Omicidio Regeni: un anno di intrighi ai danni dell’Italia

È trascorso un anno da quando, il 25 gennaio 2016, Giulio Regeni scompariva al Cairo: il corpo sarebbe stato rinvenuto una decina di giorni dopo, innescando una reazione a catena che avrebbe portato alla rottura diplomatico tra Italia ed Egitto. Nel giorno della commemorazione, le più alte cariche dello Stato hanno ancora chiesto “verità” sul caso: c’è da chiedersi quale verità vogliano. Quella oggettiva, che porta dritto ad un’operazione sporca dei servizi angloamericani, o quella interessata, che ha nel mirino i vertici dell’Egitto? L’assassinio di Regeni si è dispiegato come un’articolata manovra ai danni dell’Italia: sono finiti nel mirino l’ENI e la nostra collaborazione col Cairo sul dossier libico. Ma anche una piccola società d’informatica milanese, l’Hacking Team, diventata d’intralcio al club degli spioni anglosassoni, noto come “Five Eyes”.

Verità per Giulio Regeni o “una” verità per Giulio Regeni?

Si direbbe che non tutti i morti abbiano lo stesso peso: a parità di contesto, alcuni monopolizzano l’attenzione di media e politica per mesi, altri finiscono rapidamente nel dimenticatoio. L’incongruenza basterebbe, di per sé, a sollevare diversi interrogativi. Perché giornali ed istituzioni hanno dedicato poche e stringate parole a Giovanni Lo Porto, il cooperante ucciso in Afghanistan nel gennaio 2015 da un drone statunitense? Perché le istituzioni ed i media hanno liquidato in pochi giorni la vicenda di Fausto Piano e Salvatore Failla, i due tecnici uccisi in Libia, dopo che un raid americano a Sabrata fece saltare le trattative per la liberazione? Perché, al contrario, la triste storia di Giulio Regeni, il ricercatore sequestrato al Cairo e poi ucciso, è stata oggetto per un anno intero del dibattito politico, di inchieste, di manifestazioni e di appelli? Si direbbe che fosse utile dimenticare le morti di Lo Porto, Piano e Failla, e facesse comodo tenere quella di Regeni sotto i riflettori, il più a lungo possibile.

Il 25 gennaio, a distanza di anno dalla scomparsa del giovane ricercatore friulano, le più alte cariche dello Stato sono tornate sul caso ancora una volta: Sergio Mattarella, Paolo Gentiloni, Angelino Alfano, Laura Boldrini, etc. etc. La Repubblica, il quotidiano che è apparso fin dalle prime fasi del delitto Regeni come un protagonista attivo della vicenda, ha scritto1:

“E’ passato un anno dalla morte di Giulio Regeni, il giovane ricercatore universitario rapito, torturato e ucciso al Cairo. E ancora la verità è lontana, dopo mesi di depistaggi assurdi (…) E dal mondo politico, delle associazioni, della magistratura arrivano appelli al governo affinché si muova, faccia pressione sulle autorità egiziane, perché gli assassini di Regeni vengano scoperti e puniti. Qualsiasi sia la catena di comando che ha deciso, avallato o comunque coperto gli autori di un omicidio che, secondo molti, porta direttamente alle piu alte sfere del potere.”

La locuzione “secondo molti” è molto interessante. Non solo il caso Regeni ha monopolizzato l’attenzione dei media per un anno intero, ma ha assunto connotati quasi ridicoli, inducendo blasonati giornali a dimenticare persino le regole fondamentali del mestiere: non dare credito a fonti non verificate, trattare con le pinze gli anonimi, evitare a qualsiasi costo i “si dice”, i “secondo alcuni”, i “gira voce che”. Ad esporsi maggiormente in questo senso è proprio la sullodata Repubblica che, nell’aprile 2016, esce col surreale articolo “Ecco chi ha ucciso Giulio: l’accusa anonima ai vertici con tre dettagli segreti sul caso Regeni” 2dove si racconta di “un Anonimo” che scrive alla redazione del quotidiano romano ed indica come responsabili dell’omicidio di Regeni il capo della polizia criminale egiziana, il ministero dell’Interno, i vertici dei servizi segreti e, dulcis in fundo, il presidente Abd Al-Sisi in persona: illazioni, fonti non attendibili, risponderà tranciate la magistratura italiana a distanza di poche ore.

La Repubblica è lo stesso giornale che, a distanza di pochi giorni dal ritrovamento del corpo di Regeni, informava il pubblico che l’ENI avrebbe dovuto a breve firmare con l’Egitto il contratto per lo sfruttamento del maxi-giacimento di Zohr, sostenendo che congelarlo, fino ad una chiara identificazione e punizione degli assassini di Giulio, potrebbe essere una buona arma (diplomatica) di pressione3.

Un qualche interesse petrolifero che esulava dalla morte del povero Regeni? Il sospetto è più che legittimo: non solo perché, come diceva Andreotti, “a pensar male del prossimo si fa peccato ma si indovina”, ma anche perché al battage del Gruppo l’Espresso contro l’Egitto si affianca da subito la martellante campagna di Amnesty International, sede a Londra e solidi legami col Dipartimento di Stato americano,ed il variegato mondo della vecchia sinistra extra-parlamentare (ex-Lotta Continua, ex-Potere Operaio, il Manifesto, etc. etc.) che da sempre gravitano nell’orbita NATO.

