Il sinistro scricchiolio delle banche: ultimo stadio dell’eurocrisi

La prima metà del 2016 è un lunga e sanguinosa mattanza borsistica per le banche italiane: Intesa SanPaolo -30%, Unicredit -40%, Banco Popolare -40%, Banca MPS -50%. E poi gli strascichi delle quattro banche “salvate” nel dicembre 2015, il clamoroso fallimento della ricapitalizzazione della Banca popolare di Vicenza, il timore del ripetersi di un flop simile per Veneto Banca e, soprattutto, l’incubo che qualche istituto “sistemico” imbarchi ancora un po’ d’acqua e coli a picco. Tutta colpa del “bail in”? Più che la causa, il “bail in” è la conseguenza della debolezza del sistema creditizio italiano: arrivati a questo punto dell’eurocrisi, l’infezione si è propagata dall’economia reale alle finanze pubbliche, sino ad infettare i bilanci delle banche. Berlino non ha nessuna intenzione di sobbarcarsi il costo di un salvataggio bancario e mette l’Italia di fronte alla scelta: scaricare le perdite su correntisti ed obbligazionisti o uscire dall’euro. Scenario, quest’ultimo, sempre più concreto.

Banche, la sentina dove confluiscono i liquami dell’eurocrisi

Mercoledì 11 maggior, mentre il Parlamento vota la fiducia al governo sul ddl che riconosce le coppie omosessuali (“una pagina storica” secondo Matteo Renzi), si consuma a Piazza Affari una giornata di passione: alla chiusura della borsa la tavolozza di colori è ricca di sfumature di rosso, dal vermiglio di Intesa San Paolo (-1,6%), al rosso porpora del Banco Popolare (-9%), passando per il rosso pompeiano di Unicredit (-3,7%). Si chiude così l’ennesima seduta di un anno decisamente nefasto per gli istituti di credito nazionali che, in soli cinque mesi, hanno lasciato sul terreno tra un terzo e la metà della capitalizzazione di borsa.

A dire il vero, che l’anno nuovo non promettesse niente di buono, si poteva facilmente intuire già nell’ultimo scorcio del 2015, quando l’esecutivo, costretto dalle autorità di Bruxelles a rinunciare all’impiego del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fidt), anticipa di un mese l’applicazione famigerato “bail in” per soccorre quattro istituti (Banca delle Marche, Banca Etruria, CariChieti e CariFerrara) alle corde. Si tratta del salvataggio applicato per la prima volta a Cipro, nel lontano 2013, che, anziché addossare allo Stato l’onere del risanamento (procedura fino a quel momento largamente seguita da Germania e Francia) scarica su azionisti, obbligazionisti e correntisti sopra i 100.000 euro, i costi del dissesto. Al primo assaggio italiano del “bail in” segue il tracollo immediato di MPS (che tra l’inizio e la metà di dicembre brucia il 20% della capitalizzazione), l’ira dei risparmiatori e l’imbarazzo delle autorità di vigilanza, non troppo zelanti nel controllare i prodotti  venduti ai correntisti.

Subentra il nuovo anno e, dal primo gennaio, il “bail in” diventa la norma: scatta la grande fuga da Piazza Affari che, nel volgere di poco più di mese, schianta gli istituti di credito, bruciando quasi 130 €mld di capitalizzazione1 e facendo lievitare il differenziale tra Btp e Bund a145 punti base, nonostante i massicci acquisti della BCE. Matteo Renzi suda freddo, temendo che il crollo borsistico sia sfruttato per defenestralo e sostituirlo con un governo di inattaccabile “fede europeista”: segue l’attacco in Parlamento agli “Illuminati aristocratici” e la provvidenziale rivelazione sulle responsabilità americane nella cacciata di Berlusconi del 2011 con annessa, ed inusuale, convocazione dell’ambasciatore John Phillips.

Sebbene le borse rifiatino momentaneamente, la spada di Damocle del “bail-in” incombe minacciosa sul sistema creditizio italiano e, di riflesso, sul governo: è troppo forte il rischio che il suo nuovo utilizzo, oltre a alimentare la rabbia dei risparmiatori, scateni una corsa agli sportelli, infliggendo il colpo di grazia alla stabilità finanziaria del Paese.

Per evitare il fallimento di una società che naviga in pessime acque, non c’è altra strada che un aumento di capitale. Se quindi Banca delle Marche, Banca Etruria, CariChieti e CariFerrara hanno avuto la sfortuna di fare da cavia al cruento “bail-in”, per il Banco Popolare di Vicenza e Veneto Banca, gravate da una mole insostenibile di sofferenze, si decide di intervenire con la più clemente ricapitalizzazione (che azzera i vecchi azionisti, ma almeno salva obbligazionisti e correntisti).

Garante dell’aumento di capitale da 1,75 €mld della Banca Popolare di Vicenza è Unicredit che, nel settembre 2015 (quando le acque erano ancora relativamente calme), si  impegna con l’istituto vicentino a colmare le eventuali falle dell’aumento di capitale, fino ad un massimo di 1,5 € mld: l’ipotesi che il mercato rigetti la ricapitalizzazione è allora remota e, in ogni caso, il ruolo di azionista di maggioranza di Piazza Cordusio sarebbe limitato al tempo dalla quotazione in borsa dell’istituto. Cosa induce Unicredit ad imbarcarsi nel settembre 2015 in quest’operazione, mentre Intesa SanPaolo si fa garante dell’aumento di capitale di Veneto Banca? Magnanimità, lucro?

Bè, come scrive Reuters, “la riuscita dell’operazione rappresenta anche un test cruciale sulla fiducia degli investitori nel comparto bancario e un eventuale fallimento avrebbe anche conseguenze a livello di sistema2. Dei due colossi nazionali, Unicredit, ancora appesantita dall’aggressiva politica espansiva di Alessandro Profumo, artefice della fusione con una banca carica di “crediti politici” come Capitalia (maggio 2007) e di acquisti azzardati a ridosso della bancarotta di Lehman Brothers (la kazaka Atf Bank, sempre nel 2007), è senza dubbio quello più fragile: puntellare la popolare vicentina significa per Piazza Cordusio puntellare anche se stessa.

Passano però i mesi, crolla Piazza Affari  ed i capitali prendono nuovamente il volo verso il nocciolo dell’eurozona, come ai tempi più bui dell’eurocrisi: a Piazza Cordusio realizzano che, in un simile contesto, l’aumento di capitale della Banca Popolare di Vicenza rischia di trasformarsi in un fallimento quasi certo, causando un peggioramento netto dei coefficienti patrimoniali. “UniCredit in talks with Rome over €2bn Vicenza capital raising” scrive il Financial Times il 29 marzo, riportando alcune indiscrezioni secondo cui l’istituto si sarebbe appellato al governo per uscire dal vicolo cieco in cui si è ficcato.

