La Repubblica in crisi: breve storia (non ortodossa) del giornale-partito “liberal”

Il secondo quotidiano italiano, La Repubblica, attraversa una profonda crisi, certificata dall’inarrestabile emorragia di copie: le tensioni, latenti sin dall’avvicendamento alla direzione tra Ezio Mauro e Mario Calabresi, sono recentemente esplose con la diatriba che ha pubblicamente contrapposto Eugenio Scalfari, “il fondatore”, a Carlo De Benedetti, “l’editore”. Circola addirittura la voce che l’Ingegnere voglia liberasi del giornale. Le disgrazie di Repubblica sono da collegare alla crisi dell’area politica di riferimento, quella sinistra “liberal” di cui il quotidiano romano è stato il padre nobile. Il progetto “La Repubblica” nasce, infatti, negli ambienti atlantici, per traghettare la sinistra dall’ideologia sovietico-marxista a quella atlantico-liberale: breve storia non ortodossa, dal “gruppo del Mondo” all’attuale crisi.

I “liberals” sono in crisi. Il loro giornale-partito, anche

Il crepuscolo della Seconda Repubblica avanza minaccioso e non è certo casuale che sia accompagnato dalla crisi del quotidiano che, senza dubbio, ha dominato questo periodo della storia italiana, La Repubblica. Il quotidiano romano nasce, infatti, nel 1976 (vedremo, nel proseguo dell’articolo, in quali particolari “circostanze”) per affiancare L’Unità, quotidiano ufficiale del Partito Comunista e sensibilizzare Botteghe Oscure sulle tematiche “liberali”; cavalca nei primi anni ‘80 il caso P2; assiste l’assalto giudiziario che nel 1992-93 demolisce la Prima Repubblica; assume la funzione di mentore della sinistra post-comunista, traghettandola nella metamorfosi PCI-PDS-DS-PD; detta l’agenda al governo, se la sinistra vince le elezioni, guida l’opposizione antiberlusconiana, se le sinistra le perde. Assumendo la funzione di giornale-partito, Repubblica segue così le fortune dell’area politica di riferimento: patisce il governo Monti, si smarrisce con quello Letta, affonda, svelato il bluff iniziale, con l’esecutivo Renzi e si sfalda con quello Gentiloni.

La diffusione “cartaceo+digitale”, che nel 2011 si attesta ancora attorno alle 425.000 copie, cala così alle 315.000 dell’autunno 2015, quando Ezio Mauro, direttore sin dal 1996, cede la poltrona a Mario Calabresi, in arrivo da La Stampa. L’avvicendamento, prodromo del matrimonio tra L’Espresso ed un altro gruppo editoriale “liberal” per eccellenza, l’Itedi degli Agnelli-Elkann, non porta fortuna: la diffusione subisce un nuovo tracollo, calando sino alle 210.000 copie dello scorso autunno: in redazione sono forti i malumori nei confronti del neo-direttore, forse non del a ragione, considerato che Calabresi ha l’ingrato compito di “coprire” gli impopolari esecutivi Renzi e Gentiloni. Le tensioni accumulatosi dentro il quotidiano debordano in pubblico nel gennaio 2018, con il velenoso confronto a distanza tra “il Fondatore”, Eugenio Scalfari, e “l’Editore”, Carlo De Benedetti: una considerazione politica del primo (“Preferisco Berlusconi a Di Maio”) incendia le polveri, spingendo il secondo ad una velenosissima replica (“Scalfari? Un signore molto anziano che non è più in grado di sostenere domande e risposte”). Il Fondatore mena l’ultimo fendente: “Credo che quell’accusa di avere speculato grazie alle informazioni riservate ottenute da Renzi abbia avuto un ruolo importante nel suo cattivo umore. (…) De Benedetti ama Repubblica, ma vuole liberarsene1”.

Imputare l’emorragia di copie al direttore Calabresi, oppure alle più generalizzate difficoltà dell’editoria e della carta stampata, come fatto da Scalfari, o alla “perdita d’identità” di cui parla De Benedetti, è superficiale. Il Corriere delle Sera, concorrente per eccellenza, ha superato più brillantemente gli ultimi anni, perdendo solo un terzo della diffusione totale (dalle 470.000 copie del 2011 alle 310.000 dello scorso anno). La Repubblica vive una crisi strutturale perché la sua funzione storica, quella di essere il giornale-partito che inspira e guida la sinistra “liberal”, è esaurita, causa collasso della sinistra stessa: le prossime elezioni, infatti, certificheranno la caduta ai minimi storici del PD, incapace ormai di intercettare due categorie chiave dell’elettorato di sinistra, “giovani e lavoratori”, disperse tra Movimento 5 Stelle, astensionismo e partiti di destra. L’Ingegnere, cui non manca il senso per gli affari, ha probabilmente fiutato che il destino di Repubblica è segnato e perciò medita, nell’intimo, di sbarazzarsene.

Le rotative della Repubblica sono in funzione dal 1976: hanno egregiamente adempiuto al loro compito, forse sarà presto ora di spegnerle.

Ma come è nato questo giornale-partito che, affiancando l’Unità, ha progressivamente acquistato la guida della sinistra, spostandola dai valori marxisti a quelli liberali? Chi è Eugenio Scalfari, ormai considerato da tutti soltanto un vegliardo che ama vantare le sue conoscenze con papa Jorge Mario Bergoglio e col direttore della BCE, Mario Draghi? Chi ha messo i soldi per l’avvio del settimanale L’Espresso e poi de La Repubblica? Perché, alla fine negli anni ‘80, è entrato nell’azionariato del quotidiano il finanziere De Benedetti, che ha giocato un ruolo di primo piano nel saccheggio dell’economia nazionale? Perché, infine, La Repubblica è sempre stata la punta di lancia di tutte le operazioni euro-atlantiche contro il nostro Paese, da Tangentopoli agli attacchi all’ENI, dal Rubygate al caso Regeni? Per rispondere a questa domanda, bisogna scrivere una breve, ma puntuale, storia del quotidiano romano: una storia, ovviamente, non ortodossa. Per fare ciò, ci serviremo di una preziosa fonte di informazioni: “La sera andavamo in Via Veneto. Storia di un gruppo dal Mondo alla Repubblica, scritto dallo stesso Scalfari e edito da Mondadori nel 1986. È un libro che spiega “tutto”, purché si abbia la giusta chiave per decifrarlo.

La semi-autobiografia di Scalfari racconta le gesta, lunghe un quarantennio, del gruppo di “liberals”, alias “liberali”, alias “radicali” che, nell’immediato dopoguerra, si fa rappresentante degli interessi dell’establishment atlantico, quello basato sull’asse Londra-New York. All’indomani delle elezioni del 1948 l’Italia, infatti, è dominata dal bipolarismo DC-PCI: la fedeltà del Partito Comunista a Mosca obbliga l’establishment atlantico a sostenere la Democrazia Cristiana, ma è un’alleanza forzata. Questo partito cattolico di massa, un po’ terzomondista e molto statalista, non è certo in sintonia con l’oligarchia atlantica: ebraica o protestante, ovviamente atlantista, convinta sostenitrice del libero mercato e delle libertà individuali (divorzio, aborto, droghe, etc.). Il grande disegno dell’establishment liberal è quindi di insinuarsi nella sinistra italiana, fagocitare progressivamente il PCI e, una volta conquistato, spostarlo su valori “atlantici e liberali”: l’operazione, che parte nel 1955 con la nascita del Partito Radicale, si conclude con pieno successo nel 1991, con la nascita del Partito Democratico di Sinistra. In questa manovra, gioca un ruolo decisivo Eugenio Scalfari ed il suo gruppo di “liberals”: a loro va imputata la paternità del Partito Radicale, del settimanale l’Espresso, del quotidiano La Repubblica.

Chi sono quindi questi liberals, “spesso longilinei, spesso benestanti”, come li definisce Scalfari? Sono gli esponenti di quel milieu economico-finanziario-culturale, di chiara matrice massonica, che, soffocato o perlomeno domato sotto il regime fascista, rifiorisce con la conquista della penisola da parte degli alleati. Quelli del Partito d’Azione: Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Oronzo Reale, Bruno Visentini, Mario Paggi e Altiero Spinelli, etc. Quelli dell’alta finanza internazionale, in contatto con i Rothschild, i Rockefeller ed i Lazard: Raffaele Mattioli, Enrico Cuccia, Donato Menichella, Guido Carli, etc. Quelli del “grande capitale”: Vittorio Valletta, Adriano Olivetti, Cesare Merzegora, etc. Quelli del “Congresso per la libertà della cultura”, ossia, detta brutalmente, gli intellettuali al soldo della CIA-MI6: Mario Pannunzio, Benedetto Croce, Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte, Alberto Moravia, Nicolò Carandini, etc. Il giovane Eugenio Scalfari, dimenticati i suoi esordi giovanili su “Roma fascista”, è, ovviamente, in contatto con tutti i membri del gruppo, assolvendo spesso alla funzione di cerniera tra il nucleo di Roma e quello di Milano. Perché proprio Scalfari? Perché rampollo di una benestante famiglia che frequenta da generazioni quell’ambiente (nel 1950, Scalfari sposa Simonetta De Benedetti, figlia di Giulio, storico direttore de La Stampa).