C’è da chiedersi quindi quale verità abbiano invocato per dodici mesi i media e le ong: la verità oggettiva, oppure una verità di comodo? Quella utile a scoprire i veri carnefici di Giulio Regeni, oppure quella utile all’establishment atlantico, lo stesso in cui annidano i mandanti dell’omicidio?

Sul caso Regeni abbiamo scritto diversi articoli, tra cui il più esaustivo è certamente Verità per Giulio Regeni. Richiamare l’ambasciatore a Londra? È il minimo”, dove abbiamo sviscerato a fondo la dinamica dell’omicidio, evidenziando tutti gli elementi che indicano una chiara regia atlantica, ed inglese in particolar modo, dietro il delitto. Non è quindi nostra intenzione tornare ancora sull’argomento: ci limiteremo soltanto a ricordare i punti salienti dell’omicidio Regeni, indispensabili per decifrare gli intrighi dell’ultimo anno ai danni dell’Italia e del suo ruolo nel Mediterraneo:

  • nel luglio 2013, il feldmaresciallo Abd Al-Sisi opera un colpo di Stato ai danni della Fratellanza Mussulmana, manovrata da Londra sin dal secolo scorso e salita al potere dopo la rivoluzione colorata del 2011. Tra il nuovo Egitto nazionalista e l’Italia i rapporti si infittiscono: interscambi commerciali, investimenti, sintonia sullo scacchiere mediorientale;
  • 2014, l’ENI si aggiudica la concessione Shorouk a largo delle coste egiziane;
  • marzo 2015, il vertice di Sharm El Sheik coincide con lo zenit dei rapporti tra Roma ed il Cairo: l’Italia si affida all’Egitto per risolvere il rebus libico, puntando così implicitamente sul generale Khalifa Haftar, già in buoni rapporti con i servizi segreti italiani;
  • luglio 2015, un’autobomba sventra un’ala del consolato italiano al Cairo: rivendicato dall’ISIS, l’attentato è un primo messaggio angloamericano affinché l’Italia si svincoli dall’Egitto;
  • agosto 2015: l’ENI annuncia la scoperta del maxi giacimento Zohr all’interno della concessione Shorouk: 850 miliardi di metri cubi, la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel Mar Mediterraneo;
  • settembre 2015: Giulio Regeni sbarca al Cairo. Reduce da un’esperienza alla società di consulente Oxford Analytica, il dottorando italiano all’università di Cambridge svolge un programma di studio/azione sul campo (Participatory action research) che lo mette in contatto con esponenti dell’opposizione di Al-Sisi: i suoi docenti, Anne Alexandre e Maha Abdelrahman, sono infatti legate al milieu della Fratellanza Mussulmana/rivoluzioni colorate. La decisione di “sacrificare” Regeni risale già a questa fase: il ricercatore è deliberatamente esposto all’ambiente dei dissidenti, informatori e spioni, così da creare il pretesto per il suo successivo sequestro ed omicidio;
  • dicembre 2015, al vertice marocchino di Skhirat che dovrebbe decidere le sorti della Libia, gli angloamericani “staccano” l’Italia dal generale Haftar e la spingono verso l’effimero governo d’unità nazionale libico: a questo punto, bisogna solo più incrinare i rapporti italo-egiziani ed estromettere, se possibile, l’ENI dalle sue concessioni;
  • 25 gennaio 2016: Regeni è rapito su ordine dei servizi inglesi (le celle telefoniche testimoniano un traffico tra Regno Unito ed Egitto al momento del sequestro4), da criminali comuni o da qualche sgherro della Fratellanza Mussulmana: non è escludibile che i suoi rapitori abbiano agito in uniforme di poliziotti;
  • 3 febbraio: il cadavere di Regeni è rinvenuto alla periferia del Cairo. Se Regeni fosse effettivamente morto durante un interrogatorio della polizia, il suo corpo non sarebbe mai stato ritrovato. Grazie allo zelante ambasciatore Maurizio Massari, con una lunga esperienza a Londra e Washington alle spalle, la situazione precipita in poche ore e la delegazione del Ministro Federica Guidi, in visita in Egitto, è bruscamente richiamata in Italia. Massari sarà promosso qualche mese dopo alla carica di ambasciatore italiano presso la UE;
  • 9 aprile: l’Italia richiama l’ambasciatore, dopo un “fallimentare” vertice a Roma con le autorità egiziane. Lo sforzo per sabotare l’attività dell’ENI in Egitto raggiunge l’acme e si avanza esplicitamente l’ipotesi che il cane a sei zampe, “visto che ha in piedi in Egitto il più grande investimento, da circa sette miliardi di euro”5, faccia le dovute pressioni sul Cairo. Come? Sospendendo i progetti. Si ventilano anche possibili sanzioni economiche contro l’Egitto:
  • 8 giugno: il filone delle indagini che porta in Inghilterra si schianta contro il muro di omertà dell’università di Cambridge. Il rifiuto di collaborare con gli inquirenti italiani, non genera però nessuna crisi diplomatica in questo caso: Londra e Washington godono infatti di una totale impunità in Italia, sin dagli accordi di Jalta del 1945.

Emerge quindi che i servizi angloamericani mirassero a due obiettivi uccidendo Giulio Regeni: sabotare la presenza italiana in Libia, separandola dalla coppia Al-Sisi/Haftar, ed estromettere l’ENI dal giacimento Zohr. A distanza di dodici mesi, che giudizio si può dare di questa efferata e spregiudicata operazione? Ha raggiunto o meno i suoi scopi?

