La Siria, la Russia e l’elefante nella stanza: la bolla di Wall Street

La tensione tra Washington e Mosca assume, giorno dopo giorno, le caratteristiche di un inquietante crescendo: da ambo le parti, c’è l’apparente determinazione a difendere le rispettive posizioni sul dossier siriano fino alle estreme conseguenze. Di recente abbiamo analizzato la natura dell’attuale sistema internazionale, dove il declinante angloamericano è tentato dall’eliminare gli sfidanti emergenti finché ha i mezzi per farlo. È tempo di indagare perché Washington sente di avere poco tempo a disposizione e freme per la guerra: lo scoppio della bolla speculativa di Wall Street che pende sull’establishment atlantico come una spada di Damocle.

Un inquietante crescendo di tensione

L’Occidente, ed in particolare l’Europa, è anestetizzato: le opinioni pubbliche sono troppo assorbite da una molteplicità di crisi concomitanti per metabolizzarne un’altra e le classi dirigenti troppo succubi ai poteri atlantici per immaginare anche soltanto una reazione.

Così, nel tardo 2016, quando i rischi di un conflitto tra la Russia e la NATO sono maggiori che nel momento più buio della Guerra Fredda, nessun partito si mobilita, nessuna piazza si riempe, nessun appello è lanciato: è un sistema, quello euro-atlantico, che ha sopito qualsiasi coscienza e soffocato qualsiasi voce fuori dal coro, riuscendo ad accompagnare i popoli europei, mano nella mano, ad un passo dal precipizio. L’operazione è un capolavoro di manipolazione di massa: come trascinare una società verso la guerra senza che se accorga e riuscendo, addirittura, a dipingere il novello dottor Stranamore, Hillary Clinton, come la paladina dei diritti umani e delle minoranze etniche, religiose e sessuali.

Che i rischi di un conflitto internazionale siano più alti che durante la Guerra Fredda, l’abbiamo recentemente sottolineato in un nostro articolo: l’accento era posto, in particolare, sulla natura dell’attuale sistema internazionale. Se durante la Guerra Fredda l’obbiettivo di fondo delle due superpotenze era la conservazione dello status quo e vigeva l’accordo, mai dichiarato ed indichiarabile, di non ledere gli interessi vitali dell’avversario, il contesto di oggi è molto più dinamico e, di conseguenza, più rischioso: assistiamo ad una potenza egemone che, creato un mondo unipolare grazie all’harakiri del nemico, ha oggi l’acqua alla gola ed è atterrita dall’inesorabile avanzare degli sfidanti alla supremazia mondiale.

È la stessa posizione in cui si trovò Sparta di fronte alla crescente forza di Atene, inducendola a dichiarare guerra finché aveva buone probabilità di sopraffare la nascente potenze ateniese. Scrive Tucide sulle ragioni della Guerra del Peloponneso:

“Il motivo più vero, ma meno dichiarato apertamente, penso che fosse il crescere della potenza ateniese e il suo incutere timore ai Lacedemoni, fino a provocare la guerra”.

In queste condizioni, come già evidenziammo, le ostilità tra Washington e Mosca trascendono il conflitto in Siria e riguardano piuttosto l’assetto globale: sono lo sfaldarsi dell‘Unione Europea (la testa di ponte angloamericana sul continente euroasiatico), il crescente dinamismo economico e politico delle grandi potenze terrestri, la determinazione degli avversari a costruire un sistema finanziario alternativo al dollaro ed al duo FMI-Banca Mondiale, la percezione che sempre più alleati guardano altrove (si veda la clamorosa decisione del presidente filippino Rodrigo Duterte di sospendere la collaborazione militare con gli americani1) a spingere gli USA verso il conflitto.

