Omicidio Regeni, tre mesi dopo: il conto (salato) pagato in Libia

Il barometro dell’eurocrisi segna tempesta, alimentando i dubbi sulle capacità di sopravvivenza dell’Unione Europea: consumatasi l’implosione, il baricentro geopolitico dell’Italia scenderebbe nuovamente verso il Mediterraneo. Ecco perché il comportamento del governo Renzi suscita sgomento ed allarme: dal caso Regeni al dossier libico, l’esecutivo è incapace di attuare un’agenda a difesa degli interessi nazionali nell’area, dimostrandosi completamente prono alla volontà delle cancelliere straniere che, nell’attuale contesto internazionale, curano solo il proprio tornaconto. Nella partita senza esclusione di colpi per il futuro della Libia, aver abbandonato l’asse Haftar-Al-Sisi, rischia di costarci molto caro, lasciando carta bianca a Parigi: pensieri che non angustiano di certo l’ex-ambasciatore italiano al Cairo, promosso a Bruxelles dopo il caso Regeni.

Promozione per l’ambasciatore al Cairo che gestì l’affare Regeni…

Segna bassa pressione il barometro dell’eurocrisi e le notizie che si susseguono in queste settimane confermano la formazione di minacciosi cumulonembi sopra l’Europa, forieri di tempesta: spinte deflazionistiche in aumento, produzione industriale in calo, referendum sul Brexit in avvicinamento, Francia in ebollizione per la riforme del mercato del lavoro, etc. etc. Abituati ad un approccio “economicistico” all’Unione Europea, si è a lungo trascurato la sua natura geopolitica, ossia quella di “gabbia atlantica” del Vecchio Continente, corrispettivo economico/politico della NATO. Quali sarebbero le conseguenze geopolitiche di una sua dissoluzione, in particolar modo per l’Italia? Bé, lo sciogliersi dei legacci che l’hanno finora vincolata a Bruxelles, implicherebbe una discesa del baricentro del Paese, sinora artificialmente collocato tra Germania, Francia e Regno Unito, verso il Mediterraneo. Si tratterebbe, a dire il vero, di un ritorno, perché il Mediterraneo, il Medio Oriente ed i Balcani, compreso il bacino del Danubio, sono le aree dove l’Italia proietta storicamente la sua influenza economica e politica.

Se i governi italiani si dimenticano spesso delle potenzialità offerte dalla posizione strategica delle penisola (quando non fa di peggio, come dimostra il sostegno allo smantellamento della Jugoslavia ed all’intervento militare in Libia del 2011), perlomeno le poche grandi imprese sopravvissute tengono alta la bandiera: tipico, a questo proposito, è la scoperta dell’ENI dell‘enorme giacimento metanifero al largo delle coste egiziane, annunciata nell’estate 2015. Una condotta assennata consiglierebbe a qualsiasi esecutivo di non ostacolare l’attività di supplenza svolta dalle aziende italiane in politica estera, tanto più se svolta in un’area, il Mediterraneo, decisiva per il futuro dell’Italia. Incredibilmente, i governi italiani, sia per l’intrinseca debolezza sia per i criteri con cui sono scelte le più alte cariche dello Stato, adottano invece comportamenti masochistici, sabotando persino le conquiste strappate con il duro lavoro delle aziende: ci riferiamo, ovviamente, al caso Regeni ed al dramma seguente.

Sull’argomento abbiamo scritto a più riprese: prima evidenziando come il rapimento e l’uccisione del giovane ricercatore italiano presentassero tutte le caratteristiche dell’operazione clandestina, poi indagando su quali interessi si nascondessero dietro Amnesty International e gli ex-Lotta Continua fautori della linea dura contro l’Egitto, infine soffermandoci sugli eccessi di certa stampa blasonata che, pur di infangare il presidente Al-Sisi, ha rasentato il ridicolo. Era talmente martellante il battage per congelare (se non tagliare tout court, come invocava il gruppo editoriale di Carlo De Benedetti) i rapporti con l’Egitto, e talmente forte la pressione esercitata da quelle stesse cancellerie (Washington e Londra in primis) responsabili della morte di Regeni, che il governo italiano ha, alla fine, capitolato. L’8 aprile, dopo “l’includente” vertice a Roma tra gli inquirenti italiani e gli omologhi egiziani, l’esecutivo ha richiamato l’ambasciatore al Cairo per consultazioni, sigillando la rottura diplomatica tra i due Paesi. Il premier Matteo Renzi, non pago, si è esibito anche nell’immancabile “cinguettio”, sulla scia della campagna di Amnesty International.

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Grande soddisfazione, ovviamente, nelle cancelleria atlantiche ed europee: si sminuisce così il recente successo dell’ENI che aveva rilanciato in grande stile il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo orientale, si consente ai rivali commerciali di appropriarsi di una fetta dell’interscambio italo-egiziano (perché il caso Regeni non impedisce né al presidente François Hollande1, né al vice-cancelliere tedesco Sigmar Gabriel2 di recarsi in pellegrinaggio al Cairo per siglare succulenti affari) e, dulcis in fundo, si compromette la collaborazione tra i due Paesi sullo scottante ed attualissimo dossier libico.

