Grexit/3: Braccio di ferro tra Germania e USA

“Americani e cinesi faranno di tutto per salvare l’euro” sostiene l’ex-presidente della commissione europea Romano Prodi: più che una previsione è una preghiera, l’ultima speranza cui il padre nobile della moneta unica si aggrappa mentre l’eurozona affonda. È proprio l’affievolirsi dell’influenza angloamericana sul continente, parallela alla sempre maggiore sicurezza tedesca, la principale causa della prossima implosione della moneta unica: Londra e Washington sono costrette a lavorare i fianchi dell’unione monetaria, con l’ISIS ed il governo golpista di Kiev, non riuscendo più ad esercitare un controllo diretto sul nocciolo dell’Europa. Si susseguono esortazioni alla federazione del continente fuori tempo massimo: la Germania preme ormai apertamente per il Grexit, controbilanciata solo dalla Francia, smarrita di fronte alla prospettiva di un’Europa post-euro. Il dramma greco è il giro di boa dell’eurocrisi.

Romano Prodi: l’euro sarà salvato da americani e cinesi

L’ex-presidente della commissione europea Romano Prodi deve essere in preda alla disperazione se, tacciato com’è di antiamericano1, confida nientemeno che in Washington, democristianamente affiancata da Pechino, per il salvataggio di quella moneta unica di cui è stato uno dei padri nobili. Si legge nell’intervista che il professore bolognese rilascia a La Stampa il 6 luglio, all’indomani della schiacciante vittoria del no al referendum greco2:

D: Dopo l’avventura greca, l’Europa potrà essere la stessa?

Prodi: No, non potrà essere la stessa. Ma a salvare l’Europa, una volta ancora, sarà una forza esterna che ci costringerà ad un compromesso

D: Gli Stati Uniti?

Prodi: Gli USA e la Cina temono entrambi un effetto deflagrante. Hanno paura che un progressivo sfaldamento dell’euro provochi una nuova tempesta in tutto il sistema politico ed economico mondiale. Ancora una volta, come è accaduto in Iraq, in Ucraina ed in altri scenari, l’Europa vedrà condizioni le sue scelte da spinte esterne: americani e cinesi faranno di tutto per salvare l’euro. Ma sarà l’ulteriore dimostrazione che l’Europa ha perso la sovranità su se stessa”.

Le parole dell’ex-premier italiano contengono una significativa omissione, una velleitaria speranza ed un’interessata lusinga.

Romano Prodi dimentica che il primo moto alle istituzioni comunitarie ed ai disegni di federazione dell’Europa è impresso dagli angloamericani già nel 1945 e, da allora, Washington e Londra conservano l’ultima parole sulle questioni europee in materia di economia e politica estera. Romano Prodi pecca di velleitarismo quando auspica che gli americani, da lui mai particolarmente amati, esercitino una funzione coercitiva sugli europei, obbligando Atene e Berlino a scendere a compromessi: gli spasmi dell’eurozona sono una causa diretta della sempre più debole influenza angloamericana sul continente ed è ingenuo credere questa dinamica si possa invertire. Romano Prodi si comporta da cortigiano (è professore alla China Europe International Business School3) quando invoca l’intervento risolutivo di Pechino per la risoluzione della crisi dell’eurozona: la Cina non è ancora sufficientemente “vicina” né influente per modificare gli equilibri europei, specie se ciò implica entrare in contrasto con gli interessi tedeschi.

È certo innegabile, come sostiene Prodi, che gli americani stiano seguendo da vicino la crisi greca, esercitando forti pressioni per evitare che Atene sfugga alle maglie della UE/NATO.

Palese è infatti il sostegno angloamericano di cui gode Alexis Tsipras, peraltro contraccambiato se si considera che, all’indomani del referendum, il premier greco sostituisce il ministro greco Yanis Varoufakis (docente presso un ateneo americano) con un altro esponente del mondo accademico anglofono, il Phd a Oxford Euclid Tsakalotos. A Washington e Londra hanno sicuramente aborrito le aperture greche alla Russia di questi ultimi mesi, ma è talmente importante che l’eurozona, strumento economico con è esercitato il controllo del continente insieme all’alleanza nord-atlantica, sia mantenuta integra, che sono disposte persino a chiudere un occhio sulle impresentabili amicizie di Tsipras.