La “guerra per l’egemonia” che si profila all’orizzonte, come già sottolineammo, può deflagrare in Siria, ma qualsiasi altro degli innumerevoli teatri di crisi (l’Ucraina, il Golfo Persico, il mar Baltico, il mar meridionale cinese) può fungere da innesco: è, ad esempio, la decisione americana di schierare uno scudo missilistico in Sud Corea che ha contribuito ad inasprire ulteriormente i toni nelle ultime settimane, compattando Mosca e Pechino2.

I segnali di una vera escalation abbondano, lasciando ipotizzare che il punto di non ritorno sia imminente o forse già superato: Mosca schiera gli Iskander a Kaliningrad, Washington accelera la costruzione dello scudo missilistico; Mosca invita il personale pubblico a riportare in patria i famigliari, Washington è pronta ad inasprire l’isolamento economico della Russia; un alleato politico di Vladimir Putin pronostica la guerra nucleare nel caso di una vittoria di Hillary Clinton3, il vice-presidente americano Joe Biden minaccia esplicitamente azioni di guerra cibernetica; Vladimir Putin sottolinea che non dipende dalla Russia se qualcuno cerca il “confronto”, il ministro inglese Boris Johnson minaccia di trasformare “in cenere” le ambizioni di Mosca; etc. etc.

Ad aver ipotizzato una “guerra regionale o globale” nel caso in cui Mosca e Washington non raggiungano un accordo sul futuro della Siria è stato il primo ministro turco, Numan Kurtulmus4: affermazione corretta, che però confonde il fine (la “guerra globale”) con i mezzi (il futuro della ben più modesta Siria).

Se Washington e Mosca entrassero in guerra, infatti, la causa del conflitto non sarebbero certo da ricercarsi né nel futuro della base navale di Tortosa, né in quello di Bashar Assad, né in quello dei suoi alleati libanesi ed iraniani (benché la questione stia oggettivamente a cuore ad Israele ed all’influente lobby ebraica statunitense). Al contrario, l’impero angloamericano sfrutterebbe la Siria come casus belli per una guerra di cui ha disperato bisogno. Ora.

Un fattore che spinge le potenze declinanti a lanciarsi in una “guerra per l’egemonia” è la percezione che un mutamento storico è imminente e si ha poco tempo a disposizione prima che il vantaggio economico e militare sugli sfidanti si dissolva. L’impero angloamericano si trova oggi in questa condizione: la sua situazione economica è così precaria che non esistono alternative tra l’implosione o la guerra verso l’esterno, unica soluzione per puntellare il sistema, eliminando qualsiasi centro di potere alternativo.

Può sembrare un discorso logoro, simile a quello dei vecchi marxisti che pronosticavano saltuariamente il collasso del capitalismo occidentale e vedevano nelle guerre imperialiste l’extrema ratio per risolvere i difetti congeniti del sistema: qualche semplice dato, indica invece che lo scenario di un imminente tracollo economico e finanziario degli USA è più che concreto.

L’elefante nella stanza: la bolla di Wall Street

Le condizioni dell’economia statunitense sono il classico elefante nella stanza: un problema macroscopico, di cui tutti tacciano, anche perché parlarne significherebbe ragionare sulle vere cause della crisi internazionale in atto.

L’impero angloamericano è fondato su un capitalismo finanziario, noto anche come “capitalismo anglosassone”. Preferendo i titoli mobili (azioni, obbligazioni, derivati) ai beni immobili (imprese, terreni, edilizia), la mondializzazione sfrenata al protezionismo, la speculazione alla produzione, la deflazione all’inflazione, le politiche lato offerta (l’austerità ed il neoliberismo) alle politiche della domanda, questo tipo di capitalismo non genera una crescita economica stabile e costante (basata su attività reali e su salari crescenti che alimentino la richiesta di beni e servizi), ma una serie costante di bolle speculative che si susseguono l’una dopo l’altra.

Il fenomeno è esploso dopo la dissoluzione dell’URSS (1991) e l’abolizione negli USA della legge Glass–Steagall (1999), seguita dall’abrogazione in Europa di norme analoghe: in sostanza, il capitalismo anglosassone si è palesato in tutta la sua virulenza con l’avvento del Nuovo Ordine Mondiale.