La scalata alla sinistra italiana da parte dei “liberals” prevede, fin dal principio, la creazione di un giornale che possa evolversi in movimento politico: il 19 febbraio 1949, esce così il primo numero del settimanale “Mondo”, “laico ed anticlericale”, diretto da Mario Pannunzio. Scrive Scalfari: “Il Mondo lanciò quella che sarebbe stata l’idea guida ed il programma politico del gruppo per 18 anni: la formazione di una terza forza politica che bilanciasse i due super-partiti DC e PCI”. Nel 1955, germoglia dal seme del Mondo il Partito Radicale che, non a caso, è dominato dalle stesse personalità “laiche ed anglofile” del settimanale: Pannunzio, Scalfari e Paggi. Scopo del Partito Radicale italiano (in Francia si ripete l’esperimento con Pierre Mendès France) è quello di erodere lo spazio a sinistra occupato dal Partito Comunista, fedele a Mosca, facendo leva, più che sui diritti del lavoro, sui “diritti delle persona”, tanto cari al pensiero massonico. Il 1955, però, è soprattutto l’anno in cui al progetto del Mondo, troppo elitario e autoreferenziale per avere un impatto sulla politica, è affiancato un esperimento editoriale destinato ad avere ben altro successo: il settimanale l’Espresso.

Con la benevolenza del potente Raffaele Mattioli, allora direttore della Comit e massimo rappresentante in Italia della “finanza laica” connessa alle grandi piazze internazionali, Eugenio Scalfari e Arrigo Benedetti (già direttore de L’Europeo) ideano un settimanale (che in origine avrebbe dovuto essere un quotidiano) che non si rivolga più soltanto ai salotti degli intellettuali, ma al grande pubblico, sensibilizzandolo sulle tematiche “libertarie, progressiste, libertine” care ai liberals. Un settimanale nazionale, poi, che faccia molti “scoop” comodi ai poteri atlantici, colpendo ora la DC, ora l’ENI, ora qualche fazione avversa, ora lo Stato-imprenditore, ora pungolando il PCI.

Il progetto editoriale comporta però ingenti investimenti: a quale porta Mattioli consiglia loro di bussare? Don Raffaele indirizza Scalfari e Benedetti dal magnate di Ivrea, Andriano Olivetti. Nel capitolo “A Ivrea incontrammo Adriano il Mago”, leggiamo: “L’incontro tra noi e Adriano Olivetti fu uno di quei fatti del tutto occasionali, assolutamente non prevedibili nell’economia d’un destino di gruppo, eppure determinanti come pochi altri incontri sono stati nei 35 anni di questa vicenda. Se non fosse avvenuto in quel momento e in quelle circostanze, probabilmente l’Espresso non sarebbe mai nato e il viaggio dei liberali nel frastagliato arcipelago della vita italiana avrebbe dovuto inventarsi altri vascelli e forse seguire un diverso itinerario”.

Perchè proprio Adriano Olivetti, “il mago”? La risposta a questa domanda va cercata nella poliedrica figura dell’impreditore eporediese: in stretto contatto con i servizi segreti inglesi già durante la guerra (nome in codice “Brown”), vicino ad esponenti del Partito d’Azione come Ferruccio Parri, sostenitore delle idee euro-federaliste di Altiero Spinelli, Olivetti è pienamente ascrivibile a quel milieu dell’alta borghesia “laica” (cioè iniziata alla massoneria) e anglofila. Di più. Scalfari lo definisce “il mago”, perché Olivetti, come Mattioli, appartiene a quel mondo occulto-esoterico (messianesimo ebraico, divinità femminili, astrologia, dottrine di George Gurdjieff e Carl Jung, etc.) che conta tra le sue fila i massimi rappresentati dell’establishment italiano “laico e liberale”. Il Movimento 5 Stelle, attraverso Gianroberto Casaleggio, è sotto quest’aspetto l’ultimo prodotto dell’agente “Brown”, Andriano Olivetti.

La permanenza di Olivetti nell’azionariato dell’Espresso, dove ha investito l’ingente cifra di 125 milioni di lire, controllando così il 70% del capitale, è però breve. Trascorre a malapena un anno ed Olivetti decide di spossessarsi delle azioni a titolo gratuito, regalandone il 60% de L’Espresso a Carlo Caracciolo, il 5% ad Arrigo Benedetti ed il 5% ad Eugenio Scalfari. Sorge, a questo punto, un legittimo interrogativo: i 125 milioni erano effettivamente di Olivetti o questi è stato soltanto il prestanome di poteri “liberal” occulti, come la finanza internazionale o i servizi atlantici? Resta il fatto che, nel 1956, il principale azionista de l’Espresso è ora il principe Carlo Caracciolo. Scrive Scalfari: “Da quel momento l’azionista di maggioranza fu Carlo Caracciolo, un bel giovane biondo di trent’anni, di nobile famiglia napoletana, figlio di Filippo Caracciolo di Castagneto (diplomatico e amicissimo di La Malfa e di Parri con i quali aveva lavorato intensamente durante la Resistenza), cognato di Gianni Agnelli, che aveva sposato sua sorella Marella. Carlo era stato anche lui nella Resistenza e a 17 anni aveva combattuto in Val d’Ossola nelle brigate di Giustizia e Libertà”. Un aristocratico, il principe Carlo Caracciolo, nelle cui vene scorre il miglior sangue dell’alta società anglofila e liberal.

Subentrano gli anni ‘60 e l’Espresso conduce, ovviamente, battaglie dal marcato sapore atlantico: contro l’ENI di Enrico Mattei (“Avversò costantemente i liberali ed i repubblicani, in quanto partiti da lui considerati padronali e filoamericani”, “L’inquinamento dei partiti comincia da lui”) e di Eugenio Cefis (“il nostro gruppo cercò di fermare o quantomeno di rallentare la marcia verso il potere di Eugenio Cefis e del vasto sistema di alleanze che a lui facevano capo”), contro il circuito perverso DC-aziende di Stato-governo”, contro Aldo Moro (“noi liberals vivemmo Moro, per tutti gli anni del centro-sinistra, dal ‘63 al ‘70 e anche oltre, come un avversario, il grande saponificatore”). I meriti de L’Espresso sono riconosciuti dall’establishment atlantico e, nel 1962, il settimanale può organizzare un convegno all’Eur, tema “la partnership atlantica”, potendo contare nientemeno che sulla partecipazione de The Economist: “Fu per noi un’occasione importante, perché l’Economist godeva del prestigio che si sa, e il fatto che il suo direttore e l’intera redazione fossero venuti a confrontarsi con noi dette la misura della stima di cui l’Espresso ormai godeva da parte del miglior giornalismo europeo”.

Il successo dell’Espresso, che cavalca l’inarrestabile laicizzazione della società (divorzio, aborto, obiezione di coscienza, femminismo), è indiscutibile. Affinché, però, i “liberals” possano scalare la sinistra italiana, ancora occupata dal monolitico e filo-sovietico PCI, occorre fare il grande salto, dal settimanale al quotidiano: solo con un simile strumento, sarà possibile insidiare l’Unità e traghettare progressivamente Botteghe Oscure da Mosca verso Washington.

Scrive sempre Scalfari: I simpatizzanti o addirittura i militanti del PCI avevano il loro giornale di partito, ma i mutamenti in corso nella società e di riflesso nel partito rendevano quella sola lettura sempre più insufficiente e insoddisfacente. Infatti, la gente comunista non se ne accontentava e risultava chiaro dai sondaggi d’opinione che molti di loro erano disponibili ad acquistare un secondo giornale, oltre all’Unità”. Dove trovare i fondi per lanciare il quotidiano, 5 miliardi di lire, di cui l’Espresso può metterne al massimo la metà? Scalfari e Caracciolo trovano un socio della Mondadori di Mario Formenton, proprietaria del settimanale, anch’esso “progressista” a suo modo, Panorama: il 14 gennaio 1976 nasce così La Repubblica. Particolare degno di nota: alla neonata redazione si unisce, di lì a un anno, Pier Leone Mignanego, in arte Piero Ottone. Collaboratore dell’angloamericana Psychological Warfare Division (PWB) nel 1945, corrispondente da Londra per la Gazzetta del Popolo, corrispondente per il Corriere della Sera dalla Germania Occidentale e poi dall’URSS, Ottone, esponente come Scalfari e Pannunzio del giornalismo “anglofilo”, è chiamato alla direzione di Piazza Solferino nel 1972, quando Giulia Maria Crespi decide di rendere lo storico quotidiano milanese “meno conservatore e più liberale”.