Si può dire che la tradizionale “elasticità” della politica estera italiana, un po’ cerchiobottista e un po’ levantina, abbia limitato i danni: il governo ha adottato una linea intransigente contro l’Egitto, seguendo il copione impostogli da Londra e Washington, mentre l’ENI ha mantenuto toni concilianti e filo-egiziani, così da non compromettere gli interessi italiani nella regione. Nel complesso, i danni che i mandanti dell’omicidio Regeni volevano infliggere all’Italia, sono stati quindi circoscritti e limitati.

Il governo italiano si è infatti appiattito sulla linea angloamericana, richiamando l’ambasciatore e interrompendo la collaborazione col Cairo in Libia, puntando cioè sull’effimero Faiez Al-Serraj anziché sul generale Khalifa Haftar. Nel contempo l’ENI ha perfezionato il contratto per lo sfruttamento del giacimento Zohr ed ha ceduto alla russa Rosneft una quota del 30% nella concessione di Shorouk6: quasi un terzo del più grande giacimento di gas del Mediterraneo è così passato a Mosca, alleata di ferro del presidente Al-Sisi e dei nazionalisti libici. È chiara la manovra sottostante: l’ENI si prepara a tornare in Libia, non attraverso il governo d’unità nazionale libico che ha le settimane contante, ma attraverso i russi e Haftar. Dopotutto, ENI e Gazprom non si erano già spartite il giacimento libico Elephant, poco prima che Gheddaffi fosse travolto dai bombardamenti della NATO7 del 2011?

Lo sdoppiamento della politica estera italiana, metà a Roma e metà a San Donato milanese, ha così permesso di sopperire (per l’ennesima volta) ai limiti della nostra scarsa sovranità: con buona pace dei carnefici del povero Regeni, l’Italia ha discretamente tutelato i propri interessi.

C’è ancora un capitolo della vicenda Regeni che merita di essere trattato: un capitolo minore, ma non per questo meno interessante. Finora gli è stato dedicato poco spazio perché esula dai maxi-giacimenti di gas, dai pozzi petroliferi e dai relativi investimenti miliardari: è la storia della società informatica Hacking Team, inghiottita anch’essa dal ciclone Regeni perché unica azienda italiana che operi nel territorio di caccia dei Five Eyes. Il ristretto club di spioni anglosassoni: USA, GB, Canada, Nuova Zelanda ed Australia.

La curiosa storia dell’Hacking Team, una piccola società italiana nel mirino dei Five Eyes

Torniamo alle settimane successive al ritrovamento del corpo di Regeni: il fuoco mediatico è diretto contro il “regime egiziano”, il “dittatore Al-Sisi” ed i rapporti italo-egiziani, da interrompere tassativamente finché il Cairo non fornirà “la verità” sul caso. C’è il nome di un’azienda italiana che rimbalza spesso sulla stampa in quei giorni bollenti, a fianco dell’ENI: si tratta di Hacking Team, una piccola società informatica milanese.

Tra i clienti di Hacking Team c’era anche l’Egitto” scrive il Corriere della Sera il 9 febbraio 20168, “Amnesty: basta con l’hacking di Stato, denunciamolo” attaccava a ruota la Repubblica citando la società, “L’ombra di Hacking Team sull’omicidio Regeni” insisteva La Stampa. All’interno di quest’ultimo articolo, si leggeva9:

Le tensioni con l’Egitto per l’uccisione di Giulio Regeni hanno lambito anche Hacking Team, l’azienda italiana che vende software di intrusione e sorveglianza a numerosi governi. Il 31 marzo infatti il Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) ha revocato con decorrenza immediata l’autorizzazione globale per l’esportazione che era stata concessa alla società milanese, dallo stesso Mise, circa un anno fa. (…) La ragione del ripensamento del Mise va inquadrata probabilmente nell’attuale contesto geopolitico, con lo scontro (per alcuni troppo debole da parte italiana) tra il nostro Paese e l’Egitto sul caso Regeni. (…) L’Egitto sarebbe stato infatti un cliente di Hacking Team: lo mostravano i documenti della stessa azienda pubblicati online dopo l’attacco informatico subito la scorsa estate.”

Software di intrusione e sorveglianza, blocco con decorrenza immediata dell’autorizzazione ad esportare, contesto geopolitico difficile, contatti con l’Egitto nazionalista di Al-Sisi, misteriosi attacchi informatici che riversano in rete la lista dei clienti della società? Si direbbe che questo piccolo produttore italiano di software, pur fatturando solo 40 €mln10 rispetto ai 70 €mld dell’ENI, non sia finito accidentalmente nella bufera Regeni, ma gli stessi attori coinvolti nell’operazione per danneggiare i rapporti italo-egiziani (il Gruppo l’Espresso, Amnesty International, Human Watch Rights, etc. etc., dietro cui si nascondano le diplomazie ed i servizi segreti angloamericani) abbiamo sfruttato la morte del giovane friulano per colpire anche una piccola ma scomoda realtà economica. Ma di cosa si occupa esattamente l’Hacking Team? E perché è finita nel mirino dell’establishment atlantico?

Nata nel 2003, l’Hacking Team produce programmi per sorvegliare telefoni e computer, con una peculiarità che la rende pressoché unica a livello mondiale: anziché decifrare i dati criptati, li legge direttamente “in chiaro” sul supporto fisico, introducendo virus sugli apparecchi elettronici. Partecipata anche dalla Regione Lombardia, l’Hacking Team non è però un nido di pirati informatici: tra i suoi clienti figurano soltanto governi e forze di sicurezza, anche di un certo calibro, se si considera che si annovera anche il Federal Bureau of Investigation11.