Trascorre qualche settimana ed il ministro Federica Guidi (che il 3 febbraio guidava la delegazione di imprenditori al Cairo, subito cancellata alla notizia del ritrovamento del cadavere di Regeni) è costretta alle dimissioni sull’onda dello scandalo Tempa Rossa; il 9 maggio è annunciato suo sostituto: Carlo Calenda che, nella veste di ambasciatore dell’Italia presso l’Unione Europea, è stato per nemmeno due mesi (marzo-maggio) l’uomo “fidato” di Matteo Renzi a Bruxelles negli attuali, difficili, frangenti. Adesso, quindi, è vacante una prestigiosa poltrona europea, occupata sino a quel momento da un “renziano doc” come Calenda: a chi assegnarla?

Ennesimo capitolo del dramma Regeni: come massimo rappresentante presso la UE è chiamato nientemeno che l’ambasciatore al Cairo, ora richiamato in Italia “per consultazioni”, Maurizio Massari, a sua volta sostituito da Giampaolo Cantini. Si noti che l’avvicendamento tra Massari e Cantini non è seguito dal reinsediamento in Egitto dell’ambasciatore (“non è ancora stato deciso quando Cantini potrà prendere possesso dell’ambasciata al Cairo: la crisi con il regime di al-Sisi al momento rimane aperta” scrive il Corriere3).

Sorge spontaneo l’interrogativo, la promozione di Maurizio Massari, che in Egitto ha seguito lo scoppio ed il precipitare dall’affaire Regeni, è fortuita, oppure Massari è stato ricompensato con la poltrona di ambasciatore presso la UE per i suoi “servigi”? E, nel caso in cui la seconda ipotesi fosse quella giusta, chi ha caldeggiato presso Renzi la nomina a Bruxelles?

Cominciamo dal curriculum vitae4 di Maurizio Massari, una feluca di provata fede atlantica (come, peraltro, tutto il nostro costosissimo e raccomandatissimo corpo diplomatico). Laurea in scienze politiche a Napoli, specializzazione alla John’s Hopkins University di Washington, assegnato all’ambasciata di Mosca come responsabile per la stampa tra il 1986 ed il 1990, Massari trasloca a Londra (1991-1994) dopo la fine della Guerra Fredda, occupandosi di “settore economico-commerciale e politiche europee”; quindi si trasferisce a Washington (1998-2001) come “consigliere politico durante il secondo mandato dell’amministrazione Clinton”.

È grande la sensazione che Massari sia riconducibile agli ambienti liberal che occupano la Casa Bianca con Bill Clinton, per poi reinsediarsi nel 2009 con Barack Obama presidente ed Hillary Clinton Segretario di Stato: senza dubbio tra Massari e l’amministrazione Obama c’è sintonia di vedute sul Medio Oriente, come dimostra il fatto che, a distanza di un anno dalla destabilizzazione angloamericana del Nord Africa e del Levante, nota come Primavera Araba, “l’ex-consigliere politico a Washington” contribuisce al libro5 intitolato“Le rivoluzioni della dignità. 18 mesi di proteste, di repressione e di rivoluzioni che hanno cambiato il mondo arabo”, dove si saluta con favore la caduta dei regimi laici ed il risveglio dell’islam politico, Fratellanza Mussulmana in testa6. Pochi mesi dopo la pubblicazione del volume e, nel gennaio 2013, Maurizio Massari è nominato ambasciatore al Cairo: non ha nemmeno il tempo di disfare i bagagli, che il feldmaresciallo Abd Al-Sisi rovescia con un colpo di Stato (luglio 2013), il disastroso governo della Fratellanza Mussulmana, tanto cara a Londra e Washington.

Da allora, gli angloamericani si prodigano senza sosta per rovesciare il presidente Al-Sisi: la penisola del Sinai è trasformata in un avamposto del terrorismo islamico, si moltiplicano gli assalti islamisti all’esercito ed alla polizia e la strategica industria turistica è portata al collasso.

Se l’Italia ha ovviamente tutto l’interesse che il governo di Al-Sisi si consolidi, consentendo il ritorno alla normalità di un Paese dove gli investimenti tricolori abbondano (da Intesa SanPaolo all’ENI), c’è il sospetto che qualche pezzo dell’apparato diplomatico remi contro, prestandosi magari all’operazione ai danni di Giulio Regeni, maturata nell’autunno 2015 dopo il suo arrivo al Cairo.

Scrive il Corriere della Sera l’11 febbraio, ricostruendo la scomparsa del giovane ricercatore friulano7:

La tempistica è documentata. Gennaro Gervasio, l’amico che aveva un appuntamento con Giulio, al quale il ricercatore non è mai arrivato, perde le sue tracce intorno alle 20.30 del 25. Tre ore dopo, alle 23.30 chiama sul telefonino l’ambasciatore Massari, che conosce, e lancia l’allarme, fornendo dati e numero di telefono di Giulio. Pochi minuti dopo la segnalazione, l’ambasciata avverte i responsabili dei nostri servizi sul posto. E li sollecita nuovamente la mattina successiva. I canali dell’intelligence fanno sapere di aver compiuto verifiche. E di aver ricevuto comunicazione dalle controparti che non hanno trovato notizie di Giulio. Alle 15 del 26 gennaio, quando mancano ancora 9 ore al tempo richiesto dalla legge per poter denunciare una scomparsa, l’ambasciata manda una nota ufficiale al ministero degli Esteri egiziano (e in copia a quello dell’Interno e all’intelligence) chiedendo ogni investigazione necessaria a rintracciarlo. Intorno a mezzanotte un funzionario dell’ambasciata, assieme a Gennaro Gervasio, sporge formale denuncia al commissariato di Dokki.