Scalfari, poco prima del lancio di Repubblica, nel settembre 1975, incontra personalmente Enrico Berlinguer, illustrandogli i suoi piani verso il PCI: “nessun pregiudizio ideologico, rifiuto di ogni ghettizzazione e discriminazione, nostra propensione per un’ipotesi di alternativa di sinistra rispetto al suo programma di compromesso storico”. La Repubblica, insomma, deve allontanare il PCI sia dalla Democrazia Cristiana che da Mosca, per avvicinarlo a Washington: l’omicidio Moro (che avrebbe voluto pilotare l’ingresso dei comunisti al governo, sedendo al Quirinale) ed il quasi concomitante viaggio di Giorgio Napolitano negli Stati Uniti (primavera dl 1978), completano la manovra. “A partire dal 1979, si può dire che il segretario del PCI avesse scelto Repubblica quale sede privilegiata per esporre il suo pensiero, a parte ovviamente l’ufficialità del giornale del PCI.” Eliminato Moro dalla corsa verso il Quirinale, rimane però ancora l’insidia di Giulio Andreotti: il caso Gelli-P2, ampiamente cavalcato dal Gruppo l’Espresso, spegne definitivamente i sogni presidenziali del Divo Giulio.

Nonostante la tiratura di Repubblica aumenti, i conti faticano a tornare, tanto che a metà degli anni ’80 il Gruppo l’Espresso è in una situazione tecnica di fallimento: entra così in scena Carlo De Benedetti, destinato, dopo la “guerra di Segrate” e la spartizione della Mondadori con Silvio Berlusconi, a diventare l’azionista di riferimento del gruppo, “l’Editore”. Perché interviene proprio De Benedetti a soccorre il quotidiano dell’establishment liberal ed anglofilo? Semplice: l’Ingegnere (cui si deve, ad esempio, la distruzione del settore informatica dell’Olivetti) è il rappresentante di quella finanza internazionale che, attraverso Don Raffaele Mattioli, aveva già patrocinato la nascita del settimanale Espresso.

Gli anni ‘80 sono dominati dalla figura di Bettino Craxi: socialista, filo-arabo, attento agli interessi nazionali e, perciò, “fascista” se non “nazional-socialista” tout court, La Repubblica, ovviamente, guida l’opposizione al segretario del PSI. È significativo quanto scrive Scalfari: I socialisti del nuovo corso hanno coniato una definizione curiosa: noi saremmo la nuova destra, insieme ad alcuni esponenti dell’imprenditoria (leggi De Benedetti), ad alcuni grandi borghesi (leggi Bruno Visentini), e all’ala berlingueriana del PCI. Una nuova destra tecnocratica, giacobina, illuminata, che però non disdegna gli affari corsari e vagheggia governi presidenziali di tipo (pensate un po’!) badogliano”. La definizione data dal PSI di Bettino Craxi e Rino Formica non potrebbe descrivere meglio “i liberals” che fanno capo al Gruppo l’Espresso.

Tangentopoli spazza via il Pentapartito: l’establishment euro-atlantico ha deciso che sarà la sinistra a guidare la stagione delle privatizzazioni e l’ingresso dell’Italia “in Europa”. La Repubblica ha dato il proprio determinante contributo al risultato, fagocitando progressivamente il PCI, ora PDS, sino a dettarne la linea. L’ingresso in politica di Silvio Berlusconi scatena, nel 1994, una guerra destinata a durare 25 anni: la Repubblica è il campione dell’antiberlusconismo e, di conseguenza, il campione della sinistra. La scalata al campo progressista, iniziata nel lontano 1976, ha ottenuto un tale successo che l’editore del giornale-partito, Carlo De Benedetti, è anche la “tessera numero 1” del Partito Democratico che nasce nel 2007: si tratta, proprio come sognato da Scalfari trent’anni prima, di un grande “partito radicale” che, accantonati i diritti del lavoro, difende soltanto più “le libertà personali” (femminismo, omosessualità, droga, aborto, immigrazione etc.).

La simbiosi tra il Gruppo l’Espresso ed il Partito Democratico è tale che le sfortune del secondo si ripercuotono anche sul primo: La Repubblica, sostenendo prima l’esecutivo Monti, poi quello Renzi ed infine quello Gentiloni, perde lettori alla stesso ritmo con cui la sinistra perde consensi. Giovani (ormai demograficamente marginali) e “lavoratori”, due colonne portanti della sinistra e del pubblico di Repubblica, non votano più PD, né leggono una rivista del Gruppo l’Espresso: l’enorme massa del disagio sociale si rifugia nell’astensionismo, nei partiti di destra o nel Movimento 5 Stelle, creato ad hoc dagli stessi poteri che nel 1955 avevano incoraggiato la nascita del settimanale l’Espresso. I valori “liberali”, inoltre, hanno talmente impregnato la società che persino il modernista Jorge Mario Bergoglio, intima conoscenza di Eugenio Scalfari, li promulga da San Pietro.

Non ha torto, l’Ingegnere De Benedetti, a volersi disfare della Repubblica: la sua funzione storica è, oggettivamente, esaurita.

 

1https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2018/01/18/news/scalfari_la_mia_non_e_vanita_e_de_benedetti_non_ha_fondato_questo_giornale_-186788208/

Precedente 2018, guerra sino-americana: commerciale o militare? Successivo Trattato del Quirinale: vendersi alla Francia per restare “in Europa”

63 commenti su “La Repubblica in crisi: breve storia (non ortodossa) del giornale-partito “liberal”

  1. Federico Dezzani il said:

    Avviso ai lettori: la qualità dei commenti è parecchio scaduta nelle ultime settimane. Si invita ad un maggiore contegno, pena giro di vite.

    • giuseppe il said:

      Magnifico articolo Dezzani, come lo sono d’altronde tutti quelli suoi che ho letto e postato su Fb.
      Saluti

  2. Giuseppe M. il said:

    Stavo per scrivere splendido articolo!
    Non vorrei sembri piaggeria dopo “l’avviso” di Dezzani.

    Comunque splendido articolo che, partendo dalla storia del giornale Repubblica fa vivere 50 anni di “evoluzione” della sinistra italiana.
    Da conservare tra i preferiti

    • luigiza il said:

      Ed allora rilancio superando ogni potenziale concorrente:
      Eccelso Dezzani che con questo suo articolo ha superato se stesso! 🙂

      Una precisazione mi sia a questo punto consentita:

      .. l’Ingegnere (cui si deve, ad esempio, la distruzione del settore informatica dell’Olivetti)…
      Accusa però ingiusta, la dirigenza di Olivetti come quelle di tutte le altre grandi industrie del settore, vedasi per esempio Digital ma anche IBM rishiò la scomparsa, forono vittime della trasformazione della produzione della componentistica dei Computers, che grazie ai taiwanesi divennero commodities.
      Ecco che allora la Logistica diventava più importante della produzione ma solo Dell lo capì per tempo e seppe agire di conseguenza.
      Dell c’è ancora, tutti gli altri, esclusa IBM che però si virò verso il software, sono morti.

    • Antonio Rossi il said:

      Non credo che il successo o meno dell’informatica dipenda dai computer a basso prezzo cinesi, altrimenti l’America non avrebbe proprio un settore informatico…l’informatica (ovvero Internet e tecnologie che gli ruotano intorno, creato dall’esercito americano negli anni 70/80) e’ un settore che da tempo e’ considerato chiave da Washington (adesso l’intelligenza artificiale in particolar modo), e viene “data” o “tolta” ai paesi che la “meritano”.

      Infatti:

      – il colpo finale fu dato da Tronchetti Provera che, svuotando la Telecom dall’interno, eutanizzo’ tutte le speranze di banda larga

      – oggi come oggi l’Italia e’ praticamente un paese pre-informatico, basta farsi un giro all’estero e vedere la prevalenza assoluta dell’automatizzazione ecc. in tutto, a partire dagli aeroporti, mentre noi abbiamo il paleolitico sito di trenitalia e i terminali COBOL di alitalia.

      – la Francia, che si, negli anni 90 aveva il minitel, ma non era certamente un paese a vocazione informatica, nel senso grande fratello/NSA/perdita di posti di lavoro per automatizzazione, fu “baciata dal successo” di Xavier Niel (ex servizi segreti), che “provvidenzialmente” la doto’ prima della banda larga a basso costo e poi di rete 4G a bassissimo costo.

      – questo da addetto al settore, l’Italia, come tutti gli altri PIIGS, che non “meritano” l’informatica, e’ uno dei pochi paesi europei dove gli informatici fanno la fame come gli altri (infatti siamo tutti emigrati) e dove nelle facolta’ di informatica ci sono professori rubagalline che mettono gli alunni a scrivere codice che poi usano per le loro aziende (questo sassolino dalla scarpa me lo dovevo togliere). Per riferimento, un programmatore in Romania puo’ mettere su famiglia e comprare casa.

      Dulcis in fundo…la Francia, avendo votato “correttamente”, ha ricevuto questo regalo:

      http://www.lefigaro.fr/secteur/high-tech/2018/01/22/32001-20180122ARTFIG00291-google-choisit-paris-pour-son-deuxieme-centre-europeen-d-intelligence-artificielle.php

    • Francesca Ancona il said:

      Fantastico davvero, illuminante, dovrebbero leggerlo tutti! Grazie Federico

  3. Ricostruzione verosimile. Ho letto La Repubblica quotidianamente dal 1976 al 2011, ritenendola espressione della più moderna sinistra progressista. Ho smesso di leggerla in seguito all’isteria bellico-umanitaria contro la Libia di Gheddafi. Così come ho smesso di leggere Micromega. Da allora man mano e sempre più profondamente ho compreso quale storia del nostro Paese ho attraversato in buona fede. Risultato oggi 2018 sarei quasi tentato di votare per quelli di Casapound come parziale indennizzo sperando che li manganellino un giorno.