Da allora è stato un susseguirsi incessanti di bolle speculative, caratterizzate da vertiginosi rialzi in borsa, accompagnati dall’illusione di una ricchezza diffusa, seguiti da clamorosi tonfi, accompagnati da recessioni e povertà invece molto concrete. Si comincia con la bolla dot.com che nell’ultimo scorcio del 1999 porta il Nasdaq a valori record: la FED spinge il saggio di risconto fino al 6,5% nella seconda metà del 2000 per sgonfiare la corsa dei titoli tecnologici. Prontamente questi si accartocciano su se stessi ed il Nasdaq perde oltre il 50% in un anno. La FED risponde alla recessione tagliando i tassi, che scendono fino all’1% nel 2004: il denaro facile alimenta così la nuova bolla, quella legata agli immobili ed alla materie prime, proiettando l’SP500 verso un nuovo record nel luglio 2007. La FED, fedele allo stesso copione del 1929 e del 2000, rialza i tassi, che toccano il 5,25%5 nel 2007: segue un primo scossone di assestamento, cui succede nell’autunno 2008 lo scoppio di quella bolla che trascina nel baratro Lehman Brothers e l’economia americana.

Non pago, l’establishment atlantico concepisce un ingegnoso piano per uscire dalle secche della crisi: alimentare una bolla speculativa, maggiore della precedente.

La FED porta il tasso di risconto allo 0% (dov’è tuttora, a distanza di otto anni), inondando di liquidità i mercati azionari, obbligazionari e delle materie prime. Come evidenziammo in un articolo di un anno fa6, la bolla creata presenta diverse analogie con quelle precedenti e con il rally che precedette il crack del 1929 (investimenti a forte leva finanziaria, aziende che riacquistano i propri titoli, indice Shiller Price/Earnings a livelli di guardia). Wall Street sale incessantemente, mese dopo mese, sino a portare nell’estate 2016 l‘SP500 a valori mai visti prima (2.168 punti a luglio).

C’è un problema: la bolla speculativa dei mercati regala lauti guadagni alla City ed a Wall Street, ma è incapace di risollevare le sorti dell’economia attraverso il cosiddetto “effetto ricchezza” (un aumento dei consumi dovuto alla percezione di una più alta disponibilità): è lo Stato che si fa carico dell’impoverimento generalizzato causato dalla Grande Recessione (il debito pubblico americano raddoppia sotto Obama, passando dai 10.000$ ai 20.000 $mld), e se i numeri dell’occupazione sono rosei, bisogna solo ringraziare il sempre maggior numero di disoccupati che smettono di cercare un impiego, uscendo dalla forza lavoro.

Dopo otto anni di tassi a zero, l’economia statunitense è in aereo in perfetto stallo.

Se la FED alza i tassi (si cominciò a parlarne per la prima volta nel lontano 2013), schianta le borse come nel 2008 e provoca negli USA una Grande Depressione simile a quella degli anni ’30; se mantiene nullo il costo del denaro, gonfia ulteriormente la bolla speculativa, ampliando il divario tra i mercati finanziari e l’economia e rendendo ancora più drammatico l’inevitabile impatto finale. Già, perché diversi fattori, primi fra tutti la recente gelata degli utili aziendali e la prima riduzione di consumi delle famiglie dal lontano settembre 20097, indicano che mentre Wall Street mancina nuovi record, l’economia statunitense si dirige verso la recessione.

Si profila quindi all’orizzonte una crisi peggiore della precedente: spazi per tagli dei tassi non c’è ne sono più, l’indebitamento pubblico è già raddoppiato in otto anni, le tensioni sociali (come testimoniano lo stillicidio di rivolte razziali) sono già a livello di guardia, il margine per finanziare la ripresa a carico di Paesi terzi molto modesto (si veda l’accumulo di riserve auree in sostituzione del dollaro ed il continuo declassamento del debito pubblico americano da parte della agenzie di rating cinesi8). Anche lo status del dollaro come valuta mondiale di riserva sarebbe messo a repentaglio, di fronte a finanze pubbliche sempre più dissestate.