Il 25 gennaio, data oculatamente scelta perché anniversario della rivoluzione di Piazza Tahir ed utile ad avvalorare la pista dell’omicidio politico, Gennaro Gervasio invita Giulio Regeni ad un appuntamento cui il giovane friulano non si presenterà mai.

Gervasio non è “un amico” qualsiasi di Regeni, bensì è docente alla British University del Cairo8 e suo “tutor”9, ossia il suo supporto nell’attività didattica: ricordiamo che Regeni, ex-collaboratore della Oxford Analytica, studia infatti alla Cambridge University, sotto l’ala protettrice di professori piuttosto politicizzati, come Anne Alexander, immortalata mentre inveisce contro il presidente Abd Al-Sisi, davanti alle bandiere sventolanti della Fratellanza Mussulmana10.

Dopo tre squilli a vuoto tra le 20.18 e le 20.2511 il telefono di Regeni diventa muto e Gennaro Gervasio, considerata la “situazione tesa” in città, attende appena tre ore prima di avvertire l’ambasciatore Maurizio Massari, di cui, ovviamente, ha il numero di telefono (ore 23.30). Lascia basiti la reazione di Massari: un giovane italiano è telefonicamente irraggiungibile da poco tempo e, sebbene sia quasi notte, l’ambasciatore avverte immediatamente i servizi segreti italiani sul posto, per poi incalzarli la mattina successiva. Non pago, quando mancano ancora nove ore per poter denunciare la scomparsa di Regeni, Massari invia una nota ufficiale al Ministero degli Esteri egiziano, premurandosi di inviarne una copia anche al nostro Ministero degli Interni ed ai servizi segreti a Roma.

Complimenti, Massari, per lo zelo!

Sorge però spontaneo il dubbio se l’ambasciatore avrebbe agito allo stesso modo anche con un semplice turista, oppure se fosse in qualche modo al corrente, come Gennaro Gervasio, di quanto stesse realmente accadendo a Regeni: il suo zelo, in questo caso, sarebbe finalizzato a gonfiare da subito il caso del giovane ricercatore, primo passo dell’iter che culminerà con la rottura diplomatica. Sicuramente Maurizio Massari non risparmia energie per precipitare la situazione: quando il corpo del giovane ricercatore è rinvenuto il 3 febbraio, in coincidenza con la visita al Cairo del ministro Federica Guidi e di una nutrita delegazione economica, è ancora lui che si prodiga per sospendere la missione, come da lui stesso affermato12:

“Avevamo appena iniziato il ricevimento per 250 businessman italiani e egiziani all’ambasciata quando verso le 20.15, un alto funzionario del ministero degli Esteri mi ha dato informalmente la notizia del ritrovamento del corpo di Giulio . Allora abbiamo deciso di sospendere tutto, il ricevimento e la visita del ministro Guidi, per rispetto nei confronti di Giulio e la sua famiglia”

Trascorreranno ancora due mesi e, dietro pressioni angloamericane, si arriverà l’8 aprile al richiamo “per consultazioni” di Maurizio Massari, sancendo la definitiva rottura tra Italia ed Egitto, tanto auspicata da Washinton, Londra &Co. Ne trascorrerà ancora un altro e Maurizio Massari (su pressione degli stessi centri d’interesse?) sarà promosso il 10 maggio ad ambasciatore italiano presso la UE.

È Maurizio Massari, addetto agli affari economici a Londra tra il 1991 ed il 1994, consigliere politico a Washington durante il secondo mandato di Bill Clinton, contributore del libro sulla Primavera Araba “Le rivoluzioni della dignità”, in qualche modo coinvolto nell’operazione clandestina che ha portato al rapimento ed all’uccisione di Giulio Regeni? È la sua nomina ad ambasciatore presso la UE al posto di Carlo Calenda, una ricompensa per i suoi “servigi”?

Diceva il divo Giulio, che di macchinazioni e machiavellismi se ne intendeva assai: “a pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso ci si indovina”.

 

L’Italia molla Al-Sisi ed Haftar, la Francia gode

Abbiamo sottolineato fin dalla nostra prima analisi come uno dei molteplici obbiettivi prefissati dagli angloamericani nel “sacrificare” Giulio Regeni sull’altare della realpolitik più cruda, fosse quello di sabotare la collaborazione italo-egiziana in Libia, così da facilitare il processo di balcanizzazione del Paese, recentemente culminato con la nascita del “governo d’unità nazionale” installato a Tripoli e patrocinato dagli USA , contrapposto al governo “legittimo e riconosciuto a livello internazionale” (almeno questa era le definizione sino a pochi mesi fa) di Tobruk.

Ripercorriamo velocemente i fatti e vediamo come si incastra l’omicidio Regeni in questa strategia.