Essendo così ben introdotta negli apparati di sicurezza NATO, l’Hacking Team avrebbe dovuto dormire sonni tranquilli: la situazione, invece, si deteriora mese dopo mese a partire dal 2014, sino a culminare con l’accusa di essere complice del sequestro e l’uccisione di Regeni, con conseguente revoca dell’autorizzazione ad esportare. Se la società milanese fosse stata “sensibile” agli inequivocabili messaggi che le erano lanciati, avrebbe dovuto da tempo capire di essere finita nei radar dei servizi angloamericani (gli stessi “dell’operazione Regeni”) e avrebbe dovuto notare come l’umore nei suoi confronti stesse velocemente cambiando.

Siamo infatti nel febbraio 2014 quando Citizen Lab, un laboratorio interdisciplinare dell’Università di Toronto (Canada, Five Eyes) specializzato in sicurezza delle telecomunicazioni e difesa dei diritti umani, accusa la società italiana di aver venduto un sofisticato sistema di monitoraggio di pc e telefoni (“Remote Control System is sophisticated computer spyware marketed and sold exclusively to governments by Milan-based Hacking Team”12) a decine di Paesi (Azerbaijan, Colombia, Egypt, Ethiopia, Hungary, Italy, Kazakhstan, Korea, Malaysia, Mexico, Morocco, Nigeria, Oman, Panama, Poland, Saudi Arabia, Sudan, Thailand, Turkey, UAE, and Uzbekistan), tra cui alcuni governi “autoritari”. Che uso fanno questi Paesi di dubbia democraticità dei programmi acquistati? Li usano per sorvegliare “attivisti e difensori dei diritti umani”, ossia lo stesso humus dove sono state coltivate le rivoluzioni colorate che hanno sconquassato il Medio Oriente nel 2011. Sono, per inciso, gli stessi ambienti “studiati” anche dai docenti di Cambridge del defunto Giulio Regeni.

A distanza di un mese, nel marzo 2014, il rapporto canadese è prontamente ripreso da Privacy International, un’organizzazione non governativa inglese ruotante nell’orbita della London School of Economics, che prende carta e penna e scrive al Parlamento italiano: non solo, dicono gli inglesi, l’Hacking Team viola i diritti umani, ma riceve addirittura fondi pubblici dalla Regione Lombardia. Che lo Stato italiano intervenga subito, “to investigate and to take action to ensure that its invasive and offensive not exported from Italy and used in human rights violations.13 Già in questa fase, come accadrà due anni dopo col caso Regeni, entra in campo il Gruppo l’Espresso: “Privacy International chiede chiarimenti al governo sull’attività di Hacking Team- Una delle più importanti organizzazioni internazionali per la difesa della privacy chiama in causa il governo italiano”.

È quasi una prova generale dell’attacco che, di lì a due anni, sarà sferrato contro la società milanese, arrivando a revocarle l’autorizzazione ad esportare sull’onda dell’omicidio Regeni. Prima di procedere col racconto, soffermiamoci però sulle ragioni per cui l’Hacking Team, un tempo cliente persino dell’FBI, sia diventata improvvisamente d’intralcio ai servizi angloamericani:

  1. è una società italiana ed il nostro Paese non fa parte della ristretta cricca di spioni anglofoni nota come Five Eyes. L’Hacking Team è quindi “un’arma tecnologica” che per gli angloamericani sarebbe meglio inglobare o neutralizzare;
  2. opera in un lucroso mercati dove esistono pochi altri concorrenti (inglesi, americani ed israeliani) e la storia dell’Olivetti insegna che le eccellenze tecnologiche in un Paese a sovranità limitata, come l’Italia, sono spesso uccise in fasce;
  3. i suoi programmi per la sorveglianza delle telecomunicazioni venduti a “governi autoritari” (Turchia, Nigeria, Uzbekistan, Kazakistan, Egitto e Malesia) ed impiegati per monitorare “dissidenti ed attivisti”, ostacolano le solite rivoluzioni colorate fomentate da George Soros, MI6 e CIA.

Siamo ora nel 2015 e l’assedio attorno ad Hacking Team si stringe. Nel mese di luglio un attacco informatico in grande stile scardina le difese della società milanese e, svuotatone gli archivi, riversa su Wikileaks (la piattaforma usata dai diversi servizi segreti per lanciarsi fango a vicenda) 400 Gb di dati: clienti, fatture, email, etc. etc. “Wikileaks pubblica un milione di email aziendali rubate ad Hacking Team” scrive la Repubblica, evidenziando le zone grigie dell’azienda, mentre la stampa inglese attacca ancora più pesantemente: “Hacking Team hacked: firm sold spying tools to repressive regimes, documents claim” titola il The Guardian.

Il battage della stampa insiste, infatti, sulla natura “autoritaria e repressiva” dei clienti della società milanese: Azerbaijan, Kazakistan, Uzbekistan, Russia, Baharain, Arabia Saudita ed altri “regimi” che gli angloamericani rovescerebbero con piacere. La società milanese vacilla e, per alcune settimane, sembra che debba chiudere i battenti: poi, passata la tempesta mediatica, riprende la normale attività.

