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Grexit/1: default tecnico o referendum?

Seguiamo da vicino l’evolversi della crisi ellenica che, sfidando i media, la maggioranza degli analisti e l’opinione comune, eravamo certi sarebbe sfociata nel “Grexit”: per una breve bibliografia sulla Grexit rimandiamo agli articoli “QE: dalla Germania via libera allo smantellamento dell’euro” (23/01/15), “Mezzogiorno di fuoco in Europa”(30/01/15), “La guerra dei gasdotti e l’importanza di chiamarsi Atene” (11/02/15), “A che punto è l’euro-notte” (08/05/15), Moneta unica in avvitamento, tensione militare in ascesa” (29/05/15), “Rettilineo finale” (19/05/15). Dal fallimento dell’Eurogruppo del 18 giugno alla decisione del Parlamento greco di indire un referendum il 5 luglio sul salvataggio della Troika, analizziamo le novità ed i prossimi sviluppi.

Un’eurozona al collasso, indipendentemente dalla Grecia

L’euro non avrebbe mai dovuto essere l’incipit della federazione del continente, bensì l’eventuale coronamento di un processo d’integrazione che, culminato con l’unione politica, avrebbe infine partorito una moneta comune.

Sapendo che le condizioni per federare in maniera democratica il Continente non sussistono, le élite euro-atlantiche scelgono di creare prima una moneta comune che, calata su un’area valutaria non ottimale, avrebbe accumulato nel giro di una decina anni tensioni tali (bolle speculative in immobili, azioni, obbligazioni, peggioramento delle bilance commerciali dell’euro-periferia, etc.) da esplodere con violenza al primo choc esterno (crack di Lehman Brothers). L’emergenza spread, appositamente creata e alimentata dalla City e da Wall Street, avrebbe fornito l’occasione alla tecnocrazia europea di fondare gli Stati Uniti d’Europa, ossia l’unione politica del continente con annessi Tesoro europeo e fiscalità in comune che, svuotando di ogni potere i Parlamenti nazionali ed accentrandolo a Bruxelles, avrebbero consentito di salvare la moneta unica.

Gli sforzi raggiungono il culmine nell’estate del 2012 quando, sull’onda dell’ennesima emergenza spread, tutte le pedine sono disposte per la nascita degli USE: né i tedeschi però (rifiuto degli eurobond e ritrosia ad accollarsi i debiti dell’euro-periferia) né i francesi (fondatori dello Stato nazionale e contrari a qualsiasi ulteriore cessione di sovranità a Bruxelles) sono però al momento decisivo favorevoli a sottrarre al loro Parlamenti la fondamentale funzione di bilancio. La moneta unica conserva perciò la sua sua natura iniziale: un semplice e banale regime a cambi dove l’austerità nei paesi della “periferia” serve a contenere consumi ed import e riequilibrare le bilance commerciali, generando così dei saldi commerciali attivi che rappresentano un “tesoretto di moneta”, diversamente non più stampabile dalle banche centrali nazionali.

L’austerità è quindi imposta a Grecia, Cipro, Italia, Slovenia, Spagna, Portogallo e Irlanda.

La cura scelta dalla Troika per salvare l’euro (basata su criteri squisitamente neoliberisti) ha evidenti limiti: tutto il peso dell’aggiustamento è scaricato sulla periferia, è attuabile solo finché i governi eletti (o imposti) si piegano ai dettami di BCE-FMI-UE e, generando deflazione e caduta della ricchezza nazionale, rendono nel lungo periodo insostenibili i debiti pubblici. Senza l’unione politica e fiscale (che i cittadini europei sembrano rifiutare in massa a giudicare dall’avanzare dei “populisti”) l’eurozona è inevitabilmente destinata a crollare sotto il peso della crisi economica: il rapporto debito pubblico/PIL ha ormai raggiunto il 100% in Spagna e Francia (raddoppiando dall’introduzione dell’euro) e nessuna delle due ha ottenuto significativi miglioramenti delle bilance commerciali mentre l’Italia, pur tornando a registrare saldi commerciali attivi, ha subito un tale crollo dell’attività economica che il debito pubblico ha toccato il 140% del PIL depurato delle attività illecite.