Nell’estate 2014 le forze islamiste di Alba della Libia, una variante locale della Fratellanza Mussulmana, occupano con un colpo di mano il Parlamento: sono spalleggiate dai soliti Qatar e Turchia, gli stessi attori regionali con cui Londra e Washington hanno messo a ferro e fuoco anche la Siria, e non c’è alcun dubbio che l’instaurarsi di un regime islamista in Tripolitania abbia il placet atlantico. La sostanziale accondiscendenza verso Alba della Libia è testimoniata dal fatto che il governo “legittimo”, quello nazionalista-laico presieduto da Abdullah al-Thani e rifugiatosi a Tobruk, non riceve alcun aiuto nel ristabilire il controllo sul Paese: quando il generale Khalifa Haftar lancia l’operazione Dignità per “liberare” il Paese dagli islamisti, Washington si guarda bene dal sostenerlo militarmente, ignorando le insistenti richieste di revocare l’embargo sulle armi (inducendo così Al-Thani ed Haftar a riallacciare i rapporti con Mosca).

In questa fase il governo di Tobruk ed il generale Haftar, sponsorizzato dall’Egitto di Abd Al-Sisi e dagli Emirati Arabi Uniti, possono ancora contare sull’appoggio di Francia e Italia, che forniscono il loro supporto a livello di servizi segreti. C’è quindi il rischio che il governo nazionalista-laico riesca, presto o tardi, a riconquistare la Tripolitania, vanificando gli sforzi angloamericani tesi alla spartizione del Paese in due o tre entità. Che fare? Nel gennaio 2015 si materializza l’ISIS che, con grande avvedutezza strategica, prende d’assalto i campi petroliferi, mettendo in ginocchio l’economia del Paese.

Parte quindi la manovra mediatico-diplomatica con cui gli angloamericani provano a spingere l’Italia verso l’intervento militare in Libia: si tratta ovviamente di un trappola, mirata a ripetere l’esperienza della Somalia, dove la missione internazionale, anziché sedare la guerra civile, alimenta le spinte centrifughe, favorisce la radicalizzazione e getta benzina sul fuoco del terrorismo. In questa fase Matteo Renzi, ancora relativamente forte sul piano interno, fiuta la trappola, rigetta l’opzione militare e stringe ulteriormente l’alleanza con l’Egitto per risolvere il rebus libico: è il momento di massima sintonia tra Roma ed il Cairo, culminato con la partecipazione di Renzi al Forum economico di Sharm El Sheik del marzo 2015, durante cui il premier afferma13:

Apprezziamo la leadership di Al Sisi. Questo vale anche per la crisi libica e siriana (…) Sosteniamo la sua visione, la sua lotta alla corruzione e il suo lavoro per la stabilità. L’Egitto può andare avanti in un processo di consolidamento istituzionale. L’Egitto affronta le crescenti minacce del terrorismo, rimanendo attaccati al rispetto della libertà. La stabilità dell’Egitto è la nostra stabilità, non soltanto per questa area del mondo”.

Che le crescenti sinergie tra Italia ed Egitto, in campo economico come politico, diano molto fastidio, è testimoniato dall’autobomba che sventra il nostro consolato al Cairo l’11 luglio 2015.

È quindi più impellente che mai sabotare la triangolazione Roma-il Cairo-Tobruk, per impedire che la Libia sia riunificata all’insegna di un regime laico-nazionalista. Ne segue una manovra diplomatica, tanto subdola quanto efficace: al governo “legittimo” di Tobruk è affiancato il governo “d’unità nazionale” di Fayez al-Sarraj, nato al vertice marocchino del 17 dicembre 2015 ed innestato a Tripoli su quello islamista . In questo modo si delegittima il governo laico-nazionalista di Abdullah al-Thani e si riconosce la spaccatura de facto della Libia tra Tripolitania e Cirenaica. Washington esercita tutta la sua influenza su Matteo Renzi e sul Ministro degli Esteri Gentiloni affinché Roma si svincoli quindi dall’alleanza con Al-Sisi ed Haftar e si imbarchi nell’avventura di Fayez al-Sarraj: ad aiutare l’operazione diplomatica interviene, provvidenzialmente, il rapimento e l’uccisione di Giulio Regeni.

Ecco cosa scrive il 24 febbraio Gianluca Di Feo su la Repubblica14:

“Ed ecco materializzarsi il “piano B”: l’ipotesi che sta rapidamente prendendo piede tra Roma e Washington è quella di abbandonare il parlamento di Tobruk e l’armata del generale Haftar – che stanno soffocando anche il secondo tentativo dell’Onu – per puntare sull’altra compagine, quella di Tripoli. Al momento è una sorta di “ultima minaccia”, per cercare di sbloccare le resistenze di Tobruk ma potrebbe trasformarsi in fretta in un’opzione concreta. Con un ribaltamento di fronti: mentre a Tripoli il potere è in mano a formazioni islamiche più o meno moderate, il governo rivale aveva ispirazione laica e supporto occidentale. E con la prospettiva di dividere il paese in tre entità principali, che ricalcano l’antica organizzazione amministrativa ottomana: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Una soluzione che potrebbe placare anche le potenze regionali, come Egitto, Turchia, Qatar ed Emirati.”