    • Tonnies il said:

      Casapound mi da tantissimo l’idea di essere parte come M5S della pantomima della fintaopposizione. Qualunque cosa venga sdoganata da Mentana si prende per quanto mi riguarda la patente di eterodiretta dai soliti noti.

    • Stessa impressione.
      Oggi sdoganano – o creano ex novo – il movimentismo “identitario”, purché kosherizzato, e col pegno dell’anti-islamismo.

      A quando un articolo su “Il Giornale”, “Libero”, e la destra atlantista, palese o di fatto?

    • roberto de ponte il said:

      Io smisi di leggerlo quasi subito. Mi provocava mal di stomaco. Quanta inconsapevolezza ha guidato la mia gioventù e quella di tanti altri come me. Ci sono voluti anni per capire quanto questi traditori hanno nuociuto al nostro paese, del quale hanno svenduto non solo l’economia ma anche l’anima, lo spirito di appartenenza. Grande articolo!!! La sua lettura mi ha fatto rivivere con emozione gli anni della mia gioventù.

  4. Matteo il said:

    Splendido pezzo. Notare come Pertini, il presidente eletto al posto del rapito Moro, sia stato l’assassino di Gentile, il grande filosofo rivale di Croce, non a caso citato all’inizio dell’articolo come uno degli intelettuali, o presunti tali, al servizio della CIA…

    • Francesca Ancona il said:

      Io sapevo che Pertini uccise anche Mussolini, non ricordo dove lo lessi anni fa

    • Fabrice il said:

      @Francesca Ancona

      “Londra ha suonato la musica, ed il PCI è andato a tempo!!”,
      by Leo Valiani ( 1909-1999), partigiano col
      Partito d’Azione nel C.L.N.A.I., politico, giornalista.

      Per spunti controinformativi di qualità:

      “L’assassinio di Mussolini, i documenti scomparsi ed il ruolo di Downing Street”

      di Alessandro De Felice, imprenditore, storico indipendente.

      ps nipote del grande storico indipendente Renzo De Felice.

      http://www.storiologia.it/mussolini/chivolevalamortedim.htm

      Ciao!

      Fabrice

    • Mansfra il said:

      Mi sembra che sia stata ipotizzata la presenza, durante l’esecuzione di Mussolini, di Luigi Longo, capo delle formazioni partigiane comuniste, e che succedera’ poi a Togliatti alla segreteria del PCI.

    • roberto il said:

      si, è vero, si è detto che Luigi Longo fosse sul lago. Ma secondo me la cosa è ininfluente. La vulgata della fucilazione del Duce è tutta falsa. Al cancello di villa Belmonte c’è stata una messinscena. Gli abitanti di Mezzegra raccontano ben altro. La verità è stata sepolta e sacrificata alla ragion di stato. Il Pci è stato complice fino in fondo.

    • Fabrice il said:

      @Francesca Ancona

      Se eventualmente ne hai voglia e se conosci l’inglese, ecco una lettura che offre dei magnifici spunti controinformativi, di seguito un breve riassunto in italiano, eccolo arriva!!

      “Human smoke”. Chi ha causato la seconda guerra mondiale?

      https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=18507

      Ecco un estratto del breve riassunto in italiano di cui sopra:

      “Churchill non fu mosso dall’antifascismo. Nel suo libro del 1937 “Grandi Contemporanei”, egli descrisse Hitler come un “funzionario altamente competente, fantastico, bene informato, con dei modi piacevoli”. Churchill elogiò ripetutamente Mussolini per il suo portamento “gentile e semplice”. Nel 1927, disse ad un pubblico romano che “Se fossi stato un italiano, sono sicuro che sarei stato totalmente con voi dall’inizio alla fine della vostra lotta vittoriosa contro gli appetiti bestiali del leninismo”. Churchill considerava il fascismo come “un antidoto necessario al virus russo”, scrive Baker. Nel 1938, disse alla stampa che se l’Inghilterra fosse stata sconfitta in guerra “noi dovremmo trovare un Hitler affinché ci riporti nella nostra giusta posizione in mezzo alle nazioni.”

      Buona lettura!

      Fabrice

      PS “Il sapere e la controinformazione danno molto fastidio al potere”,
      by Prof. Cesare Cesaratto, economista.
      ps il suo bestseller:
      “Sei lezioni di economia. Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga e come uscirne”

    • Antonio Rossi il said:

      Secondo E. Michael Jones, Churchill mando’ l’Inghilterra in guerra perche’ la sua famiglia era piena di debiti e lui si doveva sdebitare con la finanza internazionale.

    • pippo il said:

      non ci arrenderemo mai!!!!!!!ahahahahahahahahah….si certo a fine guerra vittoriosa perderete l’impero e 70anni dopo birmingham e oldham c’è la sharia, a london un paki, epperò vuoi mettere la soddisfazione di non arrendersi mai???

    • Who Paid The Piper?

      «Il supporto finanziario del Sig. Montagu Norman al regime nazista porta alla luce questioni di enorme importanza politica, in modo particolare in quanto questa è la prima volta a memoria di archivi che la Banca d’Inghilterra ha usato la sua influenza in questa maniera per supportare titoli di stato stranieri o consigliando il loro acquisto»

      James and Suzanne Pool, Who Financed Hitler. The Secret Funding of Hitler’s Rise to Power 1919-1923, A Raven Book, London, 1979, p. 310

      Nel nostro peregrinare – nel setacciare a destra e a manca – del Sessantotto ci imbattemmo nello studio redatto da Frances Stonor Saunders, Who Paid The Piper?, che mostrava con dovizia di particolari chi era stato foraggiato dai metteur en scène dei servizi segreti americani pur appartenendo ad ambiti culturali che non solo non si potevano minimamente sospettare sotto una tale luce, ma che addirittura propalavano tesi, scritture, ed atti formalmente ben contrari alle fonti del loro sostentamento pecuniario. Classico caso di convergenze parallele. Sempre in quel testo “incontrammo” Sbancor: nome de plume per un bizzarro personaggio proveniente dalla contestazione sessantottina ma profondamente inserito negli alti ranghi dei gironi bancari. Altro, ennesimo, caso di convergenze parallele. Ebbene, Sbancor si lascia, per così dire, sfuggire un’affermazione esplosiva nel suo American Nightmare:

      «Non contò che Hitler e il suo partito di necrofili fosse stato finanziato da Montagu Norman, sempre lui, più lunatico che mai, dalla Banca d’Inghilterra, dalla Morgan, oltre che da Warburg, e dalla Schroeder, venali banche ebraiche.»

      Cosa voleva dire – è proprio il caso di dire – in soldoni, Sbancor? Come si poteva pensare, come si può ora pensare, che ci fosse stato anche il più labile ed opaco collegamento tra chi ha sofferto una tragedia immane a sue spese e chi ha operato questa tragedia spesato proprio dai primi? Varrebbe la pena di alzare un po’ il velo pe’curiosi, come recitava un pamphlet sullo svelamento della Massoneria … ed anche togliere di mezzo alcune veline (da precisare in questi tempi di stupidocrazia che si sta parlando di veline giornalistiche e non di giovani scugnizze che svolazzano in TV…). Forse un aiuto ci viene da un fine conoscitore degli élan che imperversano ed ammantano certi Potentati, visto che la mela non cade mai lontano dall’albero. Questa mela risponde al nome di Geminello Alvi, e l’albero è quello di Ciro Alvi, a lungo editore della rivista panmassonica “Atanòr”. L’Alvi – figlio – ne il suo Il secolo americano, edito a differenza di American Nightmare da una casa editrice ben piazzata nei meandri dei segnalibri da diffondere ad arte, l’Adelphi, si premunisce, solerte, di informarci che:

      «Hitler è già un argomento oscuro; indagare chi gli diede, nel 1930 e nel 1932, il molto denaro di cui le innumerevoli modernità della NSDAP abbisognavano, è vagare in un buio, non solo oscuro, ma immondo, sordido. Consiglia cautela anche un falso famoso: il librettino di novantanove pagine dell’olandese, e giornalista, Schoup, che nel 1933 faceva dire a Jimmy Warburg che Montagu Norman, i Warburg, certi Club americani, la Royal Dutch di Deterding, Rockefeller finanziavano Hitler dal 1929.»

      Dunque: buio, oscuro, immondo, sordido: quasi una superficie opaca? Fuori luogo anche solo pensare da parte nostra che l’Alvi non abbia trovato nei labirintici corridoi delle biblioteche forse attigue ai caveaux delle banche elvetiche un testo come quello dei coniugi James e Suzanne Pool che porta il titolo di Who Financed Hitler. The Secret Funding of Hitler’s Rise to Power 1919-1933. Presumiamo dunque che sia un volume privo di ogni interesse, anche quello di esser smentito a dovizia. Eppure – ci si perdoni l’insistenza – questo libro pare avere qualche sapidità al nostro proposito di veder leggermente oltre… Il testo deflagra in un’affermazione che spiazza uno dei luoghi più comuni della vulgata storiografica del periodo nazista, che è quella costituita dal sillogismo grande capitale teutonico = ascesa del partito nazionalsocialista:

      «[…] non c’è assolutamente nessuna evidenza che i grandi industriali tedeschi quali Carl Bosch, Hermann Bücher, Carl Friedrich von Siemens e Hugo Stinnes, o le grandi famiglie come quella dei Krupps, e i prominenti banchieri e finanziari abbiano dato contributi finanziari ai nazisti dal 1918 al 1923. […] Ci fu un grande industriale (infatti uno dei più potenti al mondo) che dette ad Hitler durante questo periodo un grande aiuto ai nazisti, ma questi non era tedesco, ma bensì americano.»