Il giovane premier greco è ancora considerato da Washington un’utile pedina per scardinare l’eccesso di austerità propugnato dalla Germania, che sta portando la moneta unica al collasso dopo anni di recessione nell’euro-periferia. L’antagonismo con Berlino non nasce da divergenze sulle ricette da applicare all’eurozona (le “riforme strutturali” imposte dalla BCE sono infatti le stesse adottate nel Cile di Augusto Pinochet su consiglio della “scuola di Chicago”) ma dalla constatazione che una dose eccessiva concentrata di austerità può risultare fatale all’euro ed alla UE.

Già prima del referendum del 5 luglio, il Fondo Monetario Internazionale si sbilancia a favore di Tsipras nella sua contesa con i creditori europei: il 2 luglio, con un tempismo per nulla causale, il fondo con sede a Washington rende pubblico un rapporto dove si giudica insostenibile il debito pubblico greco e se ne chiede uno riscadenziamento accompagnato da ulteriori 50 €mld di aiuti4. Non solo quindi l’istituzione americana evita di dichiarare il default tecnico di Atene dopo il mancato rimborso della tranche il 30 giugno, ma esorta i creditori europei affinché alleggeriscano le loro pretese creditizie: è grazie all’assist del FMI che Tsipras avanza nuove richieste per un alleggerimento del fardello debitorio, chiedendo, in base alle indiscrezioni che precedono l’inconcludente Eurogruppo del 7 luglio5, il taglio del 30% del debito ed un piano di finanziamento dalla durata ventennale.

Anche i più blasonati giornali anglofoni intervengono nella contesa, inviando inequivocabili pizzini alla cancellerie europee, in particolare a quella tedesca, chiarendo qual è la posta in gioco e l’esito auspicato. Dopo gli editoriali del britannico Financial Times, dove si esortava a sfruttare l’ennesima crisi della moneta unica per costruire un’Europa federale, questa volta è il turno delle più famose testate americane.

È sulle pagine del New York Times che compare l’editoriale non firmato6 dal titolo “For Europe’s Sake, Keep Greece in the Eurozone”: ignorando i benefici che Atene trarrebbe da una svalutazione della moneta e dalla piena sovranità monetaria, l’influente quotidiano lancia un appello/ammonimento alla Germania affinché eviti l’uscita dall’euro della Grecia, membro della UE nonché della NATO. Si facciano carico la Germania ed i creditori europei del debito greco, scrive il giornale, perché  le conseguenze del Grexit sarebbero un terremoto dei mercati finanziari mondiali e l’incrinatura dell’intera eurozona:

Ms. Merkel, the most powerful political leader in Europe, now has to decide whether she is willing to risk the stability of the European Union, consign Greece to economic depression and threaten global financial markets, or do the rational thing at this critical moment.(…) A Greek exit would also do untold damage to the credibility of the euro and the European project by making clear that any country’s membership in the eurozone could be revoked (…) Yes, Greek officials past and present are responsible for many of their country’s problems. But European leaders have made the crisis worse by their mismanagement. Now it’s incumbent on them to end the threat to the eurozone by saving a small, paralyzed country.

Incalza poi il Wall Street Journal che con l’articolo “Greek Crisis Shows How Germany’s Power Polarizes Europe7 evidenzia come il vero problema oggi degli angloamericani si chiami Germania: il ruolo egemone assunto da Berlino nell’Unione Europea è la principale minaccia al processo d’integrazione del Continente. Certo, sostiene l’articolo, Angela Merkel si è spesa per le sanzioni alla Russia imponendole agli altri membri della UE, ma un eccesso di protagonismo nella crisi greca sta ora polarizzando le opinioni pubbliche degli altri Paesi europei contro il governo di Berlino, mettendo a repentaglio l’integrazione europea:

The pushback against German power in Europe is likely to grow if the eurozone crisis worsens or if Berlin’s policies grow more assertive. (…) If Greece careens out of the euro, Ms. Merkel will face blame for an episode that has further polarized Europe at a time when controversies over the U.K.’s EU membership and how to treat migrants and refugees are adding to the tensions wrought by the Ukraine crisis.