Nei primi mesi del 2016 torna così a materializzarsi nuovamente l’ISIS che prende ancora di mira gli impianti petroliferi, portando al collasso l’economia del Paese. Parallelamente si intensifica la pressione angloamericana sull’Italia affinché invii i famosi 5.000 militari a sostegno del governo d’unità nazionale: “All’Italia la guida in Libia. Ci aspettiamo 5 mila uomini15 titola l’intervista, pubblicata il 4 marzo sul Corriere della Sera, all’ambasciatore statunitense John Phillips. È la riproposizione della trappola apparecchiata già un anno prima: inviare un contingente di soldati a sostegno dell’evanescente Fayez al-Sarraj, anziché riappacificare e ricomporre la Libia, è sinonimo di propagazione del terrorismo e di definitiva secessione della Cirenaica dalla Libia. Anche in quest’occasione, l’istinto di sopravvivenza di Matteo Renzi gli sconsiglia di avventurarsi in campagne militari, foriere di un possibile colpo di grazia al suo già traballante potere.

C’è un però: come abbiamo detto infatti, a sostenere il generale Khalifa Haftar ed il suo mentore egiziano Abd Al-Sisi, erano inizialmente Italia e Francia. Ebbene Parigi, da sempre molto più attenta e zelante nel curare i suoi interessi in politica estera, si guarda bene dall’abbandonare la rodata e funzionante alleanza con Tobruk ed il Cairo, per imbarcarsi nell’effimero esperimento del “governo d’unità nazionale”. I francesi, quindi, rimangono fedeli al generale Haftar e ne sostengono attivamente la lotta contro le milizie islamiste, attraverso i commando che scelgono come base l’aeroporto di Benina16. È grazie ai corpi speciali transalpini se Haftar completa ad aprile la riconquista di Bengasi, come è grazie al sostegno di Parigi, unito alla fornitura di oltre 1.000 blindati sovvenzionati dall’Arabia Saudita, se Haftar sta avanzando verso Sirte, sinora roccaforte dell’ISIS. La conquista della città aprirebbe la strada verso Misurata e Tripoli.

Per frenare le ambizioni di Haftar e neutralizzarne gli sforzi di riunificare manu militari la Libia, a Washington non rimane quindi che la soluzione di revocare l’embargo sulle armi a beneficio del governo d’unità nazionale, strada imboccata alla recente conferenza a Vienna organizzata da USA ed Italia, così da consentire non a Fayez Al-Sarraj, privo di qualsiasi forza militare, ma alle milizie islamiste di Tripoli, di difendersi dalla sempre più probabile avanzata di Haftar (la scusa di facciata per la fornitura d’armi è, ovviamente, la lotta all’ISIS).

In questo contesto, la condotta adottata da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni non può che creare allarme e sgomento.

Congelati i rapporti diplomatici con l’Egitto dopo l’omicidio Regeni ed abbandonata l’alleanza con Haftar, da un lato l’Italia assiste impotente all’attivismo di Parigi che sta allargando la sua sfera d’influenza man mano che l’esercito nazionale libico avanza verso ovest, dall’altro lato è vincolata al governo d’unità nazionale patrocinato da Washington, le cui uniche possibilità di sopravvivenza sono legate ad un accordo in pianta stabile con le milizie islamiste e la Fratellanza Mussulmana. Troppo tardi, Paolo Gentiloni è tornato sui suoi passi, chiedendo che anche Haftar fosse coinvolto nel processo di riappacificazione nazionale17, quando è ormai chiaro che i nodi saranno sciolti sul campo di battaglia.

Il caso Regeni, il seguente congelamento dei rapporti col Cairo e la politica estera del governo Renzi, completamente prona agli interessi atlantici, rischiano così di costare carissimo all’Italia: proprio in un momento in cui la probabilità sempre più alta di un collasso dell’Unione Europea rende il Mediterraneo di nuovo centrale per il futuro del Paese.

 

Batterie di blindati sbarcati in Cirenaica

tobruk2

 

 

 

1http://www.affaritaliani.it/esteri/egitto-francia-hollande-al-cairo-firmati-30-accordi-417679.html

2https://www.lastampa.it/2016/04/18/esteri/il-vice-della-merkel-in-egitto-elogia-al-sisi-straordinario-ateTeb8MOjR01KO95UnbyJ/pagina.html

3http://www.corriere.it/cronache/16_maggio_10/maurizio-massari-nominato-rappresentante-dell-italia-europa-posto-calenda-55f25980-16da-11e6-a3a2-ca09c5452a5d.shtml

4http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/ministero/2013/01/23/Italia-Egitto-Maurizio-Massari-nuovo-ambasciatore-Cairo_8124692.html

5http://www.ambilcairo.esteri.it/ambasciata_ilcairo/it/ambasciata/ambasciatore/ambasciatore.html

6http://www.ediesseonline.it/catalogo/saggi/le-rivoluzioni-della-dignita

7http://www.corriere.it/esteri/16_febbraio_11/regeni-l-allarme-servizi-era-partito-notte-sequestro-3e8793ea-d04f-11e5-b46f-b6e34893b4a5.shtml