      Quindi qui siamo, se la cosa di cui sopra ha una verosimiglianza, in presenza di una Storia Invertita.
      La Storia ha un Senso Invertito. Quell’americano era Henry Ford, il patron dell’avvento dell’automobile nella Modernità. Ma Ford non era certo il solo, non era affatto un caso isolato, a sè stante. L’ambasciatore americano in Germania – William E. Dodd – ebbe a dichiarare in un’intervista che «certi industriali americani ebbero una gran parte nel portare i regimi fascisti al potere in Italia ed in Germania».
      Non solo. Il pubblico americano a quel tempo era consapevole che le dichiarazioni di Dodd erano in linea con svariate dichiarazioni anti-semite di Ford stesso. Il “Manchester Guardian”, uno dei prominenti quotidiani liberal in Europa riportò testualmente che Hitler aveva ricevuto «più di un mero supporto morale» da un americano che simpatizzava con l’anti-semitismo. Il “New York Times” scrisse nel 1922 che c’erano diffusi sospetti a Berlino a riguardo di un supporto di Henry Ford verso Hitler, tanto che uno dei più diffusi quotidiani tedeschi di allora, il “Berliner Tageblatt” fece un appello all’ambasciatore americano, Alanson B. Houghton, richiedendo un’investigazione sui finanziamenti provenienti dall’estero in favore di Hitler. Ma non c’era solo lo zampino del gattone americano ad impastar le uova in Germania. I club delle Potenze denarili, le Oligarchie dell’Iniziazione, hanno sempre sorpassato mere distinzioni patrie, nazionali, politiche, e via di seguito a totale favore dei loro precipui piani. TO BE CONTINUED….

  5. Willy Muenzenberg il said:

    Come dimenticare le definitive parole di Tacito: ‘Se avesse vinto l’Asse, oggi difenderebbe la famiglia numerosa, esaltando la figura del Duce’. Non esiste al mondo un Paese in cui la classe dirigente e’ interamente al soldo dello straniero: inclusa ovviamente tutta la sua stampa. Lo sapeva naturalmente Benito, grande giornalista ed oratore che trascino’ il popolo contro lo straniero in casa. Che il popolo della ex Roma, prigionero in patria, ultimo in tutto con l’internet, si trasferisse in massa online fuggendo la stampa e la tv dei suoi traditori, anche questo non smette di sorprendere.

    • Liebe Herr Muenzenberg,
      Lei dalla Sua finestrella da gnomo nelle accolite svizzere dovrebbe rammentarsi che il fratello del Duce riceveva laute prebende dal pianeta Wasp tanto che la solfa riscaldata spacciata sul delitto Matteotti è la foglia di fico volta a coprire il vero motivo per eliminarlo: il fatto cioè che costui si apprestava a denunciare in parlamento le foraggiature al fratello del Duce…
      Ganz genau o no?

  6. Giuseppe M. il said:

    Comunque questa epopea di Repubblica in simbiosi col PD, realizza quell’ideologia che alcuni autori (P. Lemieux, Don Curzio Nitoglia) chiamavano anarco-capitalismo.
    Questo è, appunto, individualista e liberale, sostiene che gli interessi “egoistici” o “individuali” degli uomini sono armonici solo quando vengono esercitati nella piena libertà e non tramite la coercizione statale o socialista. Quindi occorre rimpiazzare lo Stato con l’estrema libertà di scambio e di contratto.
    Così, mentre l’anarchismo comunista o sovietico avrebbe voluto arrivare alla società libera e senza potere statale mediante la rivoluzione violenta sociale e politica (non riuscendovi se non con la russia sovietica), l’anarco/capitalismo vi è arrivato tramite la sovversione finanziaria ed incruenta, che – mediante la Gran Bretagna (XIX secolo), gli Usa (XX secolo) e l’Israele neo-sionista di Netanyahu (XXI secolo) – comanda attualmente metà del mondo e cerca di impossessarsi di quell’altra metà (Russia di Putin e Medio Oriente), che ancora le resiste.
    Da ciò si vede quale sia l’importanza dell’alta finanza, che oggigiorno sorpassa – e di molto – la politica, nell’opera della sovversione mondiale. Infatti oggi è la finanza apolide che dirige i governi e ne decide le sorti; si serve dei governanti come di maggiordomi per realizzare i propri disegni di dominio mondiale e non trascura anzi sovvenziona la rivoluzione intellettuale (sessantottino) per sovvertire l’ordine civile naturale individuale, familiare e sociale.
    Il libertarismo sarebbe la conseguenza ultima e logica del liberismo economico, figlio del liberalismo politico,
    Il libertinismo è sinonimo di noncuranza della fede, d’irreligiosità o di indifferentismo più che di ateismo militante (che è una specie di anti-fede tipica del bolscevismo e dell’anarchismo di sinistra): i libertini non sono contro Dio, ma senza Dio e non se ne vogliono curare neppure per combatterlo, lo ignorano. Il libertinismo è figlio del naturalismo antico e poi rinascimentale, dello stoicismo e dell’epicureismo, del panteismo, dello scetticismo relativistico e tende alla trasgressione morale.

    Augusto Del Noce, aveva ben intuito che dopo il crollo del comunismo sovietico, il grande pericolo per l’umanità sarebbe stato quello della società liberal/tecnocratica, consumistica, libertina e libertaria. Egli parlava di “un totalitarismo di nuova natura, assai più aggiornato e più capace di dominio assoluto di quel che i modelli passati,
    L’ideologia del mondo liberale trascura la Trascendenza e sfocia nella secolarizzazione e nel nichilismo della società opulenta, ove l’unica etica valida è quella della produzione e del consumo, che conduce al relativismo-integrale.

    Ecco perchè mi è piaciuto molto l’articolo di Dezzani. Nell’articolo Infatti dà conto ed evidenza del collegamento esistente tra il partito radicale e la “trasformazione” del PCI, veicolata dal mondo anglosassone. Non ha caso a queste elezioni le due forze politiche corrono insieme (ohibò la Bonino salvata dai “cattolici” di Tabacci – modernisti e quindi in realtà non cattolici ma quinta colonna dell’universo anti cattolico).
    L’unica grande differenza che si scorge tra liberal/liberismo e social/comunista è che vi sono due tipi di materialismo, uno più grossier per i proletari e l’altro più radical-chic per i capitalisti; ma entrambe le filosofie su cui si fondano sono false e conseguentemente lo sono anche le loro conclusioni economiche: il più non viene dal meno.
    Inoltre mentre il liberismo è animato da una forte propensione all’ingiustizia sociale, fondandosi sull’egoismo individualista; il social/comunismo dice di voler la giustizia sociale ma in realtà produce la miseria più nera, basandosi sull’odio, l’invidia e la gelosia tra le classi sociali.

    Pierre Lemieux spiega bene che il neo-liberalismo concepisce lo Stato come un’entità, la quale deve impedire che le libertà di un individuo non siano violate da un altro (vi sarete sentito dire qualche volta…”la mia libertà finisce quando comincia la tua”).
    Dunque la libertà viene considerata dal liberalismo soltanto negativamente: come assenza di coercizione e non positivamente: come facoltà di scegliere i mezzi migliori per cogliere il fine, che è il bene e non può essere il male.

    Contro l’individualismo liberale la retta ragione insegna (ma lo abbiamo ormai dimenticato) che l’autorità politica ha il dovere di difendere i diritti dei cittadini e che l’uomo considerato come cittadino è una parte della Società e quindi moralmente o politicamente inferiore ad essa. L’autorità politica non deve assorbire, ma proteggere i diritti della persona e della famiglia; essa interviene solo ove la famiglia ed il privato non riescono ad andare avanti da soli (principio di sussidiarietà).
    Infine, la coercizione di cui parlano i filosofi neo-liberali è la solo violenza fisica, non quella psicologica, la quale è vera e propria “manipolazione mentale” e che viene esercitata in maniera massiccia nelle società liberali ed edonistiche moderne e contemporanee, tramite la propaganda e la pubblicità “pacifica” dei media, della musica rock, dei rotocalchi rosa, della televisione

    Ora la libertà mentale o psicologica è molto più importante di quella fisica. Infatti si può venire rinchiusi in un gulag e mantenere la propria identità culturale, spirituale e morale, mentre la si può perdere anche totalmente stando a casa propria, bombardato dalla propaganda psicologica.
    Il totalitarismo comunista ha prodotto i martiri e i filosofi, mentre l’edonismo liberista produce normalmente abbrutiti mentali e morali che si trovano fisicamente a piede libero.