Ovviamente l’esecutivo, che già si è visto proibire il ricorso al Fondo interbancario di tutela dei depositi per il salvataggio di Banca Etruria &Co., sa di avere le mani legate. Non può far altro che esercitare il suo potere di persuasione sul sistema creditizio italiano: nasce così il Fondo Atlante, con un patrimonio iniziale fino a 6 €mld, raccolti tra assicurazioni, fondazioni e banche (1 €mld a testa per Intesa ed Unicredit), col preciso compito di sostenere le ricapitalizzazioni in corso.

La sua nascita si dimostra provvidenziale, perché l’aumento di capitale della popolare vicentina, “come previsto3 (ovviamente, per tranquillizzare l’opinione pubblica), è una debacle: solo il 7,6% delle azioni è sottoscritto, la Consob è costretta a negare la quotazione ed il Fondo Atlante neo-costituito diventa così il proprietario del 99% della popolare. Piazza Cordusio, almeno, ha evitato l’esborso di 1,5 €mld che, al momento, non si poteva proprio permettere. “The Unnamed Beneficiary of an Italian Bank Bailout” titola il 2 maggio il Wall Street Journal4, evidenziando come il vero beneficiario dell’intervento sia Unicredit, i cui indici patrimoniali sono a livelli di guardia nonostante una sfilza di aumenti di capitale per 18 €mld negli ultimi anni:

“UniCredit had agreed last fall to backstop the bailout and buy the new shares if investors proved unwilling. But regulators feared the bank didn’t have the financial strength to honor its promise because of its thin capital buffer and worried the Italian banking system could be dragged down if the bailout failed. So the government pressed the country’s bankers to contribute to a new fund in April to backstop the rights issue and get UniCredit off the hook. (…) That the problems of a small lender could mushroom into a dangerous threat to Italy’s biggest bank demonstrates the vulnerability of the country’s banking system. It also exposes the weakness of UniCredit, which like the rest of the sector is struggling with rock-bottom interest rates, a moribund economy and mounting bad loans.”

Il fallimento della ricapitalizzazione della popolare vicentina è, però, l’ennesima conferma delle tensioni che attraversano il comparto bancario italiano dall’introduzione del “bail in”: gli investitori reagiscono male, vendendo a piene mani e riportando, nel volgere di una decina di giorni, le quotazioni delle banche in prossimità dei minimi di gennaio.

Qual è l’origine del malessere del sistema bancario italiano? Qual è la ragione per cui gli investitori, dopo l’introduzione del “bail in”, evitano con cura gli istituti di credito nostrani? Dopotutto, non erano usciti con la testa alta dalla crisi dei mutui spazzatura, costata il salvataggio pubblico delle banche francesi, tedesche, inglesi, belghe, etc.?

Il relativamente repentino cambiamento di salute delle banche italiane è dovuto alla loro trasformazione in “sentina” dell’eurocrisi, ossia in quella parte della nave dove confluiscono tutti i liquami prodotti dalle politiche di austerità adottate per salvare l’eurozona.

Nel momento in cui, l’euro non evolve in un’unione fiscale, ma rimane un puro e semplice regime a cambi fissi, le politiche di svalutazione interna per riequilibrare le bilance commerciali producono, infatti, recessione e disoccupazione, che, a loro volta, si ripercuotono nel volgere di pochi mesi sulle finanze pubbliche e sui bilanci della banche. Il quadro è ancora peggiore se permangono i dubbi sulla tenuta del regime a cambi fisso (l’euro) ed il Paese in questione ha un elevato debito pubblico: in tal caso, ed è l’esperienza italiana, gli istituti di credito sono obbligati ad accollarsi l’enorme quantità di titoli di Stato gettati sul mercato e/o non più sottoscritti dagli investitori esteri.

Sintomatica a questo proposito è la progressione delle sofferenze bancarie, che lievitano dai 100 €mld del 2011 agli oltre 200 €mld attuali; parallelamente, i Btp detenuti nei portafogli lievitano dai 220 €mld del 2009 ai 445 €mld del 20155. L’eurocrisi, in sostanza, non è risolta dalle politiche di austerità, ma solo differita nel tempo: la situazione sembra in apparenza calma, anche per merito delle politiche monetarie accomodanti della BCE, ma, in realtà, i “liquami” dell’austerità scivolano inesorabilmente verso la sentina, ossia i bilanci delle banche, fino a raggiungere livelli di guardia (gli attuali frangenti in cui si trova il sistema creditizio italiano). A quel punto, l’emergenza riesplode e si consuma l’ultimo atto della crisi del regime a cambi fisso europeo, alias “euro”.

L’aut aut di Berlino: “bail in” senza garanzia sui depositi oppure uscita dall’euro

Molte accuse si possono sollevare contro Berlino per la gestione dell’eurocrisi, tranne quella di incoerenza: c’è infatti un file diretto che unisce il “nein” agli eurobond nel lontano 2011-2012 sino agli attuali distinguo e cavilli vari per sabotare la garanzia unica sui depositi bancari. La linea di fondo è sempre stato il rifiuto dell’elettorato e della classe dirigente tedesca (eccezion fatta per  Angela Merkel che, se avesse potuto agire liberamente, si sarebbe conformata alle direttive atlantiche) alla trasformazione dell’eurozona in un’unione fiscale e politica: un bilancio comune, ovviamente, avrebbe implicato il trasferimento di gettito fiscale dal centro verso la periferia, così da compensare almeno parzialmente la caduta di reddito generata dall’adozione di una valuta (l’euro) troppo forte le economia del Sud Europa (Francia compresa).

Il primo tentativo di strappare l’unione fiscale è sventato da Berlino con il secco rifiuto nel 2011 e 2012 agli eurobond, titoli comuni a tutti i membri dell’eurozona e primo passo verso l’auspicata condivisione del debito. I tedeschi considerano l’euro come un pure e semplice regime a cambi fissi: chi vuole rimanere ancorato, deve smettere di vivere “al di sopra dei propri mezzi”, abbattere l’import attraverso il consolidamento fiscale (mirato non a sanare i conti pubblici, ma a distruggere i consumi), ed attuare pesanti politiche di svalutazione interna (abolizione dell’art.18 ed affini) così da riequilibrare le bilance commerciali (in modo tale che la moneta, che segue il percorso opposto alle merci, smetta di defluire dall’europeriferia).

L’austerità è, come abbiamo detto, un semplice tampone e neppure dei più funzionanti, perché le politiche di svalutazione interna si ripercuotono molto presto sui bilanci delle banche. Il nuovo fronte che Berlino deve presidiare, per evitare sia reintrodotta dalla finestra la condivisione del debito uscita dalla porta, è quello bancario: in caso di crisi del sistema creditizio nazionale, i singoli Paesi europei, prima di appellarsi al Fondo salva-Stati, devono quindi applicare il “bail in”, azzerando investitori e correntisti sopra i 100.000 euro. L’europeriferia, Italia in testa, accetta di buon grado il meccanismo, ma preme affinché sia istituita una garanzia unica dei depositi a livello europeo: in questo modo, il salvataggio dei correntisti sotto i 100.000 euro non graverebbe solo sulle pericolanti finanze pubbliche italiane o spagnole, ma anche sulle tasche tedesche. Dopo la battaglia per l’introduzione del “bail in”, entra ora automaticamente nel mirino la garanzia unica dei depositi, da boicottare ad ogni costo.