C’ è poi l’intervento di Barack Obama che si spende per l’ennesima volta in favore di Alexis Tsipras: durante un duplice colloquio telefonico, prima con la cancelliera tedesca Angela Merkel e poi con il premier greco, il presidente americano esprime il convincimento che la Grecia debba rimanere ad ogni costo nell’euro, schierandosi così apertamente a fianco del “marxista” Tsipras contro i falchi teutonici che, specialmente dopo il referendum del 5 luglio, citano con sempre maggiore frequenza l’evenienza che Atene sia espulsa dall’euro.

Di espulsione più che di una libera dipartita, infatti si tratterebbe: è ormai chiaro che Alexis Tsipras, almeno fino al referendum, non ha mai valutato l’addio alla moneta unica nemmeno nei momenti più drammatici delle trattative con la Troika. Il suo obbiettivo era infatti indire una consultazione popolare per la controparte prima che il voto si svolgesse effettivamente: l’insistenza tedesca perché il referendum si tenesse ad ogni costo e la prevedibile vittoria di Tsipras, pongono paradossalmente il premier con le spalle al muro. Adesso o accetta le condizioni di Berlino o abbandona l’euro, a meno che Washington, come spera Romano Prodi, non riesca a piegare la cancelliera Merkel.

Le speranze del professore rischiano però di infrangersi contro la cruda realtà dei fatti: gli USA, la cui credibilità è ai minimi storici dopo aver incubato la crisi finanziaria dei mutui subprime ed aver poi partorito la politica degli allentamenti quantitativi che alimenta bolle speculative più che produrre crescita reale, non hanno più né il peso economico né l’autorità morale per esercitare la funzione di ago della bilancia della UE.

L’impotenza angloamericana è testimoniata dalla destabilizzazione in atto ai confini dell’Unione Europea, in Nord Africa e Levante con l’ISIS e nell’Est europeo con la crisi ucraina: l’opera incendiaria attorno all’Europa denota la disperazione più che la forza di Washington e Londra che, non riuscendo più a modificare il corso degli eventi nelle capitali europee, ripiegano sulla strategia della terra bruciata, nel tentativo di arrestare o perlomeno sedare le forze centrifughe in seno alla UE.

Dove si attende con ansia l’atto finale del dramma greco, sperando in esiti opposti a quelli americani, è a Mosca, interessata a incunearsi nelle fratture tra la Grecia e la Troika, con l’intento, neppure troppo velato, di restituire all’Occidente i torti subiti in Ucraina.

Il 19 giugno i media riportano una disponibilità russa a sostenere finanziariamente la Grecia, previe ovviamente “alcune proposte ed iniziative”(l’addio alla NATO?) del governo ellenico8. Poi, in vista del referendum del 5 luglio, il ministro degli esteri Sergei Lavrov compie una parziale retromarcia precisando che la Grecia non ha al momento richiesto assistenza economica9. Infine, all’indomani della secca vittoria del no al referendum, Vladimir Putin e Alexis Tsipras discutono dell’esito del voto e di questioni inerenti lo sviluppo della cooperazione greco-russa10. A Grexit avvenuto, il salvagente russo sarà provvidenziale per resistere ai marosi della speculazione: tuttavia, la carta russa è sempre stata un’opzione di riserva per Tsipras, sicuro che non avrebbe mai dovuto giocarla, fiducioso com’era di vincere la guerra di nervi con la Troika.

È l’inaspettata fermezza dei creditori europei e la netta vittoria del 5 luglio, che spinge inaspettatamente Tsipras verso la Grexit: sono quindi le dinamiche fortuite della crisi più che un progetto premeditato del Cremlino ad attrarre Atene nell’orbita russa.

Merita infine un accenno la Cina, che in Grecia coltiva diversi interessi di natura economica , considerandola uno snodo strategico per penetrare nei mercati dell’Europa balcanica e centrale: a più riprese il governo di Pechino esprime la propria contrarietà al Grexit11, vista come un pericoloso evento destabilizzante non solo per i propri investimenti infrastrutturali nel Balcani ma per l’intero portafoglio denominato in euro, che vanta titoli di debito pubblico e partecipazioni nelle maggiori società quotate. Tuttavia Pechino non ha ancora un peso tale da subentrare a Washington negli affari europei ergendosi a garante dello status quo : è probabile quindi che i cinesi rimangano spettatori fino ad una chiara ed inequivocabile svolta, pronti a collaborare con i russi sul dossier greco solo dopo l’espulsione di Atene dall’euro.