    • Credo che l’Italia, potrà salvarsi e redimersi solo soddisfando questi tre punti:

      1) Uscendo dalla Nato e pretendendo la chiusura di tutte le basi militari Usa su suolo italiano ( ben 113 basi )

      2) Rivendicando il “principio di trasparenza istituzionale e gestionale” a tutti i livelli

      3) Pretendendo che tutte le associazioni ( massoneria inclusa ), rendano pubblici gli elenchi dei loro iscritti e simpatizzanti. Già oggi se sei iscritto a un qualunque ordine professionale, il tuo nome e data di nascita, sono visibili a tutti on-line. Non vedo perchè debba essere diverso per altre entità, che (fra l’altro), dicono di non avere nulla da nascondere

    • “Il libertinismo è sinonimo di noncuranza della fede, d’irreligiosità o di indifferentismo più che di ateismo militante (che è una specie di anti-fede tipica del bolscevismo e dell’anarchismo di sinistra): i libertini non sono contro Dio, ma senza Dio e non se ne vogliono curare neppure per combatterlo, lo ignorano. Il libertinismo è figlio del naturalismo antico e poi rinascimentale, dello stoicismo e dell’epicureismo, del panteismo, dello scetticismo relativistico e tende alla trasgressione morale.”
      E per fortuna ha fatto passi avanti anche grazie a al Mondo a L’Espresso e a La Repubblica. Altrimenti saremo ancora sotto l’oppressione cattolica. Questo almeno bisogna riconoscerlo.

    • le nuove chiese suprematiste rosa-arcobaleno hanno solo sostituito quella cattolica, non vedo alcuna differenza nè miglioramento.

  7. Giacomo il said:

    Immenso Dezzani, davvero voglio ringraziarti per i tuoi samizdat e per questa meravigliosa battaglia per la verità, di cui ci onori e ci rendi partecipi.

    Facciamo girare e “Sosteniamo la Battaglia”.

  8. Si il declino di repubblica è indizio della sua crescente inefficienza a manipolare “il popolo ” ,ma può essere anche un sintomo che la presa dell’ elite sul sistema politico è adesso tale da non necessitare più questi ” strumenti” manipolatorii per sostituirli con altri più “moderni”( M5S) e/o con strumenti politici più diretti ( caos sociale / stato di polizia).

  9. Giuseppe M. il said:

    Altro giornale che vorrei vedere in declino è il Fatto Quotidiano. Leggere i suoi articoli di politica estera dà il voltastomaco.
    Attendiamo sulla riva del fiume.

  10. andrea montella il said:

    Caro Dezzani ho trovato interessante l’articolo, in particolare la citazione del colloquio di Scalfari con Berlinguer: “nessun pregiudizio ideologico, rifiuto di ogni ghettizzazione e discriminazione, nostra propensione per un’ipotesi di alternativa di sinistra rispetto al suo programma di compromesso storico”.
    Mi sai dire la fonte?
    Ciao
    Andrea

    • Federico Dezzani il said:

      Tutti i corsivi sono tratti dal libro di Scalfari: La sera andavamo in Via Veneto.

  11. Ho sempre intuito l’origine infernale di Repubblica, il suo odore di zolfo.

    Se sparisce non ne sentirò la mancanza.

    Spero pure che sparisca l’ala massonica-laicista che lo aveva finanziato e che avvelena lentamente la società italiana e occidentale da quarant’anni a questa parte.

    Non è neppure immaginabile la quantita di danni che ci hanno fatto con le loro pseudo libertà d’accatto.
    Dolci appena messe in bocca, amare come l’assenzio una volta digerite.

    • Per quanto mi riguarda, amare fin da subito: basta solo aprire Repubblica e sfogliarla guardando solo i titoli, per incominciare a sentire conati di vomito.

  12. Mansfra il said:

    Pensare che il Partito Radicale, fondato nel 1955, entro’ in un periodo di profonda crisi nel 1962 col caso Pacciardi. I principali esponenti lasciarono il partito che fu poi egemonizzato dal super-atlantista Pannella, leader fino ad allora di una corrente minoritaria, che aveva proposto tra i primi un’apertura al PCI, suggerendo ai compagni una svolta riformista (in questo fu all’avanguardia). Scalfari poi con L’Espresso fece lo scoop, si fa per dire, del Piano Solo, gettando un bel po’ di guano sull’arma dei Carabinieri, sicuramente la meno compromessa e la piu’ nazionale delle forze armate italiane. Tutto ritorna, basta unire i puntini.

  13. Massimo il said:

    Caro Federico, mi complimento per l’acume di certe sue osservazioni. Proprio oggi, simbolicamente, Tommaso Cerno, intelligente quanto opportunista “renziano” dell’ultima ora, molla il Titanic e agguanta una poltrona sicura in parlamento mollando il suo ruolo di condirettore di Repubblica.

    Spero che ti dedicherai anche allo strano caso di queste elezioni dove vengono schierati come carne da cannone, a difesa dello status quo e del fortino europeo, oltre al solito PD cavallo di troia dei poteri finanziari (ma in stato di putrefazione e con un leader già bruciato), icone di partiti ormai defunti ma cari ai veri fondatori dell’UE (Bonino), l’uomo per tutte le stagioni riesumato dagli stessi che l’avevano irriso e destituito perché “unfit” (Berlusconi) e perfino il partito delle istituzioni, simbolo di quella finta sinistra tanto cara al comunista preferito da Henry Kissinger (Grasso – Boldrini).

    Non le sembra un pò pochino per fermare l’alleanza Lega – 5 stelle, sancita da oltre 2 anni ormai e benedetta dal Cremlino che, se non accade nulla, sarà l’ossatura del prossimo governo italiano?

    Il patto, tra l’altro molto mal dissimulato, può essere clamorosamente impedito o per via giudiziaria dall’interno / esterno (le premesse ci sono: conti delle Lega Nord congelati, (auto?)candidatura Bongiorno, ricorso contro l’elezione di Salvini a segretario ecc.) oppure attraverso un evento di tale portata da portare al rimescolamento delle carte (un attentatino?). Non che in Europa temano chissà quali cambiamenti vista la “normalizzazione” di questi due, ma un’Italietta che torna a fare debito e farà asse con la Russia, non vedo come possa non essere sulla lista nera dei medesimi poteri che si sono affidati, per 40 anni, alle rotative di Repubblica per condizionare, con una propaganda a tamburo battente, il pensiero e l’economia di un’intera nazione

    • Matteo il said:

      Sulla reale natura dei grullini il buon Dezzani ne ha già scritto in almeno due articoli. E sinceramente non hanno nulla in comune se non le origini, i due partiti. Anche se temo che Salvini sia isolato nel partito, è l’infido Giorgetti a dettare la linea

  14. Massimo il said:

    ciao,
    lo sto ancora leggendo …
    mi fermo un attimo a meta’ per segnalare due sviste:
    1) Rockefeller e non Rockfeller
    2) il padre di Simonetta, ossia il suocero di Scalfari, era Giulio De Benedetti, non Arrigo.

    Massimo

  15. Massimo il said:

    Ps: si lo so che Arrigo Benedetti all’anagrafe era Giulio,
    ma Giulio De Benedetti (1890/1978) e Giulio (Arrigo) Benedetti (1910/1976) sono due persone diverse.

    Buon Lavoro!
    Massimo

  16. Cesare il said:

    Tutto torna ! Io non lo so come fa Dezzani ma è pazzesco. “Unire i puntini della storia” in maniera così superba, richiede un intuito, assolutamente fuori dal comune, prossimo alla genialità, tanto che io vorrei, pubblicamente suggerire, a chiunque abbia un capitale da lasciare in eredità, di lasciarlo a Dezzani, di modo che possa fare solo questo nella vita (…anche se un giorno, dovesse trovare “un gancio”per andarsene in Turchia ” ….). 🙂

    Incastonata alla perfezione, nella fotografia storica di Dezzani, la dichiarazione di Scalfari, nel corso dell’intervista al programma “Di Martedì” :

    “La politica è una cosa diversa dalla morale”, ha spiegato il fondatore di Repubblica a Giovanni Floris, “La politica non è un fatto morale, è un fatto di governabilità, questa è la politica. Non lo dico io, l’ha detto Aristotele e prima ancora di Aristotele l’ha detto Platone. Per Platone quelli che facevano la politica di una città, di un Paese erano i filosofi, che cosa poi i filosofi fossero moralmente era un problema che né Platone né Aristotele prendevano in considerazione. Aristotele fu insegnante della politica sapete di chi? Di Alessandro Magno. Il quale Alessandro Magno della morale se ne fotteva nel più totale dei modi”.

    Una dichiarazione, quella del vecchio Eugenio, che non lascia adito a dubbi, sulla sua vicinanza a quel mondo occulto-esoterico, in netta contrapposizione ai valori storici della chiesa cattolico-cristiana.

    Perfino l’illuminista Kant sostiene che:” L’ onestà è la migliore politica ed è la condizione indispensabile della politica”.

    Non è un caso che Kant fosse cristiano. Lo si evince dalla sua corrispondenza. Filosoficamente parlando, lo si evince anche da “La religione nei limiti della semplice ragione”, dove spiega che il Cristianesimo incarna perfettamente i principi della morale da lui stesso espressi nella Critica della Ragion Pratica.