L’ennesimo, secco, “nein” sarebbe diplomaticamente poco sostenibile. La manovra di Berlino è perciò subdola: alla garanzia unica dei depositi, purché i titoli di Stato dell’area euro non siano più considerati esenti da rischi, obbligando così le banche ad adeguare i loro coefficienti patrimoniali per conservarli in portafoglio. Di fronte ad uno simile scenario, le banche italiane, colme di Btp, avrebbero solo due possibilità: massicci aumenti di capitale (e si è visto col caso della Banca Popolare di Vicenza quanto l’ipotesi sia inverosimile) oppure la vendita massiccia di titoli di Stato, con effetti drammatici per i rendimenti e la tenuta dei conti pubblici.

Secondo il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann6:

“È assurda l’ipotesi formulata prima della crisi che consente di trattare i titoli di Stato come privi di rischio: i titoli di Stato nei bilanci delle banche devono essere coperti da capitale proprio, come avviene per i crediti emessi a favore dei privati, si legge nel testo dell’intervento. (…) Adottando una regolamentazione che impedisca una concentrazione dei titoli di Stato di un solo Paese nelle banche dello stesso Stato, si riuscirebbe a dissolvere lo stretto legame tra banche e Stato e in caso di emergenza sarebbe possibile intraprendere il percorso della ristrutturazione del debito senza portare al fallimento il sistema finanziario. (…) Tale normativa sarebbe un presupposto importante per la possibile introduzione di un fondo comune europeo di garanzia dei depositi”.

È inutile dire che per l’Italia simili condizioni sono inaccettabili ed equivalgono ad un tentativo, neppure troppo mascherato, di rimandare sine die la garanzia unica dei depositi. Di fronte alla proposta tedesca, fermamente osteggiata d Pier Carlo Padoan al vertice europeo dei Ministri delle Finanze del 22 aprile, la garanzia unica sui depositi scompare, infatti, dai radar. In fondo lo status quo, “bail in” senza copertura europea dei correntisti, è la soluzione migliore per Berlino, quella che consente di allungare ancora un po’ la vita dell’euro con un esborso minimo di denaro.

Chi, viceversa, è ormai con le spalle al muro è proprio l’Italia, dove cinque anni di austerità hanno ridotto il sistema creditizio in condizioni così critiche da rendere improcrastinabile una soluzione per la marea montante di sofferenze bancarie. Con un ritardo di quasi tre anni dalla sua prima applicazione a Cipro, solo in questi mesi la classe dirigente italiana ha afferrato il vero significato del “bail in”: si è assistito così a ripensamenti fuori tempo massimo, come quelli del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che il 5 maggio afferma7:

“Se fallisce un supermercato, lo chiudi e un altro apre. Se fallisce una banca, è molto improbabile che ne apra un’altra, è più probabile che quella accanto cominci ad avere problemi”.

Una mole di 200 €mld di sofferenze bancarie e la cronica carenza di capitale che affligge il sistema creditizio è sanabile solo con l’intervento e la massiccia immissione di moneta fiat nei bilanci delle banche, attraverso il classico ricorso alla nazionalizzazione: lo scenario, ovviamente, è realizzabile solo al di fuori dell’Unione Europea e della moneta unica.

Ecco perché la crisi bancaria di questi primi mesi del 2016, è considerabile a tutti gli effetti l’ultimo stadio dell’eurocrisi, oltre cui si procede con la dissoluzione della moneta unica: Berlino ne è consapevole e, irrigidendosi su posizioni rigoriste, non fa altro che accelerare l’implosione dell’eurozona.

ftsebanche

 

1http://www.corriere.it/economia/16_febbraio_08/borse-settimana-comincia-bene-piazza-affari-tokio-l-europa-a96573ee-ce3d-11e5-8ee6-9deb6cd21d82.shtml

2http://it.reuters.com/article/topNews/idITKCN0WW269?pageNumber=2&virtualBrandChannel=0

3http://www.repubblica.it/economia/finanza/2016/05/01/news/pop_vicenza_aumento_al_7_6_la_quotazione_si_allontana-138871122/

4http://www.wsj.com/articles/the-unnamed-beneficiary-of-an-italian-bank-bailout-1462223258

5http://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/05/10/titoli-di-stato-le-banche-italiane-posseggono-btp-per-455-miliardi/

6

7http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2016/05/05/visco-banche-non-sono-supermercati_63da577b-1eed-49ad-9fe8-f13da985dfec.html

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39 commenti su “Il sinistro scricchiolio delle banche: ultimo stadio dell’eurocrisi

  1. Cristina C. il said:

    Dubbio da terraterra dell’economia qual sono: ma non sarà che in parecchi hanno previsto l’ineluttabile percorso, e quindi all’interno delle banche si sono fatti tra dirigenti prestiti mostruosi sapendo già che nessuno verrà a chiederne la restituzione?
    Tutte queste improvvise “sofferenze bancarie” che crescono nel giro di breve puzzano un pochino.

     
    • Federico Dezzani il said:

      I prestiti ad amici, parenti, compagni di merende e di partito ci sono sempre stati: ovvio che quando il PIL fa -10% in pochi anni, c’è l’altissima probabilità che questi soldi non tornino indietro. Anche il papà della Boschi, in tempi di vacche grasse, se la sarebbe forse cavata.

       
  2. Deciomeridio il said:

    Pochi giorni fa sul Corriere Della Sera un sondaggio evidenziava che l’ 81 % degli italiani , tra i correntisti , non sapeva nemmeno che cosa fosse il Bail-in.

    Dove vogliamo andare con delle capre simili ?

    Le colpe non sono solo dei politici ma soprattutto della ignoranza dei cittadini.

     
    • Federico Dezzani il said:

      Allo stesso tempo, solo il 16% degli italiani reputa le banche affidabili… Sondaggio di Repubblica dello scorso dicembre, prima del crollo in borsa.

       
  3. Willy Muenzenberg il said:

    Grande Professore,
    La banca senese nata nel ‘400 dove si insegnò la pratica della banca moderna, largamente fallita, è stata già salvata dallo Stato con il professore della Valtellina ministro. Quello che lei al solito veggente intravede è che i miei concittadini padroni a Berlino hanno detto alla signora Kasner che può sostanzialmente andare a vivere in Argentina dove rifugiarono centinaia di noi divenuti nazisti (gli altri eravamo comunisti: ma ovviamente con i medesimi dante causa). Euro concluso. E con esso anche la seconda Unione da noi fondata dopo quella Sovietica.

     
    • Federico Dezzani il said:

      Speriamo che non tutti riescano ad imbarcarsi per l’Argentina…

       
    • Chi ha “salvato” MPS con la stangata IMU e’ stato monti ,che non mi risulta ne “ministro” ne ” valtellinese.”… Quindi, ALMENO QUI basta con la disinformazione !.