8http://www.mq.edu.au/about_us/faculties_and_departments/faculty_of_arts/mhpir/staff/staff-politics_and_international_relations/professor_stephanie_lawson/gennaro_gervasio/

9http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/giulio-regeni-gennaro-gervasio-e-i-40-minuti-di-buco-nero-2383135/

10https://www.youtube.com/watch?v=_zMmQfzIt6g

11http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/giulio-regeni-gennaro-gervasio-e-i-40-minuti-di-buco-nero-2383135/

12http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/massari-intervento-sisi-smosse-ritrovamento-corpo-giulio-regeni-obitorio-scena-drammatica-credibilita-egitto-5f534f78-e1aa-495e-82cd-e18200a15287.html

13http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Forum-economico-Sharm-El-Sheik-renzi-sosteniamo-egitto-in-lotta-a-terrorismo-f7174119-49fb-48dc-b77d-02de6dd680a2.html

14http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/24/news/l_allarme_la_casa_bianca_agiremo_ogni_volta_che_verra_individuata_una_minaccia_diretta_renzi_roma_fara_la_sua_parte_-134100071/

15http://www.corriere.it/esteri/16_marzo_04/a-voi-guida-libia-intervista-ambasciatore-americano-phillips-6ecafa6a-e184-11e5-86bb-b40835b4a5ca.shtml

16http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/24/news/le_monde_francia_conduce_operazioni_segrete_in_libia_-134124339/

17http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2016/05/16/libia-gentiloni-coinvolgere-haftar_ed2c6545-ee9d-49e0-a919-a205262ae581.html

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40 commenti su “Omicidio Regeni, tre mesi dopo: il conto (salato) pagato in Libia

  1. impressionante ricostruzione della tempistica del “caso regeni” che non vedremo mai a “chi l’ha visto” 🙂

     
  2. Stefano il said:

    Ciao Federico, bell’articolo! volevo solo aggiungere un dettaglio. Il sito Debka.com riporta di un attentato terroristico suicida alle nostre forze speciali in Libia (http://debka.com/article/25391/). Questo attentato avrebbe messo in evidenza l’inadeguatezza delle nostre forze armate nel fronteggiare le modalità di guerra delll’ISIS. L’episodio avrebbe definitivamente convinto il nostro governo a desistere da un intervento massiccio in Libia.

     
    • Federico Dezzani il said:

      Debka va preso con le pinze, parlo per esperienza: un po’ di verità e tante cazz****

       
  3. Cristina C. il said:

    Due aspetti interessanti del caso Regeni, poco analizzati:
    – La strana fidanzata ucraina. Ucraina come la “fidanzata” dell’altro morto, quel Nemtsov ammazzato sul ponte in Russia, e come lei svanita nel nulla subito dopo l’omicidio. Chi diamine sono queste ucraine, incaricate di dare il “bacio della morte”?
    – La famiglia Regeni, per me oscura quanto mai. Non avevo mai visto una famiglia, col caro estinto ancora caldo, scendere in piazza con le bandiere a chiedere ritiri di ambasciatori e cambi di politica estera del proprio Paese dando pure precise direttive e facendo precise richieste. Capisco l’ansia di avere giustizia, ma una madre di un morto ammazzato dovrebbe avere desiderio di vedere puniti i VERI assassini chiunque essi siano senza pregiudizi politici. I parenti di Regeni, non per fare del complottismo spinto, sembrano “finti” per quanto sono aderenti ai diktat atlantici. La sensazione è proprio che aderiscano ad un copione, per quanto la cosa sia assurda.

     
      • beh abbiamo visto spesso questo tipo “risarcimento” nel mondo della “nostra” sinistra . E daltronde quale “risarcimento” migliore , (sia in termini “economici” che “ideologici” , a chi “ha dato un figlio ( o coniuge ) alla causa” ?

         
  4. Se al-Sisi non riescirà a stringere alleanze difensive più influenti, come fece Nasser con l’Unione sovietica in occasione della crisi del canale di Suez, il suo governo sarà destabilizzato e sostituito nell’arco di pochi anni.
    Gli attori, sessant’anni dopo, sono sempre gli stessi: gruppi di interesse francesi e britannici. Non praticano più l’invasione armata, perché l’ultima volta andò male. La dottrina militare aggiornata prevede la guerra non convenzionale. Drastico taglio delle entrate in valuta straniera: con l’incidente aereo di oggi, dopo quello dell’ottobre dell’anno scorso, si è completata la distruzione della domanda turistica, aggiungendo quella storico artistica a quella balneare. Impedimenti alla sfruttamento delle risorse naturali che possano generare ritorni in valuta. Induzione a prestiti internazionali in dollari condizionanti sul piano politico. Isolamento economico. Costruzione di un’immagine deteriore presso l’opinione pubblica internazionale. Avvertimenti o eliminazione politica, e se non basta fisica, dei partner stranieri che insistano per politiche cooperative.
    Mancano ancora i tasselli delle demonizzazione personale (dossier veri o falsi su perversioni personali o politiche di al-Sisi) e la mobilitazione dei movimenti di opposizione, che dalle proteste pacifiche passino a scioperi attuati con modalità economicamente rovinose (bisogna trovare il modo per il trasferimento di fondi a sostegno delle famiglie) e alleanze con bande armate (occorrono canali sicuri per il trasferimento di ingenti quantitativi di armi).
    Anche oggi, come sessant’anni fa, una possibilità di contenimento degli esagerati appetiti francesi e inglesi potrebbe arrivare da un’alleanza tattica russo – americana. Non è forse casuale che da parte francese e britannica si stia sfruttando il periodo di maggiore debolezza della presidenza statunitense, alla fine di un mandato peraltro caratterizzato, in politica estera, da divisioni interne e conflitti di interesse mai composti.
    E’ in occasioni come questa che l’Italia potrebbe provare a promuovere un’iniziativa mediterranea. Rivificando un ruolo politico che gli era naturale, vista la posizione, e congeniale, considerata la costituzione. Invece di continuare a subire spallate da una parte e dall’altra, con un’assenza di strategia che, nell’ingenua speranza di garantire la non esposizione a rischio dei suoi interessi, continua invece a danneggiarli irreparabilmente.