    Ecco perchè le dichiarazione di Scalfari, confermano il puzzle ricomposto da Dezzani.

    Persino J. Bergoglio, dopo le dichiarazioni d’intento sul “Pugno dato a chi gli offende la madre “, recentemente ha comunicato che la preghiera del Padre Nostro sarà cambiata. Una commissione interna alla Conferenza Episcopale sta, infatti, riscrivendo il messale: la nuova formula della preghiera più nota dei cattolici, il “Padre Nostro” sarà obbligatoria nel giro di pochi mesi e prevederà la sostituzione della frase:” …e non ci indurre in tentazione….”, con, “….e non ci abbandonare in tentazione “. https://www.fanpage.it/il-papa-cambia-il-padre-nostro-scompare-il-non-indurci-in-tentazione/ , che potrebbe essere interpretata anche come: “….stammi vicino anche quando cadrò in tentazione…”.

    Che dire:” …mala tempora currunt sed peiora parantur”, anche se ancora per poco. Il 2018 è l’anno di volta. Molte cose cambieranno a partire da quest’anno…per fortuna.

  17. Mikahel il said:

    Un ottima analisi direi, se non che mi lascia dubbi cosi come quasi tutte le altre che vedono una contrapposizione tra i comunisti dell’epoca bolscevica che appoggiano il comunismo italiano ed i liberal atlantici. Ma perché non sono creati dalla stessa mano (lurida)?
    Il PCI non credo sia stato dilaniato dagli atlantici, ma piuttosto ha deciso di implodere per cdrcare di lasciare il campo ad una unica mano lurida, prova ne è l’insensata caduta del muro di Berlino e lo sfaldamento del CCCP che sinceramente non aveva ragione d’esserci se non perché vi fosse una strategia dietro (di cui oggi in Siria ne vediamo gli effetti).

    Un unica nota stonata: il movimento Gurdjeff ed il messianismo Ebraico non sono accostabili, George Gurdjeff è stato iniziato alla conoscenza esoterica da un Maestro dell’ Islam (anche se poi non celebrava l’islam in modo evidente), mentre non conosco bene la biografia di Jung, ma non credo da ciò che ha scritto sia anch’egli accostabile a costoro.

  18. ci sarebbe molto, moltissimo, da chiosare su questo interessante intervento dezzaniano: parto dal fondo però di primo acchito, per tale Mikahel: Jung era un cultore dell’esoterismo di prima levatura, altroché!

  19. pippo il said:

    -2011:425000copie….2018:210000copie….beh speriamo che nel 2025 rep venda 5000copie come il manicesso.

  20. Tonio il said:

    Mio nonno, che aveva fatto la seconda guerra mondiale, mi diceva sempre:” Se avessi saputo come andava a finire questo paese, non mi sai mai arreso e avrei continuato a combattere fino alla fine ! ”

    Una affermazione che mi ha sempre molto colpito. La percezione del marciume in quel di Roma è evidentissima a tutti, tranne a quelli che preferiscono girarsi dall’altra parte.

    Sono state presidiate tutte e quattro le colonne dello stato democratico a quanto pare.

    Parte del Giornalismo – I mass-media, con le principali testate, come appunto Repubblica

    Parte della Politica – Tutti i partiti politici di rilievo. Quelli disallineati sono tenuti lontani dall’agone politico

    Parte delle Istituzioni e Militari – Le istituzioni civili e militari e i vari scandali, lo dimostrano

    Parte della Magistratura – Parte della Magistratura e lo scandalo del Magistrato che imponeva un contratto sul dress-code, sulle minigonne etc. lo dimostrano ampiamente.

    A tal proposito mi chiedo: non è che quella scuola avesse un fine ben preciso, ovvero selezionare allieve corruttibili e creare una sorta di “circolo massonico forense” ?

    Sono fatti di una gravità inaudita. Fatti che se non risolti subito con la massima severità e urgenza, decreteranno la posa della pietra tombale sulla democrazia italiana.

    Come se ne esce da una situazione così incancrenita ? Dove sono i sovranisti italiani ? Perchè non aiutano questo paese ?

    • mah….le eresie ebraiche stanno all’ortodossia ebraica come i servizi deviati stanno a quelli cosiddetti NON DEVIATI: facce della STESSA medaglia.

  21. da non dimenticar una ‘cosetta’: gli augusti lidi mattioliniani che foraggiavano l’ala ‘sinistra’, mi ripeteva ad libitum l’esimio GIANNI COLLU, andavano foraggiando ad abundantia anche l’ala ‘destrorsa’ costituita da Giannini de L’uomo Qualunque tanto per aderire sempre agli errori contrapposti guenoniani… ah! che maestro SUBLIME di’Impostura questo Guénon! Un vero e proprio Direttore d’Orchestra dell’Impostura, capace di redigere la più complessa SINFONIA DEGLI IMPOSTORI. Ci sarebbe da scriverne un libro davvero!

  22. Luca M. il said:

    Domanda a Federico Dezzani e al Blog.

    Qualcuno sa dirmi a quale Presidente del Consiglio, si rivolge Stefania Craxi in questo tremendo, quanto efficace intervento https://www.youtube.com/watch?v=5VseEtEAENA ?

    Parla chiaramente di “sinistra esoterica” facendo nomi e cognomi !

    Aveva ragione ! La rabbia monta !

  23. Duole dirlo e lo mormoriamo colla morte nel cuore, ma purtroppo tale ‘stravolgimento dei più elementari principi della democrazia’ è provenuto, a più riprese, proprio da coloro che dovevano rappresentare il primo e l’ultimo baluardo della democrazia stessa: le forze armate tutte. Vedi le contiguità di queste con il terrorismo tanto di Destra quanto di Sinistra. Basterebbe, a tal proposito, gettare l’occhio sulla requisitoria del giudice Alemi in riferimento al caso Cirillo – l’assessore democristiano che fu rapito a Torre del Greco il 27 aprile del 1981 ad opera dal solito utile idiota commando della Brigate Rosse, mietendo due uomini della sua scorta – per rendersi conto che un rilevante settore delle Istituzioni (De Mita in testa che dichiara il giudice Alemi come ‘fuori dal circuito costituzionale’), dei Servizi segreti anche, abbia volontariamente indossato la casacca di Arlecchino, servo di due padroni per antonomasia. Da una parte giurare allo Stato e prendere le laute o meno laute prebende e dall’altra, Giuda bifronte, prendere sottobanco, le regalie – di qualsiasi natura fossero… – ora della P2, ora della Malavita Organizzata, ora della Loggia massonica in auge… Vedi L’affare Cirillo. L’atto d’accusa del giudice Carlo Alemi, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 4. Cfr. anche questa testimonianza: «In Italia combattere l’eversione è stato sempre difficile, perché l’eversione non è stata mai isolata. È sempre stata all’interno di una strategia dove strutture deviate delle istituzioni l’hanno utilizzata […] Così è avvenuto lo stragismo e la strategia della tensione della fine degli anni Sessanta e così anche con la lotta armata di sinistra», riportata nel volume: Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, Terrore Rosso. Dall’Autonomia al Partito Armato, Laterza, Bari 2010, pp. 103, 123, 186. Cfr. la solo apparente ‘curiosa’ liaison che s’era enucleata tra il Principe Carlo Caracciolo, dominus di quel pulpito tanto equivoco quanto potentissimo che risponde al nome di gruppo editoriale “Espresso-la Repubblica” e il conducător dell’Ufficio Affari Riservati – Umberto D’Amato – a cui significativamente lo stesso gruppo offrì una leziosa rubrica gastronomica come ben riportato a pagina 166 del volume a doppia firma Giovanni Fasanella e Mario J. Cereghino, Colonia Italia. Giornali, radio e TV: così gli inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra, Chiarelettere, Milano, 2015.

  24. Giuseppe M. il said:

    A proposito di messianismo ebraico, avevo conservato nel mio hard disk questo utile riassunto appuntato che ora riassumo.
    In premessa occorre dire che occorre non confondere il Libro dell’Apocalisse di San Giovanni apostolo, dall’apocalittica che è, appunto, il c.d. messianismo ebraico.
    Seconda cosa. l’Alleanza tra Dio è Mosè è autentica, poi però i vari farisei, rabbini e scribi deviarono in senso millenaristico, temporalistico, mondialistico e di dominazione universale (questo è il talmud che per gli Ebrei è di rango superiore alla stessa Bibbia, molto spesso Gesù Cristo nelle sue invettive contro costoro, rinfacciava proprio questo….una serie di regole e regolette, eccezioni che di fatto aggiravano la Legge di Dio).
    Per sommi capi il messianismo ebraico:

    1°) la “Riscossa nazionale” di Israele è il Fine ultimo dell’Apocalittica e del Messianismo rabbinico;

    2°) i “falsi profeti” dell’Apocalittica messianistica temporale sono le figure di tutti gli “eresiarchi” che verranno nel corso dei tempi sino alla fine del mondo;

    3°) il trionfo spietato e senza misericordia di Israele sui non-Ebrei è parte integrante dell’Apocalittica, che è il cuore del Giudaismo rabbinico talmudico/cabalistico post-biblico;