       
      • Federico Dezzani il said:

        Il riferimento era ai Tremonti-bond, dell’omonimo ministro nato a Sondrio.

         
  4. giuseppe marioGC il said:

    premesso che non ho ancora letto questo suo pezzo, ringraziandola per non avermi bannato,e prima che ciò possa avvenire vorrei porle una domanda semplicissima,banale:
    se bce fed e le maggiori istituzioni bancarie occidentali non fanno altro che stampare mensilmente moneta (virtuale o cartacea,che sia, rappresenta pur sempre un valore) per cui in occidente già nei primi 4 mesi dell’anno in corso, nel sistema economico sono stati immessi per difetto (MA DIFETTO) almeno (in dollari per semplificare) 500 miliardi …e se questa pratica oramai va avanti da anni…per cui per difetto è stato stampato o “creato”se vogliamo (MA PER DIFETTO..DIFETTO)un valore monetario paragonabile al pil annuale di tutta l’ue…..
    E NONOSTANTE TUTTO c’è deflazione…o peggio nelle tasche ( mie ) arriva ed esce (o peggio transita) a volte neppure l’indispensabile per campare degnamente.ecco…..
    LEI,SAREBBE IN GRADO DI SPIEGARMI DOVE…AZZ VANNO A FINIRE QUESTI soldi???
    che seppur virtuali sono sempre dei VALORI???????????
    (o se vuole parametri..misure..convenzioni,,in ogni modo indispensabili per stare sopra a questa palla)..

    Il calcolo di quanta sia la moneta effettivamente in circolazione(virtuale o meno è relativo)sarebbe facile farlo, PERSONALMENTE MI SPAVENTA IL RISULTATO, gli zeri che dovrei aggiungere,e rimanere perlpesso perché nonostante ciò c’è deflazione PROPRIO DI MONETA………………

    non è un assurdo controsenso?
    e lasciamo da parte lo 0,0001%…che fin dalla notte dei tempi è sempre esistito e la sfiga del restante 99,9999% è NON FARNE PARTE….e soprattutto chi paragona la crisi attuale a quella del 1929 prima ancora che trattare di economia( visto che allora c’era carenza e oggi sovrabboddanza,) dovrebbe rileggersi la storia,

    Federico, la seguo con interesse perché lei è uno dei RARI(si contano sulle dita delle mani)ad avere cognizione, coscienza presenza in quello che tratta e scrive.
    Sa cosa scrive, per cui attendo(se vuole dedicarmi qualche minuto) con ansia la risposta a questo quesito o anche una sua disinteressata opinione.
    (anche attraverso mail, specie se come temo oramai da tempo, ritengo ci sia di mezzo sun-tzu,)

     
    • Federico Dezzani il said:

      Il controllo delle oligarchie finanziarie su BCE,FED, BOE, BOJ, è totale: non un centesimo della moneta stampata entra nell’economia (la carenza di capitale è ben visibile nelle infrastrutture obsolescenti in Italia come in Germania), ma è tutta convogliata nei mercati finanziari, gonfiando il valore di obbligazioni ed azioni, gli unici beni che interessano alle élite finanziarie. La deflazione in un mondo di moneta fiat e di domanda altamente insoddisfatta (le tasche vuote della gente) è un’assurdità, dovuta al fatto che le banche centrali sono al servizio di un ristrettissima minoranza di persone.

      http://federicodezzani.altervista.org/la-deflazione-apre-le-porte-giano/

       
      • giuseppe marioGC il said:

        mi scuso per il doppio inserimento(ho avuto un litigio con captcha) e nel ringraziarla per l’attenzione, ritengo però che la sua risposta può valere per la casalinga di voghera.(di sx…dx anzi no..oggi grillina)

        appare farsesco paragonare qualche ingordo squalo della finanza alla psicosi accumulatrice di zio paperone, quando invece vi sono implicazioni politiche storiche epocali oramai sempre meno velate.

        Quando la bce nel 2008 intimava ai governi dell’area euro(1) di evitare assolutamente alcun adeguamento o aumento salariale con la scusante dell’inflazione, non era certo per consentire a qualche imprenditore di arricchirsi ulteriolmente alle spalle dei dipendenti o quando la bce (e la fed) gettano dall’elicottero tetrabyte di flat money non è certo da considerarsi come un dono ad arrembanti lupi di wall street,.
        Tenendo conto che certe decisioni non possono essere considerate solo sotto il mero aspetto di voracità tecnica-finanziaria, ma hanno una (epocale) connotazione politica con tanto di grancassa mediatica e soprattutto un implicazione C U L T U R A L E per cui è impossibile opporsi(2)

        significa che al di là della cosiddetta dottrina neo-iper-liberista si cominciano ad intravvedere precise strategie che riguardano la massa in generale ed il futuro delle generazioni venture.
        IMPLICAZIONI INERENTI LA DEMOCRAZIA E COME FINO AD OGGI L’ABBIAMO CONSIDERATA E VISSUTA.

        saluti

        (1)dispongo di un archivio disordinato, in ogni modo dovrebbero essere ancora
        …. reperibili articoli di stampa di quel periodo(fine 2008-inizi 2009)dove la bce senza ritegno imponeva agli stati dell’area euro la compressione salariale.

        (2)SignorFederico, considerato il rincogliomento sempre più cronico della massa di pecore ( specie quelle Italiche), per il suo lavoro informativo merita tutto il successo che gli si aggrada,però attenzione.
        ..SCOMMETTIAMO CHE SE IL SUO BLOG FA IL BOOM(diciamo almeno 10000 contatti quotidiani “diversi” fra di loro)…comincerà ad avere dei “problemi”?
        . e .peggio poi comunque sarebbe il cambio di linea “editoriale”…

        SCOMMETTIAMO????

         
        • Federico Dezzani il said:

          Evidentemente la casalinga di Voghera ha le idee più chiare di molta stampa specialistica…

           
        • A proposito di DEMOCRAZIA…..
          Sostengo che la democrazia sia ormai una FARSA….
          Sono stato pubblicato oggi su Italians di Beppe Severgnini…Ecco la mail e l’acido commento di Severgnini…(Raramente commenta..).
          Londra, Sadiq Kahn sindaco: una farsa democratica