L’impero angloamericano si avvicina ad una crisi strutturale, tale da causarne il collasso: è possibile tenere testa a Mosca e Pechino, proiettarsi su cinque continenti e controllare i mari, mentre l’economia affonda ed il debito pubblico cresce al ritmo di 10.000 $mld ogni otto anni? La risposta è no.

È in questa prospettiva che vanno lette le affermazioni di Donald Trump: il repubblicano è consapevole che un crack del mercato azionario è ineluttabile (“If rates go up, you’re going to see something that’s not pretty”9) ed ha contemplato, nel caso in cui la situazione per le finanze statunitense si facesse critica, una ristrutturazione del debito pubblico o l’emissione massiccia di dollari così da alimentare l’inflazione10. La prima ipotesi è un tabù per le oligarchie finanziarie, custodi dell’ortodossia finanziaria, la seconda ipotesi è una blasfemia. Così facendo, Donald Trump sarebbe il primo presidente ad adottare un approccio post-imperiale: un taglio del debito all’argentina, od una politica monetaria alla venezuelana, accelererebbe il tramonto del dollaro come valuta di riserva mondiale e la parallela eclissi dell’impero angloamericano. Senza più la possibilità di comprare dal resto del mondo beni e servizi in cambio di pezzi carta (i dollari americani stampati a piacimento ed accettati solo perché valuta di riserva), come farebbero gli USA a finanziare le spese militari e le basi all’estero? 

Su posizioni opposte, è ovviamente la democratica Hillary Clinton, la candidata di quelle oligarchie finanziarie che siedono ai vertici dell’impero e scandiscono i tempi dell’economia statunitense con un crack borsistico dopo l’altro: può la favorita di Goldman Sachs avanzare l’ipotesi di una ristrutturazione del debito pubblico o di un’inflazione a due cifre che spazzi via i debiti (ossia i crediti nel portafoglio delle banche) mentre le riserve mondiali migrano verso lo yuan, il rublo e l’oro? Certo che no.

L’unica soluzione che rimane ad Hillary Clinton per evitare che il tracollo di Wall Street trascini con sé l’impero ed il dollaro, è quindi l’azzardata scommessa di una guerra preventiva contro Mosca e Pechino: l’eliminazione degli sfidanti all’egemonia mondiale, il congelamento del debito pubblico statunitense in mano ai cinesi (possibile con la stessa norma che permise a Bush Junior di bloccare gli investimenti delle “organizzazioni terroristiche”), e l’inflazione bellica, sono gli unici strumenti per scongiurare l’inevitabile collasso.

Si parla di Aleppo, di Siria, di Russia e di guerra, ma il motore è sempre la grande finanza: dopo aver trascinato gli USA nel baratro nel 2008, questa volta mammona si prepara a trascinare negli inferi il mondo intero.

dati us

1http://www.aljazeera.com/news/2016/10/duterte-philippines-open-china-russia-war-games-161017173207768.html

2http://www.bloomberg.com/news/articles/2016-10-13/xi-putin-bromance-grows-in-security-bond-as-u-s-spats-escalate

3http://www.reuters.com/article/us-usa-election-russian-trump-idUSKCN12C28Q?il=0

4https://www.rt.com/news/362572-us-russia-syria-proxy-war/

5https://fred.stlouisfed.org/series/FEDFUNDS

6http://federicodezzani.altervista.org/il-giovedi-che-cambiera-il-mondo/

7https://www.ft.com/content/e772ac50-bd09-11e0-bdb1-00144feabdc0

8http://www.cnbc.com/2013/10/17/chinese-agency-downgrades-us-credit-rating-should-you-care.html