Torniamo così al punto da cui eravamo partiti: Egitto, primavera 2016. L’operazione con cui è ucciso Giulio Regeni ha, senza dubbio, come principali obbiettivi l’ENI e la politica estera tra Egitto e Libia, ma il fatto che anche l’Hacking Team fosse un fornitore del Cairo è prontamente sfruttato per revocare alla società l’autorizzazione ad esportare, così da chiuderle i mercati di sbocco, come auspicato da Londra e Washington. “Hacking Team, revocata l’autorizzazione globale all’export del software spia: stop anche per l’Egitto dopo il caso Regeni” titola il Fatto Quotidiano nell’aprile del 2016.

Quella dell’Hacking Team è l’ennesima prova avuta in questi dodici mesi che l’omicidio Regeni non è la storia di un brutale interrogatorio della polizia finito in tragedia, ma un vero e proprio attacco all’Italia ed al sistema-Paese, condotto con efficienza americana e puntualità inglese.

 

2http://www.repubblica.it/esteri/2016/04/06/news/_ecco_chi_ha_ucciso_giulio_l_accusa_anonima_ai_vertici_che_svela_tre_dettagli_segreti-136996781/http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/25/news/regeni_anniversario-156820716/

3http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/06/news/le_ultime_ore_di_giulio_regeni_preso_in_piazza_dalla_polizia_-132830252/

4http://www.agi.it/cronaca/2016/09/08/news/regeni_pm_roma_rinnovano_richiesta_traffico_celle_telefoniche-1064105/

5http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/18/news/_verita_per_giulio_regeni_uno_striscione-133732696/

6http://www5.ansa.it/ansamed/it/notizie/rubriche/energia/2016/12/12/energia-eni-vende-a-rosneft-30-shorouk-per-1125-mld-dlr_24da0db5-ac9e-46f4-936e-0ed694e3efff.html

7http://www.gazprom.com/press/news/2011/february/article109011/

8http://www.corriere.it/esteri/16_febbraio_09/regeni-clienti-hacking-team-c-era-anche-l-egitto-4bb0c930-cf3f-11e5-a78b-52d074ea1480.shtml

9https://www.lastampa.it/2016/04/07/tecnologia/news/lombra-di-hacking-team-sullomicidio-regeni-q3ZPB0DAkoGYvp8lAuO00K/pagina.html

10http://www.linkiesta.it/it/article/2015/07/13/hacking-team-tutti-i-numeri-del-colosso-ferito/26668/

11https://www.wired.com/2015/07/fbi-spent-775k-hacking-teams-spy-tools-since-2011/

12http://www.linkiesta.it/it/article/2015/07/13/hacking-team-tutti-i-numeri-del-colosso-ferito/26668/

13https://www.privacyinternational.org/node/147

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49 commenti su “Omicidio Regeni: un anno di intrighi ai danni dell’Italia

  1. Mihai Podeanu il said:

    C’era da scriverlo. Che stavi preparando un buon lavoro.
    Complimenti Dezzani.
    DNFTT. IST

     
  2. A proposito, a che punto sta la ” privatizzazione” ( ossia la svendita a stranieri ) dell’ ENI ?

     
    • Federico Dezzani il said:

      Lo spezzatino è finito: Nuova Pignone, Snam, Saipem, etc. etc. Non rimane molto da vendere.

       
        • Al 30%. In teoria dovrebbe bastare come maggioranza relativa di controllo. In pratica non è più così. In diverse assemblee degli azionisti il tesoro è andato sotto, contro una maggioranza del 31% di altri azionisti privati. Fare valere la golden share sarebbe ancora possibile, ma resta azionabile in casi limite, perché il suo ricorso rischia di essere commentato sui giornali in modo tale da penalizzare la quotazione in borsa.

           
  3. Grazie per le tue elargizioni di intelligenza. E complimenti per le tue argomentazioni: praticamente inattaccabili.
    ENI ha annunciato la scoperta di Zohr il 30 agosto, ma è estremamente probabile che il mostro dai “cinque occhi” lo sapesse già da prima. Il destino del giovane friulano è stato tristissimo, inconsapevole raccoglitore di informazioni per la capillare rete di intelligence anglo-saxon in cui la ricerca accademica è collegata agli interessi dello stato. Come lui ci sono tantissimi altri ricercatori italiani che inconsapevolmente o meno fanno parte delle stesse reti di raccolta informazioni. I giovani ricercatori italiani con un qualche talento, espulsi dal sistema universitario-mafioso italiano vengono accolti a braccia aperte da altri paesi con interessi strategici più solidi. Eppoi un italiano mandato nei villaggi del Rif marocchino a fare ricerche sulle comunità berbere da meno nell’occhio di uno studente americano o inglese ed è accettato più favorevolmente.
    Perché proprio Regeni? Chissà, in certe sfere si comunica per messaggi allusivi e la sola colpa del povero giovane è stata di avere il suo cognome: R-EG(itto)-ENI.
    Grazie ancora.

     
    • Federico Dezzani il said:

      Non ci sarebbe da stupirsi: in questo genere di operazioni tempi, luoghi e nome hanno sempre una forte valenza.