    4°) l’Impero d’Israele sarà mondiale e dispotico sui ‘non-Ebrei’ assimilati a “bestie parlanti”;

    5°) il tutto è condito da un nazionalismo terreno esasperato che porta al particolarismo, al culto della razza ebraica e quindi al disprezzo dei gojim, ossia al razzismo più radicale;

    6°) l’Apocalittica o il Giudaismo rabbinico post-biblico non crede all’al di là, ma vuole portare il “cielo” in terra e non la terra in Cielo: Israele è il “Re di questo mondo”;

    7°) il sogno di riportare l’Eden in terra lo si ritrova nel corso della storia nelle varie eresie millenaristiche, gnostiche, gioachimite, socialistiche, scientistiche, le quali hanno – invece – reso la terra un “inferno”;

    8°) Israele è una realtà assoluta e trascendente, che prende il posto di Dio, è in breve una sorta di “pan-teismo” in cui il “tutto” (“pan”) è “solo” Israele (“giudeo-teismo”);

    9°) l’uomo singolo non conta nulla: ecco la via aperta al totalitarismo o al collettivismo marxista;

    10°) inoltre l’Apocalittica del rabbinismo giudaico talmudico è tutta protesa verso “l’Avvenire”, come nel socialismo e questo spiega la natura essenzialmente socialistica del sionismo fondato sui kibbutz, per cui i teo/conservatori che vogliono vedere nello Stato d’Israele l’antemurale del comunismo prendono “lucciole per lanterne”;

    11°) il Messia del giudaismo rabbinico è un Messia militante e guerriero, che assicurerà a Israele la vittoria e la vendetta più spietata sui gojim, ossia sui ‘non-Ebrei’, sia Gentili che Cristiani;

    12°) l’amore di Dio e del prossimo propter Deum, che è l’anima dell’Antico e del Nuovo Testamento, sono totalmente assenti nell’Apocalittica messianistica del giudaismo post-biblico e vengono rimpiazzati dalla sete di dominio universale e imperialistico schiavista, che nulla ha a che veder con il sano “colonialismo” civilizzatore e missionario del Cristianesimo;

    13°) in breve l’Apocalittica è un “ordigno bellico” (A. Romeo), che ci sta portando verso la terza guerra mondiale. Infatti la storia, che è la “maestra” meno ascoltata dagli uomini, ci insegna che l’Apocalittica ha scatenato le rivolte giudaiche contro Roma (63 d. C.) con la conseguente reazione di quest’ultima e la distruzione prima del Tempio di Gerusalemme (70), poi della Giudea (135) e le varie “catastrofi” (in ebraico “shoah”) che si sono abbattute sul popolo ebraico (1492 espulsione dalla Spagna, 1933-45 “Leggi razziali” anti-giudaiche in quasi tutta l’Europa). A partire dal 2011 si sta attraversando una fase molto più critica che rischia di portare alla catastrofe nucleare e mondiale (v. Iraq, Afghanistan, Siria e Iran);

    14°) lo studio dell’Apocalittica sfata la leggenda del Cristianesimo anti-romano. Infatti Roma ha accolto il Vangelo mentre la Giudea si è rivoltata contro i Romani e ne è stata distrutta, per cui non è il Cristianesimo il nemico di Roma, ma il giudaismo rabbinico, come non è stata Roma la persecutrice del Cristianesimo, ma il giudaismo si è servito di alcuni personaggi di Roma (v. Poppea e Nerone) per scatenare le persecuzioni anticristiane;

    15°) religiosamente l’Apocalittica è la miglior confutazione dell’ecumenismo o del dialogo giudaico-cristiano; infatti il Messianismo ebraico è l’ostacolo invalicabile dal Cristianesimo e il giudaismo attuale non ha nulla a che vedere con i Profeti dell’Antico Testamento, ma rimanda al Talmud e alla Cabala;

    16°) la “fiducia cieca” e fanatica di Israele nella vittoria sulle Genti, fondata sulle “visioni” dell’Apocalittica, spiega la cecità del sionismo a voler oggi (come Bar Kobà la volle nel 130 contro Roma) ad ogni costo una guerra contro Siria e Iran, che è un’incognita anche per Israele e gli Usa;

    17°) i “Profeti” dell’Antico Testamento, vere “fonti di acqua viva”, hanno parlato dell’Alleanza di Dio con il popolo di Israele al condizionale, ossia Dio sceglie Israele a condizione che questo Gli resti fedele, se invece Lo tradisce Dio abbandona Israele, mentre i “falsi veggenti” dell’Apocalittica giudaico-rabbinica, vere “fonti screpolate”, ne parlano senza condizioni, perciò, anche se Israele abbandona Dio, Egli mai abbandonerà Israele. La dottrina cattolica applica a Israele ciò che insegna sulle singole anime: “Deus non deserit nisi prius deseratur”; solo se viene abbandonato, Dio abbandona l’anima o il popolo che si è scelto. Quindi il “Vecchio Patto” con Israele era condizionato e siccome Israele ha rifiutato il vero Messia, Gesù Cristo, Dio lo ha abbandonato ed ha stretto una “Nuova ed Eterna Alleanza” con tutti i popoli (Gentili e “la piccola reliquia” del vero Israele fedele a Mosè, ai Profeti e a Cristo-Dio). Per cui “i doni di Dio sono senza pentimento” da parte di Dio, ma da parte dell’uomo o dei popoli essi possono essere rifiutati ed allora Dio abbandona chi Lo tradisce. Come si vede, questa paradossale teoria dell’elezione incondizionata ed assoluta di Israele è stata ripresa dal Concilio Vaticano II nel senso dell’Apocalittica rabbinica e in rottura con la Tradizione apostolica. Si pensi alla concezione del “Messia cosmico” e non Salvatore degli uomini (Messianismo antropologico) propria dell’Apocalittica rabbinica e ripresa da Teillhard de Chardin, il Padre della “Nuova Teologia” del Concilio Vaticano II, con la teoria del “Cristo cosmico”;

    18°) tra Cristianesimo e giudaismo post-biblico vi è un contrasto che più stridente non è possibile immaginare: Gesù Messia e Redentore delle anime di tutti gli uomini è avversato e odiato dall’Apocalittica rabbinica, che vuole un Messia guerriero e temporale, il quale dia soltanto a Israele il dominio su tutto l’universo. Questo contrasto ha portato inevitabilmente il giudaismo rabbinico a mettere in croce Gesù e tale odio permane tra il giudaismo odierno e il Cristianesimo, il quale non cessa di essere perseguitato come lo furono gli Apostoli, i primi cristiani e così sino alla fine del mondo. La questione ebraica è, perciò, soprattutto teologica e non razzistica (v. Antonino Romeo, Francesco Spadafora, Giuseppe Ricciotti e Alberto Vaccari, eminenti esegeti e teologi cattolici, i quali nulla hanno a che vedere con il razzismo biologico) ed ha anche delle conseguenze politiche, economiche ed etniche. Quindi chi vuol far Teologia non può ignorare il problema ebraico e chi fa politica non può non ricorrere alla Teologia;

    19°) il sionismo e la conseguente creazione dello Stato d’Israele (1948) sono la teoria e la messa in pratica aggiornata al XX secolo dell’Apocalittica ebraica, che va dal II secolo a. C. al II sec. d. C. Perciò abbracciare il sionismo e riconoscere lo Stato d’Israele non è solo una questione politica, ma soprattutto religiosa con conseguenze politiche. Implicitamente ciò equivale a rigettare Cristo come vero Messia e unico Salvatore di tutti gli uomini ed accettare l’Apocalittica e il falso Messianismo temporale rabbinico, che ha ucciso Gesù e perseguitato la Chiesa;

    20°) la questione della “shoah” presentata dal giudaismo Messianico Apocalittico come “Olocausto” non è una semplice questione storica, ma ha una valenza teologica anticristiana e anticristica, dacché vuole rimpiazzare il Sacrificio di Cristo con quello di Israele, nuova “divinità” del mondo contemporaneo. Al contempo e conseguentemente ha una valenza geo-politica che aiuta lo Stato di Israele a conquistare un dominio universale il quale si sta facendo sempre più invadente ed “onnipresente” quale anticipazione prossima del Regno dell’Anticristo finale, preceduto dai vari “anticristi” iniziali.

  25. non solo: sulla figura di OLIVETTI per NULLA un laico, illuminista, raziocinante, come fu spacciato ad abundantia dalla stantia vulgata che lo ha osannato a destra e manca ci sono studi a firma di VALENTINO CECCHETTI molto pregnanti…..

  26. filippo il said:

    Ciao Federico,
    ho letto tutti i tuoi libri. Adesso stavo aspettando “Blog 2017” con la raccolta di tutti i tuoi articoli. Quando credi che uscirà?

    • Matteo il said:

      Di solito entro il primo mese dell’anno, ma dato il periodo penso dovremo aspettare il post elezioni

  27. roberto il said:

    Bell’articolo caro Dezzani. La conferma che tutto quello che ha scritto è vero viene da un bel libro di Fasanella “Colonia Italia”. Fasanella è un topo d’archivio e i suoi libri sono super-documentati.
    Complimenti anche per la sua partecipazione alla trasmissione di Radio Forme d’Onda.

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