9http://www.cnbc.com/2016/08/09/donald-trump-on-the-stock-market-its-all-a-big-bubble.html

10http://www.forbes.com/sites/timworstall/2016/05/07/donald-trumps-glorious-threat-to-default-on-the-national-debt-is-just-the-conventional-wisdom/#7e30e2355308

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31 thoughts on “La Siria, la Russia e l’elefante nella stanza: la bolla di Wall Street

  1. Roberto il said:

    Wow! Finalmente citato alla grande il Presidente di mia moglie ( FILIPPINA ) . Sono mesi che mi fa una testa così sul suo presidente e lo segue ogni giorno. Sembra davvero un fenomeno … Ogni giorno me ne racconta una. So che non ha tempo, ma un articoletto su Duterte a pagamento non me lo farebbe?
    Non scherzo!
    Ma con un affronto del genere agli americani ( che ha pure sfanculato perché lo hanno ripreso sui diritti umani dei trafficanti di droga ) quanto dura?

    Poi se posso chiedere la differenza tra i tassi 0 della FED e la l’emissione massiccia di dollari così da alimentare l’inflazione di Trump?
    In ogni caso grazie per i sempre ottimi articoli.

     
    • Federico Dezzani il said:

      Finora il denaro facile è stato dirottato verso la borsa: inflazione piatta e Wall Street alle stelle.
      Trump li metterebbe invece nell’economia reale, probabilmente attraverso l’edilizia pubblica: la gente lavorerebbe, la domanda salirebbe e, di conseguenza, anche i prezzi.
      I tassi a zero della FED non hanno finora creato inflazione perchè non un soldo è uscito dai circuiti finanziari.

       
      • Roberto il said:

        Grazie a tutti, per la risposta che ho ben compreso. Avrei dovuto arrivarci da solo.

         
    • semplicemente trump stamperebbe per mettere i soldi nell’ economia reale ( investimenti e stipendi) invece che in quella finanziaria e il conseguente aumento della domanda reale di beni provochera’ l’ inflazione e quindi l’ erosione costante di debiti oramai inesigibili perche’ non piu’ corrispondenti ad una reale produzione di beni

       
  2. la mia domanda invece e’ : gli U$A hanno una reale capacita’ di vincere una guerra convenzionale ( ammesso che le cose rimangano ” convenzionali” ) ?
    Io 3 anni fa avrei pensato di si ma più passa il tempo e più credo che si tratti solo di un bluff disperato teso a provocare in russia lo stesso effetto del bluff di reagan , dimenticando pero’ che le condizioni sono mutate a cominciar dal fatto che 30 anni fa i russi potevano essere illusi dalla propoganda ” occidentalista” ma ora no.

     
    • Federico Dezzani il said:

      A muoverli è la disperazione: ecco perchè sono così pericolosi.
      No, penso che non vincerebbero la guerra e, in ultima analisi, sarebbero loro a dover scegliere se passare al nucleare o meno.

       
      • … Tenendo ben presente che i balistici all’ elio fuso da fine del mondo più potenti in assoluto, i Sarmat o Satan II, sono nelle mani della Russia

        hanno un sistema di puntamento che ignora qualunque scudo nucleare e in 8 minuti possono far ardere uno stato grande come quello di NY ( non la sola città, quindi )

        WS non lo sa, ma il pentagono sì, ecco perché vincerà Trump ( e infatti lui ha detto chiaramente che accetterà il responso delle urne solo se vincerà… se non vince, è pronto a fare una guerra civile per cacciare quei bastardi che si nascondono dietro il nome di usurai- e questo perché è sempre meglio che essere annichiliti )

         
  3. Radek il said:

    Fra la causa finanziaria scatenante ed il suo effetto: l’impuso di regolare i conti con i competitor esterni con una guerra definitiva, ci sono graduazioni intermedie.
    Le elite comprendono che le loro società di consumatori sono ontologicamente inidonee alla guerra? Le hanno forse preparate?
    L’impulso alla guerra scendendo verso il basso delle gerarchie militari e sociali , si manifesterà più facilmente in comportamenti reattivi ed ostili verso le elite promotrici

     
    • Certo che l’hanno compreso, infatti stanno importando carne da cannone a ritmi frenetici.
      Saranno africani, mediorientali e sudamericani ad imbracciare il fucile al posto dei consumatori.