          Caro Beppe, cari Italians, con l’elezione del sindaco di Londra, abbiamo toccato con mano come le elezioni siano ormai una farsa, in cui vengono offerti agli elettori due candidati apparentemente differenti, che una volta eletti faranno le medesime politiche decise dai poteri forti. Chiamiamoli, questi poteri, massonici, visto che gli Stati Uniti d’America furono fondati da massoni. Questa volta, i”poteri massonici” hanno lavorato sottobanco per fare arrivare in pole position due candidati icone del laburisti e dei conservatori. Il primo, un islamico immigrato con padre guidatore di autobus, che si è fatto da solo, diventando avvocato. Dall’altra parte un figlio dell’esthablisment baciato dalla fortuna, ricco fino alla punta dei capelli, ammogliato con dinastie di banchieri ebrei, etc… Questo sarebbe il meglio di quello che i due partiti sono riusciti a trovare in una metropoli di sette milioni di abitanti? Non vi era un londinese tra le file del Labour che potesse ricoprire la carica? Doveva per forza essere islamico (forse per evitare attentati alla metropolitana o assalti al Big Ben?). E non vi era un londinese “normale” tra le file dei Tories? Doveva essere per forza multimilionario, con laurea ad Eton, e sposa discendente di banchieri? Via, fa ridere. Hanno scelto due macchiette dell’integrazione e del bon ton, per far vincere – ovviamente – il pachistano Khan, secondo la logica del politically correct. Perciò la democrazia è finita, poiché le scelte dei candidati seguono una direttrice precisa, decisa da altri. Se qualche iscritto dentro un partito si fosse opposto a quelle candidature, sarebbe stato “eliminato” da qualche scandalo mediatico. Il che dimostra che la nostra società ha espresso già tutto il suo potenziale ed aspetta solo la caduta. Nella Roma imperiale, dopo il 100 d.C. gli imperatori venivano dalla Spagna come Traiano o Adriano. Era il sintomo della corrosione di Roma, come si vide due secoli dopo.

          Guido, io pubblico (è giusto sapere le idee che girano). Ma mi sembra un ragionamento delirante. Massoni, poteri forti: senza una prova, complottismo puro. Forza e coraggio: puoi fare meglio di così.

          Faccio notare che chiedono A ME……. LE PROVE….
          LE PROVE SONO NEI FATTI…IL RISULTATO ELETTORALE lo dimostra. Io non sono uno dei poteri forti che usano le intercettazioni a distanza…Non so come Cameron si sia messo d’accordo con Khan….o simili cose…
          IL COMPLOTTISMO E’ UN BENE DEL CERVELLO…

           
          • Federico Dezzani il said:

            Caro Guido, ti credevo una persona per bene… Che tu sia in corrispondenza con Beppe Severgnini, lascia adito a parecchi dubbi sulla tua presentabilità…

             
          • Danilo Fabbroni il said:

            mi piace molto la risposta del Sig. Dezzani al tal ‘Guido’……. bellissima!

             
          • Guido il said:

            La platea di Italians sul Corriere della sera, è una cassa di risonanza. Conta quello che si scrive. E’ una lettera che apre gli occhi o no?
            Comunque ho 75 anni. Devo passare il tempo in qualche modo…

             
          • Federico Dezzani il said:

            Certo, Guido. Sei dei nostri anche se scrivi a Beppe Severgnini 🙂

             
        • giuseppe marioGC il said:

          ulteriori “premonizioni”:

          http://www.lefigaro.fr/vox/politique/2016/05/17/31001-20160517ARTFIG00137-ce-que-la-loi-el-khomri-doit-a-l-union-europeenne.php

          http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/publication8051_fr.pdf

          OVVEROSSIA CHE QUANTO STA SUCCEDENDO NON è UN CASO…
          quindi conoscendo a priori le intenzioni si potrebbero avallare delle contromisure..

          ma..
          ma..con questa massa di pecore troglodite e lobotomizzate che sfila per i froci e ingrassa pure i cani(Repubblica ieri) e si fa intenerire da orde di invasori saraceni verso i quali dovremmo adeguare tutte le nostre leggi e le nostre usanze per non offenderli(MA DOVE ESISTE CHE SE SONO OSPITE,IL PADRONE DI CASA SI ADEGUA ALLE MIE ESIGENZE????o peggio alla mi cultura??????)..
          che speranza abbiamo di salvare almeno il salvabile????
          FEDERICO..mi scusi se la importuno, ma se la mia ricetta drastica è quella di una guerra totale al punto di radere al suolo tutto, lei molto cauto e riflessivo cosa propone????
          saluti!!!!

           
  5. Erasmo il said:

    Salve, come mai secondo lei alcuni quotidiani inglesi consigliano all’Italia l’uscita dall’euro?

     
    • Federico Dezzani il said:

      Lo fanno i giornali conservatori come il Telegraph, non quelli liberal e “pesanti” come il FT e l’Economist.

       
  6. mette l’Italia di fronte alla scelta: scaricare le perdite su correntisti ed obbligazionisti o uscire dall’euro. Scenario, quest’ultimo, sempre più concreto.

    Guardando la “lezione greca” penso invece che ci daranno un altro ” governo di emergenza” per tenerci “dentro” fregandoci non solo i risparmi ma tutto quello che ci possono ancora fregare.

     
    • Federico Dezzani il said:

      Vero, vero. Resta il fatto che la situazione è davvero drammatica e, soprattutto, Spagna, Portogallo e Francia sono messi come noi.

       
  7. Cinà il said:

    Dezzani, a fronte di uno scenario economico tragico che lei ed altri economisti rappresentano in modo chiaro e comprensibile; uno scenario politico europeo ed italiano popolato da lemuri, fedeli servitori di piccole oligarchie senza scrupoli; uno scenario militare rappresentato dalla Nato, un’organizzazione che non disdegna di armare ed addrestare quegli stessi terroristi che colpiscono civili ed innocenti senza pietà alcuna; uno scenario dell’informazione, c.d. main stream, che si occupa di mostrare una realtà finta tesa a nascondere le malefatte delle suddette oligarchie.
    Ma un normale cittadino cosa può fare per opporsi, nel suo piccolo, “all’avanzare delle tenebre”?
    Il semplice tenersi informati è frustrante se nulla possiamo di fronte ad un tale sconquasso!

    “La fantasia dei popoli che è giunta fino a noi

    non viene dalle stelle…

    alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena

    potete stare a galla.

    E non è colpa mia se esistono carnefici

    se esiste l’imbecillità

    se le panchine sono piene di gente che sta male (…)”.
    (Up to patriots F. Battiato)

     
    • Federico Dezzani il said:

      La speranza è sempre in un futuro migliore: questa crisi offre, almeno, l’imperdibile occasione di riappropriarsi di ampie fette di sovranità.

       
      • Danilo Fabbroni il said:

        sì, vero “mali estremi ed anche rimedi estremi” ma attenzione! il Capitale-che-si-è-fatto-Uomo (cfr. APOCALISSE E RIVOLUZIONE di Giorgio Cesarano e Gianni Collu che – è pazzesco dirlo ma è vero! – anticiparono lo scenario coevo) non lascia spazio e trova spazi sempre più illimitati. Per uscir da metafora: poche decine, poche centinaia, di persone a sentir le conferenze di Giovanni Fasanella mentre alla presentazione a Milano del Samsung ultimo modello c’erano 10.000 persone e +!
        Che volete… non per niente si parlò di “capitalismo della Seduzione”….