       
  4. Altri risultati conseguiti strumentalizzando il caso Regeni:

    marzo 2016: è costretto alle dimissioni il ministro che guidava la delegazione di investitori italiani in Egitto. In seguito a una campagna stampa che trae spunto da un contratto tra Total ed ENI. Il settore è sempre quello energetico, nel quale ogni impresa sa molto bene che cosa sta facendo l’impresa concorrente, grazie ai servizi di informazione aziendali.

    giugno 2016: la docente inglese di Regeni passa ineffabilmente dall’invocare in modo appassionato verità sulla morte di Giulio Regeni a rifiutare ogni collaborazione con le autorità italiane che indagano per far luce sulla morte di Giulio Regeni. L’ombra della campagna focalizzata sull’Egitto evita che scatti l’indignazione, che si proponga di richiamare il nostro ambasciatore dal Regno unito e di bloccare gli investimenti italiani nella City.

    novembre 2016: l’amministratore delegato di ENI vende a BP il 10% della Shorouk Concession, con l’opzione per un altro 5%. Dichiara anche la sua intenzione di ridurre al 50% la partecipazione ENI a Zohr.

    dicembre 2016: ENI vende a Rosneft il 30% della concessione Shorouk, con l’opzione per un altro 5%. Il secondo azionista di Rosneft è sempre BP.

    Pro memoria:

    nel novembre 2015 l’allora primo ministro David Cameron dichiarò durante una conferenza stampa congiunta con al-Sisi: “Egypt is a vital partner for us both in terms of our economic and our security ties”. Vital è un aggettivo che non consente sconti a nessuno.

    Oltre al retaggio dell’impero britannico, oggi il Regno unito continua a essere il maggiore Paese investitore, ovvero quello che ha più interessi, in Egitto; la BP è la principale società investitrice.

    La BP ha come special advisor Sir Mark Allen, già capo del dipartimento per il Medio oriente e l’Africa dell’MI6. Nel suo consiglio di amministrazione siede Sir John Sawers, già capo dell’MI6, ora direttore della Commissione geopolitica interna a BP.

    Nel settore energetico affari e geopolitica sono, da sempre, strettamente connessi.

     
    • Federico Dezzani il said:

      Mi sembra che sia prassi comune nel settore sviluppare i giacimenti con un consorzio. Certo, la BP è entrata, ma Italia (50%) e Russia (30%), fanno la parte del leone.
      Se avessimo ascoltato la Repubblica & Co. non figureremmo più tra gli operatori…

       
      • E’ vero che è prassi avere concessioni di prospezione singole e poi concessioni di sfruttamento plurime. E’ anche vero che ENI rischiava di perdere il 100% dello sfruttamento (non che ora il restante 50% sia al sicuro).
        Ma nel caso di Zohr ENI, e per il suo 30% il tesoro italiano, avrebbe avuto la possibilità di trarre maggiori profitti dalla scoperta. Per il giacimento Zohr e per quello sottostante ENI non ha bisogno di altri partner, perché ha capitali, risorse umane e tecnologiche e una forte integrazione verticale di mercato. Avrebbe invece bisogno di una una forte politica estera di sostegno. ENI, come Total, non hanno alle spalle né l’ex impero britannico, né l’esercito americano. Nei loro tentativi di fare concorrenza a BP nel Mediterraneo e in Medio oriente hanno oscillato tra la richiesta di sostegno alla Russia, per fare maggiori profitti, e il compromesso con le società anglosassoni, per cedere e dividere profitti.
        Sono circa tre anni che Francia, Italia e Russia ricevono segnali per tenersi fuori da un ruolo più attivo in Egitto (e in Libia). Amministratori delegati che muoiono in incidenti aerei, aerei inabissati, portaerei arenate, attentati terroristici, campagne mediatiche che iniziano con i diritti umani e finiscono nel business, sollecitazioni a vendere le quote di controllo delle società energetiche.
        Tutelare gli interessi nazionali vorrebbe dire avere la capacità e la forza di reagire, per esempio, con una politica di tit for tat. Proprio ciò che in questo momento manca del tutto. Anche in Francia, ma soprattutto da noi.

         
  5. Il Maglia il said:

    Federico, chapeau per l’ennesima chicca..
    Mi sono strafogato in quest’inizio di weekend dei tuoi due libri su Angie e su gli USE (il libro su Sarko ed il Bomba l’avevo leggiucchiato ai tempi del vecchio Come Don Chisciotte, dove era offerto gratuitamente se non ricordo male..tra l’altro è lì che ho conosciuto il tuo blog).
    Lo stile, la competenza e la capacità di leggere gli avvenimenti sono proprio i tuoi. Se proprio devo trovare il pelo nell’uovo ti dico che ci sono diversi refusi, frutto secondo me della foga di chi è agli inizi…poca roba , ma, se questi sono accettabili in un blog, lo sono meno in un’opera letteraria rivolta al “grande pubblico”, anche perché così offri il fianco ai tromboni, piddioti e non, che ne approfitterebbero per sminuire il tuo lavoro, che rimane immensamente meritorio..perdonami la pedanteria

     
    • Federico Dezzani il said:

      Caro Davide, per 1,99 euro vuoi anche l’aperitivo insieme al libro?

       
      • Il Maglia il said:

        Ah ah, touché…Perdonami Mio Sire, è che non volevo apparire (sotto questo ed il precedente nick) sempre troppo adulatorio.
        Aldilà degli scherzi, io avevo premesso che la mia era pedanteria e che riconoscevo che la sostanza era la solita, e cioè di uno dei più geniali divulgatori ed analisti geopolitici del globo terracqueo. Anzi consiglio agli astanti di acquistarli, proprio perchè rappresentano l’humus su cui si sviluppano le interpretazioni di Federico.
        Detto questo, se ritieni che io abbia fatto cattiva pubblicità alle tue opere (su cui hai sudato, e parecchio..) e che la cosa ti possa danneggiare, cancella pure questo ed il precedente messaggio

         
  6. stiv de biasio il said:

    erano settori deviati dei servizi egiziani non delinquenti comuni,dezzani,senno non si spiegano tante cose…

     
    • Federico Dezzani il said:

      allora rientrano nella categoria “sgherri della Fratellanza Mussulmana”.