     
    • Federico Dezzani il said:

      Sul disastro aereo di oggi temo che dovrò scrivere un pezzo simile a quello del volo Metrojet. Essere amici di Al-Sisi, di questi tempi, costa.

       
  5. Lorenzo il said:

    io sono veramente curioso di sapere i conti in banca dei “nostri uomini”,magari ci possono dire qualcosa.
    Comunque avevi scritto un articolo che paragonavi quest omicidio a quello di Matteotti….però quest ultimo forse è una delle pagine più buie della nostra storia..

     
    • Federico Dezzani il said:

      Sicuramente è il più sporco degli ultimi tempi. E, soprattutto, è un vero omicidio “politico”.

       
      • Lorenzo il said:

        quello di Matteotti?
        una lettura interessante al riguardo per capire l avvio della dittatura è “uccidete il duce” di Roberto Festorazzi….le consiglio vivamente di prenderlo

         
  6. Jean il said:

    Comunque la cosa puzza dalla testa, i Francesi da sempre hanno appoggiato la Fratellanza Musulmana, fin dalla questione Algeria, non credo sia mano longa Cia, chi c’era sull’aereo?

     
    • Federico Dezzani il said:

      Credo che ‘sta volta sia un po’ più raffinata. A notte fonda andiamo in stampa…

       
    • la “fratellanza mussulmana” e” una creazione inglese degli anni ’20 ( e non francese) e serviva allora come adesso allo stesso scopo :impedire in egitto il consolidarsi di uno stato laico e nazionalista .

       
  7. Francesca Ancona il said:

    Ciao Federico, sempre geniale! Ecco, comunque, il perché del fatto che a noi non ci tocca nessuno, abbassiamo sempre la testa diversamente dai francesi. Ricordo, il mese scorso, le minacce tangibili stavolta, all’Italia, scatenate forse da un Renzi un po’ discolo, e pochi giorni fa il macello successo a Bari, storia abbastanza intricata, tra attacchi della polizia durante la festa patronale (di grande importanza) e la cattura di probabili terroristi che si apprestavano a colpire proprio Bari. Una storiella un po’ ambigua direi

     
    • Federico Dezzani il said:

      Grazie Francesca!
      Quella di Bari mi è sembrata una bolla di sapone…

       
      • Francesca Ancona il said:

        Servita a distrarre e coprire qualcosa, questa è la mia sensazione

         
  8. Erasmo il said:

    Quando parla di zona di influenza Danubiana, fulcro della geopolitica italiana, si riferisce anche a Austria, Rep. Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania?

     
    • Federico Dezzani il said:

      Il Danubio passa per la Serbia e la Romania, dove la presenza economica italiana è forte.

       
      • Erasmo il said:

        Ungheria Repubblica Ceca e slovacchia non possono rientrare nella sfera italiana?

         
  9. pietro il said:

    Grande articolo che pero’ contribuisce a far crescere (non che mi facessi soverchie illusioni in tal senso) lo scoramento per lo stato pietoso in cui versa la nostra povera Italia,succube delle piu’ varie ed assortite bande di collaborazionisti al soldo dei soliti noti.Per fortuna nel testo traspare anche la speranza che questo stato di cose non sia immutabile vista l’estrema fluidita’ dei rapporti geopolitici internazionali,infatti ad avvalorare questa interpretazione vi e’ la constatazione,evidenziata dall’articolista che ormai si conduce una lotta senza esclusione di colpi anche all’interno del patto di sindicato imperiale.Domanda,e’ sufficientemente corretta questa mia interpretazione dell’articolo?

     
    • Federico Dezzani il said:

      Sì, l’estrema fluidità dei rapporti internazionali è un’occasione imperdibile per l’Italia.

       
  10. Giuseppe M. il said:

    Ottimo articolo dottor Dezzani.
    La leggo sempre con enorme piacere e interesse.
    Mi capita spesso di confrontarmi con amici parlando di geopolitica e spesso ho mandato loro i link dei suoi articoli.
    Le vorrei chiedere invece se mi è concesso, se la cosa non la infastidisce, incollare direttamente parte dei suoi articoli in un forum generalista dove spesso intervengo, ovviamente mettendo il link.