Motore franco-tedesco in panne

La crisi greca ha fugato qualsiasi dubbio sul reale spessore delle istituzioni di Bruxelles, semplici notai incaricati di ratificare le decisioni prese a Berlino, previa consultazione pro forma con i vicini d’oltre Reno.

L’immagine del motore franco-tedesco al centro della UE, già appannata ai tempi del duo Merkel-Sarkozy, crolla definitivamente con l’avvento del presidente François Hollande: in ossequio al galateo europeo, si susseguono ancora vertici a due dove, scattate le foto di rito con i consueti baci ed abbracci, si offre l’idea di una gestione franco-tedesca dell’Unione Europea. È per evidente non solo che il pistone tedesco ha surclassato quello francese ma è saltata anche la sincronizzazione del motore, con una sempre più chiara divergenza di obbiettivi: tanto Berlino è favorevole al Grexit, quanto Parigi cerca in ogni modo di disinnescare il rischio di un’uscita di Atene dall’euro.

Il diverso approccio alla crisi greca non va ricondotto alla diverse famiglie politiche cui appartengono la cancelliera Merkel (popolari) ed il presidente Hollanda (socialisti). Il PSE ha infatti dimostrato di non conoscere ricette alternative all’austerità per superare la crisi: per riuscirsi i socialisti europei dovrebbero ammettere che l’euro, per come è strutturato, non è altro che un banale regime a cambi fissi, cui è sacrificato il benessere di decine di milioni di persone per seguire i sogni federativi di una ristretta oligarchia finanziaria. La parabola di Matteo Renzi testimonia chiaramente che il socialismo europeo è defunto e le uniche peculiarità che lo contraddistinguono dai popolari, sono una maggiore apertura su tematiche quali l’immigrazione, l’omosessualità e la lotta contro la famiglia tradizionale, che peraltro incontrano una minore resistenza anche dagli avversari politici, in ossequio al pensiero unico dominante.

Il distacco di Hollande (il cui gradimento tra i francesi è precipitato al 22%12) dalle posizione tedesche va ricondotto piuttosto alla gravità economica in cui versa Parigi: con un debito pubblico in costante aumento che tocca nel primo trimestre del 2015 i 2090 €mld13, una disoccupazione più che doppia di quella tedesca, una bilancia commerciale in cronica passività, un deficit per il 2015 atteso al 3,8% del PIL ed un mercato del lavoro tra i più protetti d’Europa, la Francia non ha nessuna possibilità di sostenere un’unione monetaria con la Germania.

Lo spread a 40 punti base tra OAT e bund tedeschi è possibile finché gli investitori credono che Berlino sia garante in ultima istanza delle finanze pubbliche francesi, ossia ci sia una ferrea volontà tedesca di mantenere Parigi agganciata all’euro.

Se l’impegno politico di Berlino verso l’eurozona venisse meno e con esso l’implicita garanzia tedesca di proteggere Parigi dai marosi dell’eurocrisi (come avviene del 1993 quando la Bundesbank si adopera per mantenere il franco francese agganciato allo SME, evitando a Parigi l’onta della svalutazione14) il primo paese che vedrebbe schizzare il rendimento dei propri titoli pubblici a livelli “italiani” se non “portoghesi” sarebbe proprio la Francia: ecco quindi spiegata la determinazione francese a tenere la Grecia legata ad ogni costo all’euro, evitando un precedente che metterebbe in forse la stessa permanenza di Parigi nella moneta unica.

Già sul finire di giugno, quando i negoziati entrano in stallo, Hollande esprime la volontà che la Grecia resti senza tentennamenti nell’eurozona15, poi esorta il governo ellenico e le controparti europee a scendere ad un compromesso che disinneschi il referendum del 5 luglio16 ed all’Eurogruppo che segue il voto di domenica ribadisce la sua determinazione che Atene resti agganciata all’euro, trovando una soluzione quam celerrime.

