …..la Germania ne emerge nei primi anni ’90 con un manifatturiero accresciuto e risorse tali da COMPRARSI la DDR…” fa riflettere parecchio. Di fatto è un’affermazione che finisce per nascondere l’enorme entità degli aiuti esterni di cui hanno usufruito i Tedeschi per riunificarsi. Capitali comunque distolti ad altre destinazioni . Tolti alla disponibilità degli altri Europei prima di tutto. Erano Capitali CEE.., ma anche americani….

    Sottovalutare questo aspetto rende più debole il resto dell’analisi.

     
    • Federico Dezzani il said:

      Vero, però a partire dagli anni ’60 la Germania inizia già a esportare capitali.

       
  8. Claudio il said:

    Interessate articolo e commenti, ma mi permetto di sottolineare che non è così semplice (magari!) confrontare l’effetto sui rispettivi titoli due eventi come il caso GM e VW. Le variabili in gioco sono tante, troppe. Al caso VW si arriva dopo un periodo borsistico pesante, seguito alla questione Cina. Al caso GM non vi era tale premessa. Si pensi solo che anche volendo (estremizzando!) ipotizzare due titoli che hanno:
    stessi volumi di vendita a seguito della notizia
    lo stesso prezzo la sera prima
    lo stesso flottante
    la stessa capitalizzazione
    stessa composizione dell’azionariato (rapporto tra operatori professionali/fondi e azionariato diffuso/privati sul flottante)
    stesso accanimento dei media sullo scandalo
    nonchè un danno economico e di immagine quantificabile esattamente allo stesso livello sul patrimonio della società (costo campagna richiami, manodopera, componenti da sostituire, etc etc)

    anche, veramente estremizzando, con tutte queste variabili identiche (e certamente ne dimentico altre)…
    aggiungiamone un’altra: una pari ondata di vendite (ipotizziamo il 30% del flottante per entrambi i titoli)

    il movimento produrrebbe inevitabilmente due risultati diversi, perchè il titolo frena la discesa sui prezzi dove gli operatori iniziano a comprare (o ricomprare, volendo far tesoro degli scenari di Guido) e se ci pensate bene..
    è abbastanza fantasioso pensare che gli acquisti si rifarebbero sentire esattamente sugli stessi prezzi e con gli stessi volumi su due titoli diversi.

    E pensate che faccio un esempio assurdo dove abbiamo una lista di variabili – di non poco conto – tutte identiche!

    Voglio solo dire: bello cercare una spiegazione, ma non abbandoniamoci a facili conclusioni: anche se certamente ci sarà chi ha cavalcato con profitto la discesa, la questione è molto più complessa e l’effetto su un titolo può essere (banalmente) attutito o aggravato anche solo dall’umore dei mercati in quel momento storico..
    …vogliamo ipotizzare esattamente uguale anche quello?!?