       
  4. È interessante notare come dallo scoppio di ogni bolla e dal conseguente abbassamento del tasso di sconto della fed, il debito pubblico USA sia sempre aumentato in modo lineare fino allo scoppio della bolla successiva. È incredibile come la combriccola illuminata che tira i fili di tutto ciò non si accorga dell’insostenibilità di questo modello.

     
  5. unodipassaggio il said:

    esatto !
    se si analizza l’evolvere del capitalismo ricordando ogni sua manifestazione ci si rende facilmente conto che esso è ciclico .
    il ciclo è sempre terminato con una guerra perché da ai capitalisti una possibilità di sopravvivere e ricominciare .
    oggi la possibilità che i capitalisti sopravvivano tanto alla guerra quanto ad un tribunale internazionale sono scarsissime quindi o vincono oppure …
    non sono persone stupide , lasceranno implodere gli usa a patto che la controparte mostri i coglioni sempre ed in ogni occasione e fino a quando collasseranno . poi , forse , si dibatteranno in una guerra civile a cui verranno serviti aiuti umanitari .

     
  6. Lochlomond il said:

    PS Però “l’invito a riportare a casa i familiari”, come varie delle news su “i russi si preparano alla guerra, bunker etc” è una notizia distorta dai media occidentali.

     
  7. Cinà il said:

    Un articolo molto lucido sugli scenari che stiamo vivendo e che dovremo affrontare da qui a breve. Tuttavia vi è una notevole difficoltà a diffondere questi concetti alla massa critica della popolazione; si vive ancora con l’idea che votando si al referendum tutto si aggiusterà e torneremo felici come prima. L’altro ieri leggevo un manifestino di propaganda di Cl con il quale il mondo cattolico, anche quello più riflessivo(!?), prende posizione a favore del sistema mondialista.
    Credo che solo un evento traumatico e grave, come quello prospettato a ragione da Dezzani, possa far svegliare tutti da questa anestesia generale e infinita… e sempre che non si passi dal sonno indotto dall’anestesia delle coscienze a quello eterno!

     
  8. Willy Muenzenberg il said:

    Hic Rhodus, Hic Salta. Tacito va al punto e spiega al solito geniale.
    O la guerra. O un cambiamento, come non l’avete mai visto. Che tutto travolgerà, incluso il falso papa. SI chiama Giuseppe il capo dell’esercito del popolo indebitato e demonetizzato che dovrebbe combattere questa guerra. L’ennesima, per conto di Zurigo. Dove infatti, per la prima volta dopo secoli, si guardano perplessi. E se non combatteranno? E se decidono di stamparsi da sé la moneta ed accreditarla, invece che lasciare a noi l’esclusiva col palese quanto folle privilegio di prestarla ad ogni singolo Stato (tranne quello nostro detto ‘Helvetia’) indebitandone tutti i cittadini? E se votano in massa questo scozzese venuto da lontano, tanto in massa come hanno fatto i britannici impedendoci di truccarlo fino in fondo, il referendum loro?

     
  9. Leo Damira il said:

    Dezzani, complimenti!
    Una visione d’insieme chiara e completa come la sua è rara.

    Una domanda: se dovesse vincere Trump (difficile secondo me che lo lascino vincere in un modo o nell’altro…brogli, ecc), quali potrebbero essere le conseguenze per il resto del mondo?
    Gli USA si ridimensionerebbero, certo, ma noi? Negli ultimi 70 anni l’Europa è sempre stata asservita agli USA. Senza la loro guida saprebbe rimanere unita? Si prenderebbe una strada comune oppure ognuno per se? (Dietro alla Russia?)