       
  7. Cinà il said:

    Nello scenario dipinto nell’articolo, come si innesta la nuova amministrazione Trump -May?
    Continuerà tutto come sin ora, oppure la perdita di potere degli squali dell’economia (vedi Soros), porterà dei cambiamenti?

     
  8. luigiza il said:

    Ma dal 20 gennaio 2017 alla CasaBianca si é insediato il ganassa yankee Donald Tramp. Quindi tutto sta per cambiare. O no?
    Che mi dite Willy da Zurigo e Dezzani?

     
  9. Augusto il said:

    Una serie di “supponiamo che”:
    -Tutti gli italiani leggano e capiscano questo blog
    – La maggior parte dei partiti politici, sotto la pressione popolare, accettino le tue deduzioni
    – Il governo italiano decida di reagire
    Fine dei supponiamo.
    Reagire, come?
    O accettiamo il gioco (giogo?) angloamericano, come stiamo facendo dal ’45; o usciamo da euro EU, NATO (come alcuni sostengono) e corriamo tra le braccia dell’orso. (Russia)
    Quale opzione preferite? A questo punto, proverei l’orso.
    In ogni modo é sempre interessante leggere informazioni e riflessioni puntuali e “non allineate”. Grazie

     
  10. Willy Muenzenberg il said:

    La vostra, ovvero nostra, @italianavy continua a inondare il vostro povero paese di africani demonetizzati. Si farebbe fatica a credere che proprio l’Africa dotata di moneta e pacificata da Roma insieme alla vicina Asia diventerà un giardino. In cui si parlerà di nuovo il Greco di Cirillo e Teodosio – così come comprese Fedor. Tacito: la Grecia della storia ha in lei il suo più grande figlio dei nuovi tempi.

     
    • Chissà se Willy , quando parla di Roma, si riferisce alla chiesa o a qualcos’altro

       
    • Parvus il said:

      Il problema dei greci è sempre stato quello di far più libri che figli.
      Al contrario degli arabi: un solo libro e figli a volontà.
      Già ai tempi di Giustiniano (VI secolo) il greco era quasi scomparso dalla costa nord-africana (a parte Alessandria e la Cirenaica) e soprattutto dal Levante (a parte la Cilicia, da Tarso ad Antiochia, e l’enclave di Gerusalemme), come si può vedere qui:
      https://www.reddit.com/r/MapPorn/comments/441veb/map_of_the_alleged_linguistic_divisions_of_the/
      E un secolo dopo, con la conquista araba, scomparve progressivamente anche l’aramaico.

       
  11. Carissimo Federico,
    un sentito ringraziamento per quanto pensi, connetti e scrivi: poter leggere testi e commenti di questa qualità in italiano e “con il cervello acceso” è fonte di grandi speranze:-)
    Cari saluti a tutti!
    EmmE

     
  12. Stefania Nicoletti il said:

    Ciao Federico,
    scusa se ti scrivo qui nei commenti, ma non ho trovato un tuo indirizzo mail o un altro modo per contattarti (quindi se vuoi puoi anche non pubblicare questo commento dopo averlo letto).
    Seguo il tuo blog da circa un anno e trovo sempre interessanti e acute le tue analisi. Più volte ho condiviso i tuoi articoli e ne ho parlato nei programmi radio che conduco e a cui partecipo.
    Vengo al dunque: collaboro con una trasmissione webradio che si chiama Border Nights e va in onda il martedì sera su Web Radio Network. Ci occupiamo di tutto ciò che non viene trattato dai media mainstream. Io ho una mia rubrica di circa 20 minuti: ogni settimana faccio un’intervista su una tematica, di solito di attualità, geopolitica, ecc…
    E’ da un po’ che pensavo di contattarti e lo faccio ora per chiederti un’intervista su Giulio Regeni e su tutti i retroscena che hai spiegato sia in questo articolo sia l’anno scorso in altri pezzi. Sei disponibile? Se sì, possiamo sentirci domani o martedì (all’orario che preferisci)? L’intervista è registrata, perché poi la invio al conduttore Fabio Frabetti, che la manda in onda martedì sera nel corso della trasmissione.
    Fammi sapere, la mia mail è quella con cui sto postando il commento. Grazie e buona serata!
    Stefania

     
      • Mihai Podeanu il said:

        affederì, te stanno alliscià err pelo… tepòzzino…
        vedi di non finirci come il salame di Arcore.
        speriamo che tua morosa sia gelosa.

         
        • Federico Dezzani il said:

          Ehhhh, Mihai, sapessi!

          Ho dovuto togliere il mio telefono di casa dalla rubrica, perché le mie fan mi chiamavano a tutte le ore! 🙂 🙂 🙂

           
  13. …non c’è che dire!….è sempre un piacere!…
    …ma perdendo ogni giorno la pur limitatissima sovranità, pur facendo i salti mortali cerchiobottisti, (dei quali per necessità siamo diventati campioni), quanto e come ancora si potrà andare avanti?….
    …è un destino da auxilia….e quel che è peggio gestito in casa da comparse ridicole….in un sistema di gestione ridicolo…

     
  14. Francesca Ancona il said:

    La ditta “obama-clinton” colpisce ancora, ai danni ovviamente dell’immagine di Trump, questa volta nel Canada di Trudeau, stranamente proprio dopo le dichiarazioni, di quest’ultimo, sulla sua (finta, o vera?) apertura all’Islam…

    Caro Federico, possiamo ancora commentare apertamente? Non vorrei ledere al tuo blog, dopo tutte le censure che stanno facendo, o dobbiamo inventarci un codice cifrato?