L’euro è quindi inevitabilmente vocato all’implosione e, date le circostanze, Atene può rappresentare l’ultima e fatale crisi della moneta unica.

Il regima a cambi fissi “euro” infatti si regge in piedi finché i governi si piegano all’austerità: quando Alexis Tsipras è entrato nella stanza dei bottoni, l’intero edificio della moneta unica ha mostrato i primi segni di cedimento.

Propaganda, manipolazioni e default

L’interminabile braccio di ferro tra Alexis Tsipras e la Troika raggiunge un punto di svolta il 18 giugno 2015, quando l’Eurogruppo dei ministri delle finanze dell’eurozona si chiude senza un niente di fatto: il premier greco Alexis Tsipras, non attende neppure ad Atene per ricevere ragguagli da Yanis Varoufakis, bensì vola a Mosca dove l’indomani firma l’accordo per la realizzazione del gasdotto Turkish Stream, aborrito dagli angloamericani, di cui riceve per la costruzione anche un anticipo pari a 2 €mld.

In quell’occasione, il Cremlino si dice pronto anche ad elargire aiuti finanziari ad Atene qualora il governo greco li richiedesse ufficialmente1: è quindi probabile che Alexis Tsipras, prima di concludere la spietata partita con la Troika, si sia munito di un paracadute finanziario per fronteggiare i primi turbolenti mesi successivi alla Grexit, quando la Washington e Londra tenteranno in ogni modo di rovesciarlo. Per completezza, riportiamo che circolano voci di una possibile adozione da parte di Atene del rublo2: è difficile al momento stabilire se a meri fini intimidatori o con concrete possibilità di attuazione.

Dal 20 giugno in avanti, il gioco si fa sempre più sporco ed azzardato.

In vista dell’ennesimo vertice a Bruxelles per ottenere lo sblocco di 7,2 €mld, vitali per rimborsare gli 1,6 €mld al FMI entro il 30 giugno, Alexis Tsipras rende note domenica 21 giugno le proprie condizioni per proseguire il percorso di risanamento entro i binari della Troika: fonti ufficiali non meglio identificate, ma che ricevono ampio spazio dai media, definiscono la bozza del premier greco  una “buona base di partenza“.

In concomitanza, è interessante sottolinearlo, un sondaggio elaborato dalla società ellenica Public Issue mostra come il 60% dei greci appoggi la linea di Alexis Tsipras e sia contrario a qualsiasi ulteriore concessione alla Troika, il 52% ritenga Syriza il miglior partito del panorama politico ed il 65% sia a favore di un referendum sull’euro3: i dati sono quindi completamente discordanti con quelli che compaiono il 28 giugno sulla stampa greca e sono immediatamente rilanciati dalle agenzie internazionali. L’istituto Alco e la società Kapa Research (basandosi su un campione di 1.000 persone) sostengono che rispettivamente il 57% ed il 47% degli intervistati sia s’accordo ad accettare le condizioni della Troika pur di accedere agli aiuti4, ribaltando il freschissimo sondaggio di Public Issue.

Lunedì 22 giugno è il giorno della prima grande manipolazione mediatica e borsistica: si somministra morfina all’opinione pubblica e si vende l’accordo come chiuso, rendendo così sempre più difficoltoso un eventuale rifiuto greco.

In mattinata, anticipandolo di cinque giorni, è presentato il cosiddetto “Piano dei Cinque Presidenti”, ossia un percorso di integrazione che prevede, senza la modifica dei Trattati (e nessuna consultazione popolare), prima una maggiore convergenza strutturale dell’eurozona (2015-2017) e poi l’obbligatorietà dei membri ad adeguarsi a determinati parametri finanziari fino alla costituzione di un Tesoro europeo (2017-2025)5: del piano, presentato come la risposta decisiva della UE alla crisi greca, è importante solo evidenziare come l’unione fiscale sia prevista entro il 2025, ossia lontana un’era geologica rispetto ai problemi contingenti.

Sebbene il ministro delle finanze tedesche Wolfgang Schaeuble affermi entrando all’Eurogruppo che non c’è nessuna buona novella né alcun concreto avanzamento nelle trattative, i mercati finanziari, rispondendo ad una logica inversa a quella dell’estate del 2011 quando era artificiosamente alimentato lo spread, schizzano verso le stelle: Piazza Affari chiude a +3,47% ed il differenziale tra Btp e Bund ripiega a 126 punti base. Nessun impatto ha neppure la brusca interruzione dell’Eurogruppo che dopo meno di due termina ed è aggiornato per l’ennesima volta a giovedì 25 giugno.