    Grazie

     
    • Federico Dezzani il said:

      Grazie, Giuseppe!
      Ne copi eventualmente una parte. Poi metta il collegamento. Grazie!

       
  11. giuseppe marioGC il said:

    si dovrebbero considerare più le cause di questo “caos” piuttosto che i logici normali effetti.
    (torta ricca mi ci ficco!!!..no mollala è mia!!!…te la tiro in faccia. ti taglio le mani…anzi no ti tiro in faccia un ambaradan mediatico tale che ti scordi pure la fotografia della torta..etc etc..)

    Il medio oriente ed il nord africa è stato da sempre al centro di interessi politici ed economici “stratosferici.”
    Nonostante l’intruso(per gli arabi)Israele e le logiche schermaglie che ne sono derivate, fino al fatidico XI ?tembre ,SI PUò AFFERMARE che in quell’area è esistito un equilibrio sostenibile anche se in apparenza precario a causa della questione palestinese, che però ha molto più giovato ai dittatori dei regimi arabi piuttosto che alla stessa entità ebrea.(palestinesi usati come carne da macello e merce di scambio a partire dai petrobeduini rammentando anche che le guerre del 67 e del 73 NULLA AVEVANO A CHE FARE CON LA CAUSA PALESTINESE).

    Quindi bene o male fino al fatidico ii &etempre a parte le mattana di saddamH. prima vs iran e poi vs kuwait (QUANDO NON SI RESE CONTO DI ESSERE STATO PRESO IN GIRO.E COMINCIò A SCAVARSI LA FOSSA) si può dire che il medio oriente ed il nord africa .erano le nostre pompe di benzina dove fare il pieno badando comunque a lasciare discretamente mance ed oboli..

    MA DOPO QUELLA FATIDICA DATA sembra essere cambiato tutto…

    sembra sempre piu palese che vi sia un filo logico,un nesso tra quella data e quello che sta succedendo oggi….e purtroppo QUELLO CHE DEVE SUCCEDERE!!!!!!!!!!!!!

    e quella fatidica data non è successa a caso quel fatidico giorno quando due decine di beduini passarono le loro mani dalle redini di un cammello alla cloche di boeing………

    a tal proposito allego un link casualmente trovato in rete di una sorta di “studio” ,di teoria avallata piu di 30 anni fa…che col senno del poi può apparire profetico….

    http://www.reteccp.org/biblioteca/disponibili/guerraepace/guerra/yinon/yinon9.html

    (non la definisco analisi poiché da quelle parti circolano sovente “bufale”..come nel caso di PEPPKAfile,però . però in questo caso .c’è “cognizione”..e parecchia)

    saluti
    da “un” casalingo di voghera

     
  12. eliantha il said:

    http://www.askanews.it/top-10/soldati-italiani-in-libia-con-il-generale-haftar-ok-di-renzi_711818305.htm

    Soldati italiani in Libia con il generale Haftar, ok di Renzi

    Attenzione a non confondere la politica ‘a parole’ con quella vera

    ” la prima grande missione congiunta tra servizi di sicurezza italiani e ministero della Difesa è in corso ormai da settimane. Nella base aerea di Benina, che si trova vicino Bengasi ed è uno dei comandi principali delle truppe fedeli ad Haftar, secondo il quotidiano operano al momento militari francesi, americani, britannici e anche italiani.”

    Anche l’Italia strizza l’occhio ad Haftar?

    http://www.eastonline.eu/it/opinioni/open-doors/anche-l-italia-strizza-l-occhio-ad-haftar

    «In Cirenaica, a fianco delle milizie di Haftar, sono presenti forze speciali francesi, inglesi, americane e ora pare anche italiane. Questo dà al generale la tranquillità per tirare dritto per la sua strada. Sa perfettamente di essere lui il “piano B” rispetto al governo Serraj, ed è convinto (non senza un interesse personale) che il “piano A” sia destinato a fallire. Quanto agli Stati che più apertamente e direttamente lo sostengono, come l’Egitto e gli Emirati, non deve stupire la loro doppiezza a Vienna: non vogliono infatti essere estromessi da simili conferenze da un lato, e dall’altro sono anche legati formalmente (in particolare l’Egitto, che è membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu) alle decisioni prese dalle Nazioni Unite in favore del governo unitario».

    «Se dovesse fallire probabilmente Serraj verrebbe comunque lasciato formalmente al suo posto, ma sarebbe un guscio vuoto», conclude Toaldo.

     
    • Federico Dezzani il said:

      Che l’Italia tenesse i piedi in due staffe era scontato; diverso era appoggirare Tobruk linearmente dall’inizio alla fine. Con il sostegno al governo d’unità nazionale abbiamo avvallato il progetto di ridimensionare Haftar ed Al-Sisi, suscitando le ire di qualche “sostenitore” di Haftar

       
  13. Fabio il said:

    Da oltre un mesetto Regeni è scomparso dai media, è successo qualcosa che tu sappia o normale oblio?

     
  14. Cristina il said:

    I genitori di Regeni sono rimasti delusi dal silenzio dei professori di Cambribdge. Cominciano ad aprire gli occhi o,forse,sanno più di quel che sembra? E Amnisty international? Manconi? Repubblica?