     
    • Penso che bisognerà imparare dai “maestri del crimine” la tecnica del “discorso obliquo” con termini spesso di significato “rovesciato” tipo chiamare “gentile” uno che in realtà riteniamo una “bestia”.&#1285

       
  15. Tenerone Dolcissimo il said:

    Il buon DEZZANI mi perdoni l’invasione e se esco fuori tema, ma ho una comunicazione di servizio importante.
    Mi sembra che quasi tutti qui il 4 dicembre abbiamo votato NO alla schiforma RENZI.
    Ora è umano che a qualcuno possa essere venuto il dubbio di avere sbagliato. Dubitare è segno di intelligenza soprattutto se si dubita di se stessi.
    Per fortuna l’Unione Europea -che era la vera autrice nonché principale beneficiaria della deforma- ha provveduto a toglierci ogni dubbio come emerge dalla lettura del seguente articolo.
    http://www.ilgiornale.it/news/politica/lue-sintromette-ancora-e-vuole-condannarci-processi-senza-1357071.html

     
  16. Guido il said:

    Ricostruzione perfetta ed esaustiva. Da essa nasce un principio fondamentale. In Italia, basta dare una occhiata ai giornali e TV. Se si insiste su una cosa, bisgna subito leggere il contrario delle spiegazioni e degli interrogativi forniti dai media. Ci si azzecca sempre. Poi, si può procedere con una analisi dei fattori economici, come diceva il buon Marx, e si arriva al punto. Su Regeni, non ho mai avuto dubbi che l’intrigo nascesse dal mandante inglese. I dettagli delle compravendite di Zohr, spiegano tutto.Bravissimo Dezzani.(Come sempre, del resto).
    Aspetto, con ansia, la ricostruzione del delitto di Capaci. (Che per me è un corollario di Maastricht 1989, del progetto Europa e della svalutazione della lira, con conseguente demolizione delle aziende di Stato ed accettazione dell’Euro, ecc..). Oggi Grasso dice di non essere sicuro che sia solo un delitto di mafia.(finalmente!!!) Io sono convinto, grazie a Dezzani, di leggere una ricostruzione in cui la mafia risulterà esser stata un braccio armato (spesso imbecillamente colpevole) di interessi anglosassoni, come nel 1943.

     
  17. maria carla montanari il said:

    complimenti vivissimi caro Dezzani , lei mi ha fornito finalmente i motivi per cui sta accadendo tutto questo . La ringrazio inoltre per avermi spinto al mio primo acquisto online , i suoi libri . continuerò a leggerla con molto interesse e a condividere i suoi articoli

     
  18. Nicolino il said:

    Caro Federico,
    anche l’ex capo dei ROS ha confermato quello che ci dici da un anno.
    http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/fermi-tutti-regeni-stato-mandato-morire-servizi-inglesi-ex-140096.htm

    Blondet ha ripreso la notizia, dopo l’intervista del generale a una trasmissione radiofonica, ( ignorata ovviamente da tutte le altre fonti … giornalistiche)
    http://www.maurizioblondet.it/finalmente-la-verita-regeni-mandato-morire-dai-servizi-inglesi-lex-capo-dei-ros-mario-mori/

    peraltro lo stesso Mori era intervenuto già in aprile con un primo messaggio
    http://www.la7.it/laria-che-tira/video/generale-mori-regeni-mandato-allo-sbaraglio-05-04-2016-179824

    grazie per il servizio che ci dai

     
  19. Dniepr il said:

    Scusi, l’analisi è lucidissima come al solito. Quello che non capisco, però, e che nessuno è ancora riuscito a spiegarmi è PERCHE’ L’EGITTO DI AL-SISI NON FA NIENTE PER SMARCARSI? PER USCIRE DALLA CACCA? PERCHE’ NON INDAGA NE’ DICE NIENTE SUI VERI MANDANTI MA SI LASCIA INFANGARE DA UN ANNO? Hanno già deciso di farlo fuori, è solo questione di tempo, quindi perché non prova nemmeno a guastare le manovre atlantiste? Tanto più che ora è coperto dalla Russia, quindi qualche sassolino nella scarpa se lo potrebbe pure togliere, o no?
    Pochi possiedono il dono della parresia che aveva il comandante Chavez, per esempio. Assad quando era ancora con un piede nella fossa diceva mezze verità nei suoi proclami, trattava gli Atlantisti con rispetto, usava reticenze ed eufemismi; ha perso l’occasione di due o tre interviste a BBC e media occidentali per tirare giù la maschera agli Atlantisti sulla pagliacciata ISIS: l’ha mezzo detto, sottovoce, nessuno l’ha sentito.
    Al-Sisi addirittura si becca tutte le bordate senza nemmeno accennare ad una reazione. Ma è masochista? Cosa crede di fare, facendo il bravo ragazzo, di allontanare da sè la forca che gli è già stata preparata? Io se fossi uno statista dead man walking passerei un giorno sì e l’altro pure a sbugiardare sui media tutte le messinscene atlantiste e tutto il sacco di balle che viene fatto bere agli occidentali.

     
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