Anche l’incontro del 25 giugno, ça va sans rien dire, termina con un nulla di fatto e ed il tentativo di quadrare le posizioni è procrastinato al’Eurogruppo “decisivo”, sabato 27 giugno: si noti come, sebbene per tutta la settimana latiti qualsiasi passo in avanti, lo spread, anziché rialzare la cresta, si affievolisca seduta dopo seduta e Piazza chiuda venerdì con un guadagno accumulato del 5%. Stranamente inosservata passa anche la profezia-minaccia di Goldman Sachs secondo cui, in caso di Grexit, lo spread lieviterebbe a 400 punti base, livello raggiunto nel 2011 prima delle dimissioni di Silvio Berlusconi6: l’esecutivo di Matteo Renzi, godendo però dell’appoggio incondizionato di Mario Draghi e della finanza anglosassone, venerdì sera può riposare tranquillo tra in guanciali di uno spread a 124 punti base.

Sabato 27 giugno è l’ultimo atto: la delegazione greca lascia Bruxelles ed un Eurogruppo a 18 membri (su 19 aderenti all’eurozona) sbatte la porta in faccia ad Atene, negandole la richiesta di estendere gli aiuti finanziari fino al referendum indetto da Alexis Tsipras il 5 luglio: il premier greco annuncia di voler sottoporre ai cittadini greci la decisione se accettare o meno le condizioni delle Troika e, allo stesso tempo, si schiera apertamente per il loro rigetto.

Non si fa attendere la reazione dell’establishment euro-atlantico: la BCE blocca in fondi ELA allo stesso livello di venerdì scorso (89 €mld, peraltro vicino al limite massimo di 95 €mld pari al collaterale delle banche greche), il presidente francese François Hollande interviene pesantemente nella politica interna greca deplorando la decisione greca di indire il referendum ed il presidente della commissione europea, Jean-Claude Juncker, entra a gamba tesa sul governo di Atene, chiedendo ai cittadini di votare a favore dell’intesa con la Troika, sfiduciando così il premier greco e spalancando le porte all’ennesimo Mario Monti o Lucas Papademos.

Messa alle strette dalla BCE, Atene segue l’unica strada percorribile da un Paese che non può emettere moneta: chiude le banche per sei giorni lavorativi e limita il prelievo ai bancomat a 60 euro giornalieri, impedendo così che i cittadini monetizzino conti correnti di cui non c’è fisicamente più il corrispettivo liquido. Anche la borsa è serrata fino al 7 luglio, ma i fondi d’investimento agganciati alla piazza d’Atene e scambiabili negli altri mercati (gli exchange-traded fund) segnano nondimeno un crollo del 15% (parallelo ad uno spread a 1.420).

L’incendio intanto si propaga lunedì a tutte le piazze tanto i corsi azionari si avvitano quanto lo spread lievita: Milano -5,17% e spread 158, Madrid -4,5% e spread 158, Portogallo -5,22% e spread a 238, Parigi -3,75% e spread a 34.

Nel frattempo il presidente americano Barack Obama, facendo seguito al segretario del tesoro Jacob Lew, contatta i leader europei nel disperato tentativo di salvare l’eurozona o, meglio, procrastinarne il più possibile l’implosione: Washington trova comprensione a Parigi dove criticano il referendum ma sono disposti a fare concessioni, mentre l‘affievolirsi dell’influenza americana (la principale causa dell’euro-implosione prossima ventura) è palpabile a Berlino dove, al contrario, sono da sempre favorevoli all’idea di un referendum ma si oppongono a qualsiasi ulteriore cancellazione del debito o ammorbidimento dell’austerità.

È vero che la cancelliera Angela Merkel afferma che la fine dell’euro comporterebbe la fine dell’Unione Europea, ma il messaggio sublimare è che devono essere i Greci ad esprimersi a favore della Troika, non la Troika a piegarsi ai greci, pena una difficilissima situazione per la stessa Merkel, pressata dai falchi della CSU-CDU e da un’opinione pubblica sempre più intollerante verso la Grecia.