         
  8. Orazio il said:

    Articolo interessantissimo, che vale il sostegno dato.
    Ora, se Federico permette, vorrei fare un piccolo riassunto per me e ovviamente per gli altri, al fine di condensare in “poche” righe la situazione che si è venuta a creare, sperando che altri partecipino alla discussione e cosa molto più importante si faccia da cassa di risonanza per l’esterno.
    Ovvero utilizzando con il bene placido di Federico, l’invio ad altri di tali importanti osservazioni.
    Bene….
    Federico, in questo articolo ha messo in evidenza come in primis i nostri politici, siano di fatto al soldo di altri.. evidentissimo ma è sempre bene, ricordarlo.
    Che la situazione si sta portando come ovvio alla conclusione, in quanto un sistema di tal fatta non può e non deve più esistere.
    Cause… comincerei a dire che la perdita della sovranità monetaria, a partire dagli anni 80, con la famosa lettera di Andreatta a Ciampi, fu lo spartiacque tra il “prima e il dopo”, anche se devo dire che l’ INDEBITAMENTO, non mi ha mai convinto, nel senso che non trovavo ne trovo logico che lo stato si indebitasse… ovvero se sei il padrone della moneta, questa la puoi emettere senza debito.
    Situazione che si è ulteriormente chiarita, quando si è venuto a conoscenza che i “padri” costituenti della Costituzione non vollero stabilire/inserire la sovranità monetaria in tale documento.
    Ora in materia di banche, devo richiamare l’attenzione dei lettori, ma credo che molti lo sappiano già molto bene, che le stesse operano con la riserva frazionaria, ovvero la moltiplicazione dei pani e dei pesci, cioè entra 1 euro nelle banche e queste ne emettono 20 se va bene… si può arrivare anche molto di più anche alla faccia degli accordi di Basilea.
    Che le stesse stiano andando in default, così come indicato da Federico, non mi stupisce, stante il fatto che a differenza di quanto sbraitano i giornali, questi soldi sono andati a finire agli amici degli amici, in somma dose.
    Anche se, mi tocca osservare come le Banche abbiano nel passato non solo occultato cifre enormi, ovvero hanno messo in pareggio “l’invenzione” ovvero hanno pareggiato il nulla con il ritorno dei soldi “dovuti” per svariati motivi es. Mutui…
    Di tale somme volatilizzate, sono state dirottate tramite opportune banche in paradisi fiscali.
    Ora arriviamo per così dire ai giorni nostri.
    Mi è molto piaciuto la parte che riporto e invito tutti a leggerla con molta attenzione;

    Il primo tentativo di strappare l’unione fiscale è sventato da Berlino con il secco rifiuto nel 2011 e 2012 agli eurobond, titoli comuni a tutti i membri dell’eurozona e primo passo verso l’auspicata condivisione del debito. I tedeschi considerano l’euro come un pure e semplice regime a cambi fissi: chi vuole rimanere ancorato, deve smettere di vivere “al di sopra dei propri mezzi”, abbattere l’import attraverso il consolidamento fiscale (mirato non a sanare i conti pubblici, ma a distruggere i consumi), ed attuare pesanti politiche di svalutazione interna (abolizione dell’art.18 ed affini) così da riequilibrare le bilance commerciali (in modo tale che la moneta, che segue il percorso opposto alle merci, smetta di defluire dall’europeriferia).
    La parte finale riguardante le bilance commerciali, è il fulcro dell’obiezione ovvero lo squilibrio del target 2, che fa si che si vuole impedire che la Germania si trova in condizione di avere dei crediti inesigibili, per tale motivo i “nostri” rappresentanti hanno obbedito al diktat ovvero Monti ha distrutto la domanda interna come anche gli altri.
    Ora che dire, si sapeva che la situazione si sarebbe deteriorata e con l’approvazione del Bai-lin, di fatto si è pianificato la confisca di tutti i depositi… A, dimenticavo di dire che la storiella dei 100.000 Euro sotto i quali non andrebbero a toccare mi lascia alquanto perplesso, ovvero possono in pochi istanti abbassarla e di molto.
    A te Federico la parola….
    So che non è descritta in modo superbo come fai tu, ma io ci ho messo del mio meglio.

     
    • Federico Dezzani il said:

      E’ chiaro che l’art. 47 della Costituzione, “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito” sia ormai carta straccia, come pure tutto il resto della Carta, dal diritto al lavoro all’art. 11, ” l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”.

      L’Italia è entrata in territorio ignoto, quindi, sì, anche i conti correnti sotto i 100.000 euro non sono più sicuri.

       
  9. paolo il said:

    speriamo che prima di toccare i risparmi continuino ancora per molto a tgliare le pensioni (tutte anche quelle da mille € ) gli stipendi statali e lo stato sociale (sanità scuola ecc ecc)

     
  10. Mihai Podeanu il said:

    Buongiorno. Al rientro del mio Servizio Informazioni che pago profumatamente (e non mando a malindi male manila …) estraggo colla tastiera qwerty grande un minireport che conferma l’asse atlantico, le excusatio non petite antinimby/banana corrette politicamente da noi, gli strani casi degli uomini-rana sorpresi sui cavi fibre ottiche dalla Polizia egiziana col cui prodest….

     
      • Mihai Podeanu il said:

        ma no, scusami. semplice rompimento a scrivere su una piastrella di pochi pollici e poca durata batteria ma troppi soldi…
        Ricapitolando, da una tastiera umana d’un desktop col mouse e le frecce: cfr. le slides della approfondita presentazione ternana (cifrazione, si placet) “Workshop on submarine cables for electric power transmission” ( http://www.etf.ucg.ac.me/Obavjestenja/TernaWorkshop/Terna%20experience%20on%20sea%20cables%20and%20future%20challenges.pdf ) data in fu Titograd (altra cifrazione) appena un anno fa, il 23 marzo ’15. Alla 41 in basso, è concretizzata collo spessore delle comunicazioni l’evoluzione dell’Atlantic Charter dall’agosto 1941 ad oggi (five eyes, UKUSA). Alla 44, surprise: “forte escalation attacchi alle reti sommerse dal 2010, al largo del chokepoint di Suez…”, col cui prodest cifrato, questo sì. Sorvolo su nimby/banana/referendum provinciali (cifrati alla 36, 39), per carità di Patria.
        Che dici, stasera gli dò un ticket restaurant in più come bonus, ai ragazzi…?

         
  11. Stefano il said:

    Ciao Federico, complimenti come al solito. A giugno-luglio ci sarà la tempesta perfetta: Brexit, scadenza pagameto debito greco, e immigrazione (che aumenterà con la bella stagione).
    Secondo me l’Italia va incontro al bail-in se Renzi verrà scalzato dal potere come si sta cercando di fare. Non si tratta di essere di sinistra o di destra (che non hanno piu’ senso). Un governo politico non accetterebbe mai di fare questa porcata chiamata bail-in. E’ piu’ facile se a farla sia un governo “tecnico”, che è la cosa che piu’ di tutto dovremmo scongiurare.Si tratta di resistere un po’, aspettando che le mosse che portano alla disintegrazione dell’Euro le inizino a fare gli altri per non essere incolpati di aver causato noi la fine dell’Euro. Già si parla di referendum in Svezia e nella stessa Germania. Dopo il Brexit e con la crisi incombente queste voci si moltiplicheranno.
    L’altro problema grosso ce lo abbiamo negli Stati Uniti. Sembra che la Nato stia accelerando con l’accerchiamento della Russia (Svezie e Finlandia sono spinte ad entrare nella Nato, è stato acceso lo scudo antimissile in Bulgaria, e si preme per l’entrata nella Nato di Ucraina e Georgia). Il che con le elezioni USA incombenti è molto strano. Trump sembra che ha già detto che vuole una distenzione dei rapporti con la Russia mentre Hillary tifa per Erdogan. Se vince Trump si andrà in una direzione opposta rispetto alla politica estera aggressiva seguita fino ad adesso. Allora perchè questa accelerazione della Nato? Non vorrei che si stesse aspettando il vuoto di potere che si creerebbe tra Novembre e Gennaio quando ci sarà il passaggio di consegne tra vecchio e nuovo presidente per scatenare una attacco pazzo alla Russia. Che ne pensi Federico?