Hollande può certo contare per la sua battaglia sul supporto degli USA, ma soffre il progressivo isolamento rispetto agli altri Paesi europei, se si prendono per buone le fonti secondo cui ben 16 membri su 18 dell’eurozona sarebbero favorevoli ad un addio greco alla moneta unica: finlandesi, lettoni, slovacchi, austriaci ed olandesi sono infatti sulle stesse posizioni intransigenti della Germania che, giorno dopo giorno, consolida all’interno dell’eurozona un nocciolo di paesi economicamente e politicamente a lei subalterni.

Berlino sembra invece sorda agli ammonimenti che piovono da oltre Atlantico a preservare ad ogni costo l’unità dell’eurozona, evitando quella Grexit che rischia di incrinare l’intera architettura europea: la determinazione tedesca esula dai pessimi rapporti che si sono creati tra i due governi (rendendo così superflue le dimissioni di Yanis Varoufakis) ed è legata più che altro a equilibri continentali ed interni.

Il tramonto del processo di federazione dell’eurozona priva l’eurozona dell’unione politica e fiscale, il cui corollario sarebbero i trasferimenti di risorse dal centro alla periferia: ne consegue che l’austerità e la svalutazione interna sono gli unici strumenti per conservare l’attuale unione monetaria, che è un puro regime a cambi fissi. Reprimendo l’insubordinazione greca e obbligando Tsipras a intraprendere la strada del Grexit, Berlino auspica di impartire una lezione esemplare, chiarendo come l’unico modo per rimanere agganciati all’euro sia ingoiare la pillola dell’austerità. Qualora infatti la Germania cedesse, ristrutturando per la terza volta il debito greco ed allentando le politiche di svalutazione interna, l’azzardo di Tsipras sarebbe emulato a stretto giro di posta dalla Spagna all’Italia, con un effetto valanga sull’intera eurozona.

Sul piano interno è invece da sottolineare come, non solo la maggioranza dei cittadini tedeschi è favorevole alla Grexit17, ma anche il 67% dei capi d’azienda18 e gli stessi vertici della potente confindustria tedesca (BDI)19 preferiscono l’espulsione di Atene dall’euro piuttosto che cedere ulteriormente alle pretese elleniche. La stampa tedesca di conseguenza si adegua al sentir comune dei cittadini: il diffuso e popolare quotidiano Bild evoca a caratteri cubitali la Grexit nel caso in cui il governo greco non accetti il programma di riforme20, in parte controbilanciato dal settimanale Der Spiegel, storicamente vicino agli interessi d’oltre Manica, che lega le fortune della cancelliera Merkel all’incerto futuro della moneta unica21.

Non c’è alcun dubbio che se fosse Angela Merkel (che raccoglie la fiducia del 67% dei tedeschi secondo recenti sondaggi) l’unico ostacolo ad un compromesso tra i creditorie europei e la Grecia, Washington si sarebbe già attivata per spodestare la cancelliera, fida alleata in tanti altri dossier che spaziano dall’Ucraina al TTIP.

L’impressione è che la cancelliera al contrario smussi le posizioni più oltranziste, tenendo a bada pulsioni ancora meno concilianti all’interno del suo partito: se il vice-cancelliere Sigmar Gabriel, nonché presidente dell’SPD, mostra la monoliticità del governo di coalizione tedesco pretendendo da Atene la continuazione delle riforme all’insegna dell’austerità, il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble capeggia i falchi della CDU-CSU, contrari a qualsiasi ulteriore ristrutturazione del debito greco e apertamente favorevoli ad un’espulsione di Atene dall’euro.

Vinceranno gli USA coadiuvati dalla Francia o la Germania ed i suoi satelliti? Sarà Grexit o Atene resterà nell’UE/NATO?

Data l’intrinseca debolezza americana, l’evanescenza di Barack Obama e la determinazione tedesca a difendere l’austerità, sarà Grexit: primo ripiegamento dell’eurozona per difendere la moneta unica da postazioni via via più arretrate, finché la crisi non intaccherà i nocciolo europeo come durante lo sfaldamento dello SME nel 1992-1993.