Nella serata di lunedì il governo greco rende infine noto che la tranche da 1,6 €mld in scadenza il 30 giugno non sarà rimborsata al FMI.

Quali sono quindi gli scenari?

Un primo scenario, non escludibile dal momento che il direttore generale del FMI Christine Lagarde affronterà tra circa un anno la delicata sfida per il rinnovo della carica, è che la Grecia, non pagando, sia dichiarata in default tecnico dall’organizzazione con sede a Washington. Essendo l’FMI un creditore privilegiato, che non può accettare la ristrutturazione dei crediti né la loro cancellazione, scatterebbe la clausola di cross default per cui la BCE e il Fondo Salva Stati dovrebbero a loro volta dichiarare Atene fallita e rimborsare di tasca propria l’istituto diretto dalla Lagarde. La Grecia quindi, in default tecnico e senza più accesso ai fondi ELA di Francoforte, sarebbe automaticamente obbligata ad uscire dall’euro per riacquistare capacità di emettere moneta e irrorare l’economia di liquidità. Non è da escludere che Tsipras, gettando il referendum oltre la scadenza del 30 giugno, abbia fatto modo che fosse l’FMI a decretare il Grexit.

Un secondo scenario è che l’FMI procrastini la decisione sulla solvibilità di Atene fin oltre il 5 luglio: in quel caso assume un rilievo centrale l’esito del referendum.

L’unico strumento che l’establishment euro-atlantico ha per evitare i greci votino contro l’intesa con la Troika, più che gli inutili appelli di tecnocrati e capi di stato, è il precipitare della situazione economica e sociale greca entro il 5 luglio: è quindi probabile che la Grecia sia sottoposta ad un embargo economico e finanziario de facto, mentre si cercherà di organizzare manifestazioni di piazza o ammutinamenti in seno al Parlamento per provocare la caduta di Tsipras.

I media internazionali, propagando le foto di poveri ed infermi anziani in coda sotto il sole estivo per ritirare la pensione, dipingono già il popolo greco come vittima dei “giovani, inetti e vanitosi” Tsipras e Varoufakis e la percentuale degli intervistati pronti a votare “sì” all’intesa sembra già preponderante. Sono però trucchi buoni solo per manipolare l’opinione di chi non vive direttamente la crisi ellenica: il premier greco dovrebbe piuttosto riflettere sul destino, se non di Salvador Allende, perlomeno di George Papandreou, che nel 2011 ebbe la (sfortunata) idea di proporre un referendum sulle misure della Troika.

Di qui a domenica, sarà tentato di tutto per impedire il referendum o influenzarne l’esito e, soprattutto, dimostrare ai restanti cittadini dell’eurozona quanto sia sconsiderato e pericoloso sfidare Bruxelles.

grecia5

1http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Il-portavoce-del-Cremlino-Dimitri-Peskov-prima-di-incontro-Putin-Tsipras-Mosca-possibili-aiuti-alla-Grecia-se-lo-chiedesse-812bdb83-4e3e-4171-875f-221f89f4bb4c.html

2http://www.ilgiornale.it/news/economia/vasilis-vasilikos-grecia-potrebbe-entrare-nellarea-rublo-1143090.html

3http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/06/21/sondaggi-60-dei-greci-sta-con-tsipras-nessun-passo-indietro-nelle-trattative/1801389/

4http://www.affaritaliani.it/economia/euro-i-greci-verso-il-si-all-accordo-tsipras-colpa-della-bce.html

5http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-06-21/europa-futuro-tre-tappe-piccoli-passi-pesa-crisi-greca-182634.shtml?uuid=ACiYIXE

6http://www.adnkronos.com/soldi/finanza/2015/06/25/goldman-sachs-con-grexit-spread-punti-come-nel-novembre_0XioAQUJivQJiDldvZVt5L.html

20 Risposte a “Grexit/1: default tecnico o referendum?”

  1. Bravissimo Federico, un tuo post vale più di mille articoli di giornale. E ci azzecca molto di più. Mi piace leggere i vecchi post per verificare le previsioni poi avverate.