     
    • Federico Dezzani il said:

      Confermo. L’estate 2016 sarà incandescente, persino più di quella del 2011.

       
    • “Non vorrei che si stesse aspettando il vuoto di potere che si creerebbe tra Novembre e Gennaio ”
      Casomai prima ad esempio quando a “chi comanda in ” fosse chiaro che Ilary non ce la farebbe contro un Trump dichiratamente “pacifista” …Allora una bella “October surprise” con una bella “false flag” cui segue uno “stato di guerra” con elazioni rinviate e ” il gioco e’ fatto”.

       
  12. pietro il said:

    Complimenti per l’articolo,la leggo da poche settimane ma il suo blog e’ gia’ diventato uno dei miei preferiti!Se non abuso troppo della sua disponibilita’,mi consenta di rivolgerle un paio di domande: 1) giunti a questo punto e’ chiaro anche ai ciechi che l’interesse dei nostri fratelli-coltelli del nord europa(con l’attiva partecipazione dei collaborazionisti italioti) e’ quello di spremerci come limoni e poi abbandonarci al nostro destino dopo aver raggiunto lo scopo di eliminare un pericoloso concorrente nel campo manufatturiero, se concorda con questa breve e parziale analisi,puo’ indicarmi la posizione che assumeranno gli usa? 2) Una volta liberi dalla gabbia eurista e riaquistata la sovranita’ monetaria,non pensa che sia necessario un giubileo dei debiti privati italiani?

     
    • Federico Dezzani il said:

      La finanza angloamericana finché potrà, farà di tutto per tenere insieme UE/eurozona: con un loro solo uomo (Mario Draghi) riescono a spremere 19 nazioni. E’ Washington che ha le chiavi della gabbia, Berlino è solo il bullo della cella: paradossalmente, se l’euro salterà possiamo ringraziare proprio il rigore tedesco.

       
      • Mihai Podeanu il said:

        Redde rationem, Dezzani. Hai centrato il momento storico. Synchronicity del Bagnai, domenica scorsa:
        Keynes, Draghi, Gollum, e i tassi negativi
        (…scritto a 30000 piedi, da dove si vede più lontano…)
        Come forse starete vedendo, sui media di regime è tutta una scoperta dell’acqua calda. Il Sole 24 Ore, il Corriere, la Stampa, scoprono quello che qui da sempre ci siamo detti: che il surplus tedesco più che dimostrazione di virtù è causa di problemi; che il debito privato, non quello pubblico, è origine della crisi; che curare il debito pubblico con l’austerity trasforma una situazione fisiologica in una patologica. Insomma: tutto quello da cui siamo partiti, parola per parola, viene oggi dato come assodato, come “mainstream”, da persone che spesse volte ci hanno denigrato, singolarmente o collettivamente, per averlo detto quando c’era ancora qualcosa da salvare.
        Naturalmente nessuno è disposto a fare per primo l’ultimo passo, vale a dire che siccome solo la crescita potrebbe risolvere i nostri problemi, e siccome l’euro è nemico della crescita, perché la svalutazione interna (taglio dei salari) imposta dalla rigidità del cambio condanna alla deflazione, condizione necessaria per uscire dall’impasse è superare il sogno di una moneta imperiale ed evolvere verso un sistema monetario più flessibile.
        Faranno questo ultimo passo quando sarà loro chiesto di farlo.
        Noi, intanto, possiamo guardare avanti.
        Per rendervi più agevole questo compito, e aiutarvi a perdonare chi con le sue menzogne ha distrutto un paese, vorrei oggi con voi allargare le prospettive, facendovi leggere qui quello che fra un anno leggerete sul Financial Times.
        Avrete visto le polemiche fra un certo establishment tedesco e Draghi, accusato di fare politiche troppo espansive, di praticare tassi di interessi troppo bassi. Certo, al creditore tedesco i tassi di interesse troppo bassi danno fastidio, anzi, fanno paura, e questo per due motivi. Il primo è che tassi nulli o negativi compromettono la redditività del sistema bancario. Se le banche devono pagare la Bce quando depositano presso di essa liquidità in eccesso, e al contempo devono pagare i propri clienti affinché questi accettino prestiti (cioè si indebitino), capite bene che fare il banchiere non conviene più molto. Il secondo è che il sistema previdenziale tedesco ha un secondo pilastro basato sulla capitalizzazione. Con tassi di interesse bassi, se non negativi, i fondi non sono in grado di assicurare le prestazioni promesse ai risparmiatori/pensionati. Questa cosa, in un paese dalla demografia non florida, rischia di essere devastante, e, come qui sappiamo da tempo, a livello di istituzioni europee (cioè tedesche) la consapevolezza di queste dinamiche è piena.
        Draghi ha risposto una cosa molto giusta: i tassi di interesse sono bassi perché non c’è crescita e la produttività langue. Tradotto: se non crei valore, non puoi distribuirlo né come reddito da lavoro, né come reddito da capitale (interessi). Naturalmente Draghi omette un passaggio, anzi due: il primo è che il valore non si riesce più a crearlo perché con cambi intraeuropei rigidi a una situazione di crisi non si può rispondere che creando disoccupazione (se le imprese del Sud non abbassano i prezzi chiudono, ma per abbassare i prezzi devono tagliare il “costo del lavoro”, e per convincere i lavoratori ad accettare questo passaggio normalmente occorre licenziarne un po’: motivo per il quale ovunque si fanno riforme che precarizzano il lavoro). Il valore si crea lavorando, l’euro impone la disoccupazione come risposta alle crisi, l’euro distrugge valore, e quindi i creditori in euro non devono lamentarsi.
        Tanto più che (e questo è il secondo passaggio) le élite tedesche questo sistema lo hanno voluto nel loro interesse, e proprio per tutelare il valore del loro risparmio. La rigidità del cambio intraeuropeo aveva diverse dimensioni (da quella simbolica a quella commerciale a quella politica), ma la più importante era certamente la dimensione finanziaria: il cambio fisso serviva a rendere “credibili” i paesi del Sud, cioè a evitare che in caso di crisi la loro valuta fisiologicamente cedesse, ledendo l’interesse dei creditori. Insomma: il cambio rigido verso il Sud, e sottovalutato per il Nord, è servito al Nord non solo ad accumulare crediti verso il Sud, ma anche e soprattutto a difenderne il valore. L’euro non solo ha causato, come ormai è evidente, gli squilibri intraeuropei, ma è servito anche e soprattutto a difendere la posizione patrimoniale di chi ne aveva beneficiato, il quale ora, però, dato che il gioco si è spinto troppo in là, comincia a patirne anche lui le conseguenze.
        Vedete, qui il discorso merita di essere ampliato un po’. Quando si parla di “leggi” economiche lo si fa (o lo si dovrebbe fare) con la consapevolezza che l’economia è una scienza sociale, non una scienza naturale. La legge di gravità non ammette eccezioni ed agisce in modo piuttosto cogente: se all’aereo che mi trasporta si stacca un’ala, è certo che voi questo post non lo leggerete. L’energia potenziale si trasforma in energia cinetica appena le viene consentito di farlo, portando un corpo verso una nuova situazione di equilibrio, mentre gli equilibri economici, come ad esempio quello negli scambi fra paesi, possono essere alterati a lungo da decisioni politiche, che possono trovare consenso, nonostante siano contro la “natura” economica, per diversi e complessi motivi sociali, culturali, antropologici. Solo che poi, alla fine, la razionalità individuale fatalmente deve sottostare alle regolarità empiriche collettive, che immancabilmente frustrano i tentativi individuali di violentare la natura economica.
        Vi ricordate la proposta di Keynes a Bretton Woods?
        Era una proposta molto razionale: i paesi creditori (cioè detentori di posizioni nette sull’estero positive) avrebbero dovuto pagare, anziché percepire, un interesse sui propri crediti. Una proposta che, come vi ho spiegato in due libri e innumerevoli post, e come meglio di me hanno chiarito Fantacci e Amato, aveva una razionalità economica intrinseca. Lo scambio avviene nell’interesse delle due parti. Il paese esportatore trae beneficio dal fatto che il paese importatore acquisti, e quindi nel momento in cui finanzia quest’ultimo non fa un favore solo a lui: fa un favore anche a se stesso. Dato che la finanza internazionale fa comodo a entrambi, è giusto che entrambi la paghino. Non solo: tesaurizzando i propri crediti internazionali per percepire su di essi un interesse positivo, il paese esportatore esporta anche disoccupazione e deflazione (Draghi rimprovera anche questo ai tedeschi: se il denaro costa poco, dice lui, è perché la Germania risparmia troppo). Se il creditore internazionale pagasse un interesse negativo sui suoi crediti, sarebbe invogliato a spenderli per l’acquisto di merci altrui, favorendo un riequilibrio degli scambi esteri. In tal modo, promuoverebbe la crescita dei paesi più deboli.
        Una finanza più equilibrata per un mondo più equilibrato richiede una simmetrica penalizzazione degli squilibri finanziari internazionali.
        Questa idea così semplice, purtroppo, non fa comodo a chi sa di essere destinato al ruolo di esportatore, cioè di creditore, il quale quindi naturalmente si oppone. Al tempo di Bretton Woods gli Stati Uniti si opposero alla proposta di Keynes, e oggi, qui da noi, la Germania si oppone a spendere il suo surplus per rianimare il circuito economico europeo.
        Vedete però il paradosso? Alla fine l’economia si vendica.
        I creditori esteri si sono rifiutati di costruire un sistema in cui, per prevenire gli squilibri, fosse loro chiesto di pagare un tasso di interesse negativo, e ora, a valle della creazione di enormi squilibri, la situazione qual è? Ma semplicemente quella che i creditori hanno disperatamente cercato di evitare: si ritrovano a percepire tassi di interesse nulli o negativi sul loro “tessssoro”. La ZIRP (zero interest rate policy) è l’unica possibilità per tenere insieme un sistema nel quale si sono accumulati squilibri finanziari enormi. Se la si abbandonasse, le posizioni debitorie a fronte del “tesssssoro” diventerebbero insostenibili, e i simpatici Gollum transalpini si troverebbero comunque con un pugno di mosche in mano. Loro se la prendono con Draghi, ma, oggettivamente, Draghi non può fare altro (se non andarsene, cosa che legittimamente non vuole fare).
        Spettacolare, no? Keynes, cacciato dalla porta, è rientrato dalla finestra!
        Rientrato, ma, aggiungo, non in ottima forma. La differenza fra quello che voleva lui e quello che si sta verificando dovrebbe essere chiara. Lui voleva che i paesi forti, penalizzati da un tasso di interesse negativo sui loro crediti, venissero incentivati a spendere nei paesi deboli. I tassi negativi odierni invece si applicano a tutti: ai forti e ai deboli. Alla fine quindi essi servono per lo più a incentivare i paesi (e in generale gli agenti economici) deboli ad assumere nuovi debiti per rilanciare l’economia. Stiamo trasformando l’Eurozona in un posto in cui la banca ti paga perché tu ti indebiti: è così che è nata la crisi dei subprimes (come saprete), ed è così che stiamo risolvendo la crisi europea. Se il pensionato tedesco si preoccupa non ha torto. Peccato che questo sia il sistema che la Bild gli ha insegnato ad appoggiare politicamente! Tu l’as voulu, Hans Maier…
        Quanto sarebbe meglio evolvere verso un sistema monetario maggiormente flessibile, come del resto sta facendo il resto del mondo, e come chiede il chief economist del Fondo Monetario Internazionale? Certo, nelle condizioni attuali ci sarebbe qualche mal di pancia da gestire: chi per tanti anni ha beneficiato del sistema, sarà riluttante a pagare la sua parte del conto, sotto forma di svalutazione dei propri crediti esteri. Succede sempre così: l’economia, alla fine, penalizza chi si è indebitamente avvantaggiato. Ricordate i mutui in ECU? Costavano poco, i tassi erano bassi, la rata era stabile perché eravamo agganciati allo SME… Ma quell’aggancio, che faceva bene al debitore, faceva male ad altri: le imprese esportatrici, ad esempio. Il debitore di questo non era consapevole, e se lo era se ne infischiava. Alla fine il mercato pareggiò i conti: chi aveva pagato tassi bassi si ritrovo una rata alta, e chi aveva accettato tassi alti (indebitandosi in lire) non subì perdite in conto capitale. Il pensionato tedesco che oggi si lamenta è, ahimè, nella stessa situazione, e i suoi mal di pancia li capisco. Ma tanto lì dobbiamo andare a parare, allo smantellamento del sistema, perché, come la storia che vi ho raccontato dimostra, alle leggi dell’economia si può sfuggire per un certo tempo, ma non per sempre. E più il tempo passa, più il contesto politico si degrada, e l’acredine si accumula, rendendo più arduo il componimento pacifico degli squilibri.

        (…e naturalmente il componimento pacifico degli squilibri è impedito anche da un’altra cosa, ma inutile insistere: come vi ho detto, quello della menzogna è un problema che si risolverà da sé, come vi avevo preannunciato, e come state vedendo…)