Grecia, lo spartiacque dell’eurocrisi

Si è sempre saputo che il decesso dell’eurozona sarebbe stato di natura politica prima ancora che di natura finanziaria: la svalutazione interna (taglio a salari, pensioni, stato sociale, etc.), indispensabile per riequilibrare le bilance commerciali dei membri dell’eurozona in assenza di un cambio flessibile, avrebbe impoverito ampi strati della popolazione e generato malcontento intercettato dai partiti “populisti” prima ancora che il deteriorarsi del quadro economico (crollo del PIL e delle entrate fiscali a parità di aliquote, deflazione, etc.) rendesse insostenibili le finanze pubbliche, come sta effettivamente avvenendo dall’Italia alla Francia.

La Grecia, reduce da una caduta del PIL del 25% in sei anni e da una lunga stagione di alta disoccupazione (26%) e violenta deflazione (-1% a giugno) è il primo Paese dove le elezioni sanciscono l’affermazione delle “forze populiste”, determinate a sospendere l’austerità. Il programma di Syriza contempla l’interruzione di qualsiasi misura di svalutazione interna e la necessità di cancellare parte del debito pubblico ellenico, attualmente al 175% del PIL: il rigetto delle politiche della Troika, incentrate sul recupero di competitività attraverso la riduzione di stipendi, pone quindi l’eurozona davanti alla prima minaccia esistenziale.

Come abbiamo evidenziato nelle nostre analisi, durante lo spietato braccio di ferro con la Troika Alexis Tsipras non valuta mai davvero l’idea di un’uscita dall’eurozona ma sventola soltanto l’ipotesi dinnanzi alla controparte coll’obbiettivo di strappare migliori condizioni: questa tattica portata all’estremo sfocia nel referendum del 5 luglio, che incorona Tsipras come vincitore con un inequivocabile 61% dei greci che si esprime contro le proposte della Troika.

La vittoria dell’oxi è il punto di non ritorno della crisi greca: o Tsipras si rimangia le promosse e cede, rischiando l’implosione del governo e la rivolta di piazza, oppure è la Troika a rassegnarsi, rischiando un effetto valanga elle prossime legislative in Spagna, Portogallo, Italia e Francia. La terza ipotesi, quella sempre più concreta nonostante l’ostilità di Washington, è che Atene sia spinta fuori dall’euro.

Dalle dinamiche in atto da un mese a questa parte, è evidente che la Grexit più che un atto deliberato sarà una scelta obbligata di Atene per evitare l’asfissia finanziaria: quasi un movimento riflesso per evitare il collasso del paese.

Dopo il referendum del 5 luglio Alexis Tsipras si appella alla BCE affinché sia ripristinata la liquidità d’emergenza fornita da Francoforte agli esangui istituti di credito ellenici: la banca centrale riattiva i fondi ELA ma lascia invariato il tetto massimo ad 89 €mld ed aumenta il tasso cui sconta il collaterale delle banche elleniche, riducendo così la loro capacità di finanziamento presso Francoforte.

In queste condizioni l’ossigeno rimasto al sistema finanziario della Grecia non basta per resistere più di qualche giorno: la chiusura delle banche è allungata per decreto del governo fino al 13 luglio22, la scarsità di tagli da 20€ ha già ridotto a 50€ il limite massimo di contante prelevabile dai bancomat e l’assottigliarsi dei depositi rende impossibile l’erogazione di liquidità oltre la fine della settimana23.

È la certezza di un imminente collasso polmonare del sistema finanziario greco che permette alle autorità europee ad affermare con sicurezza che il vertice europeo a 28 membri che si svolgerà domenica 12 luglio sarà quello decisivo.

In attesa che sia conclamato il Grexit, è comunque possibile trarre già qualche conclusione.

Se a livello internazionale e nazionale (leggasi ad esempio gli articoli di Ezio Mauro24 ed Eugenio Scalfari25) proseguono gli stanchi appelli a fondare gli Stati Uniti d’Europa, è ormai evidente che la strategia delle élite euro-atlantiche è entrata in stallo: se otto anni di moneta unica e cinque di eurocrisi non hanno prodotto la federazione della UE, difficilmente sarà attuabile ora che il quadro economico si è definitivamente deteriorato ed i rari elettori che non disertano le urne si esprimono in massa per partiti anti-establishment.