  2. Ogni settimana, aspetto con ansia che arrivi il venerdì per un tuo nuovo articolo, questa settimana mi hai stupito per averlo pubblicato prima, ma la data odierna che probabilmente passerà alla storia dell’UE lo meritava, vedo che è solo la prima parte immagino che la seconda arriverà dopo il referendum se questo mai ci sarà….. I nuovi commenti sui giornali di oggi di un accordo in extremis mi sembrano le solite chiacchiere di cortile per scrivere qualcosa sui giornali…..

  3. Complimenti per il bell’articolo. Ho scoperto da poco il tuo blog, lo seguo ormai con piacere per la chiarezza con cui esponi i fatti. Ancora complimenti, e grazie per fare della buona informazione.

  4. Ecco. Al solo sentire la parola Referendum, noi che da sempre bolscevichi sappiamo di essere in totale minoranza, non capiamo più nulla. La nostra allieva Angela Krasner e’ sbigottita e non riesce a pensare. I suoi dante causa a Londra si chiedono se fare come al solito (entrare nei seggi e manipolare il voto: come ancora pochi mesi fa in Scozia), oppure come a Kiev. Il rischio e’ che a votare no sia pressoché tutto il popolo greco, e’ grande. Nulla di tutto ciò. L’inettitudine di questi uomini e donne a capo dei vari governi europei e’ troppo grande. Ne saranno travolti. In Grecia già si stampano le dracme. Lei sa, vero professore, come inaugura la sessione di apertura del Parlamento greco, vero?

    1. No, Willy, come inaugura la sessione di apertura del Parlamento greco? Immagino che non suonino Zorba il greco…

      1. I deputati si alzano tutti e gridano: Christos anesti. La Grecia, nella cui lingua sono scritti i Vangeli, farà crollare la ue con un tonfo assai più grande di quello che butto’ giù lo Stato che costruimmo ed imponemmo noi alla Russia.

  5. Buonasera Federico, dopo aver guardato per una mezz ora Ballarò, un po’ d aria fresca col suo articolo mi ci voleva proprio.
    Grazie.

    1. E’ un piacere. In vetta alla montagna l’aria è più pura, ma non è uno spettacolo per chi soffre di vertigini…

  6. l’intelligenza di Dezzani nel 2015, e nell’Italia del 2015, è semplicemente surreale.
    grazie

    1. Grazie Pietro,
      sono talmente grandi ormai le menzogne e la propaganda, che basta un minimo di obbiettività e raziocino per sembrare muniti di un’intelligenza fuori dalla media.

  7. Grazie innanzitutto per gli articoli, la ho scoperta anche io da poco, lei brilla per logica,
    circostanzialità e pregnanza delle analisi. Mi permetto di suggerire l’ipotesi che Tsipras sia assimilabile come pedina a Grillo e Casaleggio, e a mio avviso probabilmente anche a Podemos, secondo la logica del puparo che lei così bene descrive. I tempi e i modi dell’uscita del referendum, e a mio parere soprattutto le recenti reazioni della Merkel al suddetto emanano un sottile umore metastasiano.

    1. Possibile… La mossa del referendum l’ha comunque messo, volente o nolente, di fronte alla necessità di uscire dall’euro qualora, come probabile, vincessero i “no”. L’ironia è che Berlino sarebbe pure contenta. Ce ne occuperemo nel prossimo articolo.

  8. pero’ già Romano Prodi paventava del referendum non tanto la prova quanto la circolazione delle idee che il dibattito elettorale contingentato avrebbe consentito: “col referendum la gente avrebbe capito ed aver sottratto l’adesione all’euro ai processi elettorali è stata una vittoria”. Con una settimana di tempo non so quanto potranno circolare le idee e discusse le tesi, e non so in quale modo potrà legittimamemnte formarsi il consenso.

    1. David Sassoli, vicepresidente del parlamento europeo, ha definito il referendum come “dittatura della maggioranza”. Facce come il ****

  9. Com è possibile scrivere così copiosamente di una bisca clandestina frequentata per lo più da bari seduti su di un cumulo d’assi?

    1. Il mio precedente è stato il primo commento, anche per verificare eventuale moderazione preventiva, inverata per scarsa fiducia nei commentatori che potrebbero essere facilmente rimossi ex post.

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