È sintomatico che il piano presentano dal presidente della commissione Junker preveda un Tesoro della zona euro entro e non prima del 2025: tra le elezioni legislative in Spagna del dicembre 2015, quelle italiane entro il 2016 e le presidenziali francesi del 2017, è sicuro che l’eurozona imploderà prima che si debba convocare una conferenza europea sulla ristrutturazione del debito pubblico nell’euro-periferia.

P.S. l’ennesimo atto del dramma greco non è stato accompagnato da una nuova strage dell’ISIS ma dall’assalto alla borsa cinese, al momento sventato dal rapido intervento di Pechino.

 

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1http://www.affaritaliani.it/Rubriche/Donna_politica/SiriaCreperio.html

2http://www.giornalettismo.com/archives/1850701/grecia-romano-prodi-cina-usa-eviteranno-collasso-delleuropa/

3http://www.romanoprodi.it/notizie/prodi-professore-alla-china-europe-international-business-school_1136.html

4http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-07-02/fmi-salvare-grecia-taglio-debito-e-50-miliardi-tre-anni-172209.shtml?uuid=AC9LlmK

5http://www.ilgiornale.it/news/politica/debito-tagliato-e-20-anni-aiuti-azzardo-tsipras-tavolo-ue-1149118.html

6http://www.nytimes.com/2015/07/07/opinion/for-europes-sake-keep-greece-in-the-eurozone.html?action=click&pgtype=Homepage&module=opinion-c-col-left-region&region=opinion-c-col-left-region&WT.nav=opinion-c-col-left-region&_r=0

7http://www.wsj.com/articles/germanys-power-polarizes-europe-1436231408

8http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Il-portavoce-del-Cremlino-Dimitri-Peskov-prima-di-incontro-Putin-Tsipras-Mosca-possibili-aiuti-alla-Grecia-se-lo-chiedesse-812bdb83-4e3e-4171-875f-221f89f4bb4c.html

9http://www.askanews.it/esteri/lavrov-grecia-non-si-e-rivolta-a-noi-per-aiuti-finanziari_711550632.htm

10http://www.ilvelino.it/it/article/2015/07/06/grecia-cremlino-risultati-referendum-discussi-da-putin-e-tsipras/3b3bc128-32ed-4dad-ad02-64ab9b3cfbaf/

11https://www.agi.it/estero/notizie/grecia_default_spaventa_la_cina_investitori_preoccupati-201507012024-est-rt10177

12http://www.europe1.fr/politique/popularite-francois-hollande-remonte-a-22-1358514

13http://www.journaldunet.com/economie/magazine/en-chiffres/dette-publique.shtml

14http://archiviostorico.corriere.it/1993/gennaio/08/supermarco_concede_una_tregua_co_0_9301084110.shtml

15http://www.iltempo.it/adn-kronos/2015/06/21/grecia-hollande-uscita-da-eurozona-problema-per-tutti-1.1428794

16http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/ContentItem-83fed5a2-d884-491d-8ad4-e6ca4f089f72.html

17http://www.keeptalkinggreece.com/2015/06/12/poll-51-of-germans-want-grexit-41-want-greece-in-the-eurozone/

18http://uk.businessinsider.com/handelsblatt-poll-says-the-majority-of-germanys-business-executives-now-want-grexit-2015-5?r=US

19http://www.ilfoglio.it/aginews/v/14570/grecia-industriali-tedeschi-chiedono-a-merkel-linea-dura.htm

20http://www.bild.de/politik/ausland/athen/reform-programm-oder-grexit-41693748.bild.html

21http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-07-07/negoziati-alto-mare-grecia-cosi-giornali-tedeschi-ora-criticano-regina-merkel-203148.shtml?pager.offset=10&cq_comments_order=DATE&cq_comments_order_dir=DESC&#comments

22http://borsaitaliana.it.reuters.com/article/businessNews/idITKCN0PI1GR20150708

23http://www.tgcom24.mediaset.it/economia/crisi-grecia-liquidita-per-le-banche-solo-fino-a-lunedi-_2121442-201502a.shtml

24http://www.repubblica.it/politica/2015/07/07/news/la_tragedia_europea_in_scena_a_atene-118510976/

25http://www.repubblica.it/politica/2015/07/05/news/non_navi_d_altomare_ma_scialuppe_senza_un_futuro-118370424/

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10 commenti su “Grexit/3: Braccio di ferro tra Germania e USA

  1. Professore, sono ogni giorno di più gli italiani e colo che parlano e leggono la lingua di Dante ad aspettare le sue formidabili analisi. Vede, noi marxisti eravamo e siamo profondamente infelici. Anche per questo ci davamo tanto da fare come facevo io con libri e cultura. Ma dalle sue analisi si vede la luce della libertà, che noi sempre ci premurammo di togliere agli altri.

     
  2. giovanni il said:

    “P.S. l’ennesimo atto del dramma greco non è stato accompagnato da una nuova strage dell’ISIS ma dall’assalto alla borsa cinese, al momento sventato dal rapido intervento di Pechino.”
    è stato l’assalto straniero a far crescere la borsa cinese del 150% di un anno? O le bolle finanziarie devono scoppiare solo in occidente, e se lo fanno in Cina è un gombloddo?

     
    • Federico Dezzani il said:

      I cinesi si ricordano molto bene l’assalto finanziario del 1997 condotto da Soros. Questa volta hanno reagito prontamente: i crolli in borsa e le bolle speculative oggi avvengono impostando software su computer.

       
  3. miles raymond il said:

    Caro Federico, le riforme strutturali sono le stesse del Cile di Pinochet ma è la dose e il modo con cui vengono sommimistrate che preoccupa gli Usa, ho capito bene?
    D altra parte sono loro gli esperti in questo campo, mica si può uccidere l ostaggio, la tortura è un arte per Diana!
    Qua mi sa davvero che gli interessi usa germania non coincidono più, ma sul serio gli usa non tenteranno un colpo di coda? Chesso’, un attentatino, un fuoriuscito isis che si fa un giro per berlino, un aereo che precipita disintegrandosi però prima di toccare terra?
    Stamane sul corriere era tutto un pianto con annessi articoli sui padri fondatori, i 60 anni di pace, l unione politica e bla bla bla, ecco, secondo lei se Gtexit saràquali saranno i tempi di uscita dell Italia e di quel che resterebbe dei piigs?
    Terza e ultima domanda, ma a chi sostiene che un eitorno alle valute nazionali comporterebbe un disastro economico per quanto attiene l acquisto di petrolio e materie prime, un aggravio insopportabile dei mutui in essere e ( non sto ridendo giuro)….. l incapacità senza l euro di competere con la Cina l India e gli altri paesi emergenti lei cosa risponderebbe?
    iigs

     
  4. Luca il said:

    Ottimo articolo, complimenti! Cosa ne pensa del nuovo piano presentato da Tsipras, che di fatto ha accettato tutte le condizioni poste dai creditori?
    Una mossa tattica per portare allo scoperto la Germania o semplicemente il leader greco si è piegato ai desiderata proausterity pur di rimanere nell’eurozona?
    Saluti

     
  5. Giovanni Zazou il said:

    Leggo sempre con molto interesse il tuo blog e volevo chiederti cosa pensi del piano presentato da Tsipras. Non chiede più il taglio del debito e addirittura accetta condizioni peggiori del pre referendum !…Ma allora anche Syriza come M5S ?? …Se la Grexit è scongiurata allora l’euro è molto più stabile di quello che pensi…

    grazie per le riflessioni stimolanti

     
  6. Giovanni il said:

    Credo che si stia verificando quanto da te previsto, ovvero il Grexit è in corso, stanno chiedendo garanzie in tempi troppo brevi e soprattutto stanno strozzando i cittadini rinviando ogni discussione e non riaprendo le banche, da domani potrebbero esserci forti contestazioni e rischio concreto di guerra civile.

     
  7. Sandro il said:

    50 miliardi di asset a garanzia? Ma dove ce li hanno ? Per poi ridurre il debito di 12,5 mld rispetto agli attuali 320 mld ? Ma non sarebbe solo un prolungare l’agonia (con svendita annessa)?La Troika di nuovo in parlamento? Forse il parlamento greco non accetterà, questo è lo scopo Tedesco?

     
    • Federico Dezzani il said:

      Credo di sì Sandro. Se riesco a scrivere un pezzo, lo pubblico a notte fonda: fa anche meno caldo e si lavora meglio.

       

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