    E’ solo un esercizio mentale, la Clinton sarà il prossimo presidente USA. (Lei per chi tifa Dezzani ??)

    Saluti,
    Leo Damira

     
    • Federico Dezzani il said:

      Penso che la vittoria di Trump sia ancora possibile: si è visto con la Brexit che i sondaggi sono diventati strumenti per tentare di influenzare l’elettorato.

       
  10. Sono d’accordo con l’impianto generale dell’articolo, e non ripeterò tutto quanto condivido, soffermandomi sui punti su cui dissento.
    Dissento innanzitutto sull’opzione guerra, secondo me un’arma del tutto spuntata, sia nella versione convenzionale che in quella nucleare. Malgrado tutte le idiozie che tentano di propinarci, le guerre si vincono avendo eserciti abbastanza numerosi da occupare i territori nemici e tenerceli per il tempo necessario da distruggere ogni forma di resistenza.
    Gli USA da questo punto di vista, ma il discorso per la Russia sarebbe analogo, non potrebbero mai vincere una guerra. L’equivoco sorge quando si scambia la capacità di distruzione con la vittoria. Gli USA si sono dimostrati maestri nell’arte di distruggere interi territori, dispongono di un armamentario bellico, anche escludendo quello nucleare, così massiccio che sicuramente possono radere al suolo intere regioni urbanizzate. Credo che dovremmo guardare al recente passato per riconoscere l’incapacità degli USA di vincere ogni possibile conflitto. Dalla fine della seconda guerra mondiale, hanno vinto soltanto a Granada, un’isoletta minuscola. Il mondo è grande, e se gli USA pensassero di combattere una guerra totale da soli contro un nemico come la Russia, ne subirebbero una cocente sconfitta, perchè è del tutto inpensabile che essi siano in grado di occupare un territorio sconfinato come quello russo, e senza occuparlo non avranno vinto la guerra. Sono certamente in grado di distruggere svariate volte sia Mosca che San Pietroburgo, ma sapendo già, non sono certo così stupidi da non saperlo, che ciò non significherà avere vinto la guerra. Il rischio sarebbe troppo elevato, sia in termini convenzionali che nell’ipotesi dell’olocausto nucleare, e se a questo rischio non corrisponde nessun possibile esito vittorioso, questa smette di essere un’opzione.
    Non vincerebbe neanche la Russia, si distruggerebbero a vicenda a favore di chi si mantenesse fuori dal conflitto, e ogni paese sovrano sicuramente se ne terrebbe fuori.
    L’unica nazione che in prospettiva potrebbe vincere la guerra è la Cina, dove la popolazione è di un milione e tracentomila abitanti, forse l’India che però ha mezzi probabilmente inferiori.

     
    • le guerre si vincono avendo eserciti abbastanza numerosi da occupare i territori nemici e tenerceli per il tempo necessario

      purtroppo come vediamo ora basta avere una stamperia di soldi ,e servizi e strumenti bellici con cui “ammonire” e si trovano sempre torme di traditori che fanno il lavoro delle truppe di occupazione senza che la massa dei soggiogati se ne accorga in tempo .

       
      • Quindi, conviene con me che le guerre non si possono vincere e che gli USA fanno già il massimo di atti bellici che sono in grado di fare. Era ciò che sostenevo.

         
  11. CONTINUA…
    Andiamo adesso al secondo punto di dissenso, quello che riguarda gli aspetti economici.
    Che l’opzione delle elite bancaria sia senza possibilità di rivelarsi positiva, mi pare ovvio, ed infatti costoro tentano semplicemente di tirare avanti il più a lungo possibile, ma è ovvio che una logica che perseveri sulla creazione ciclica e poi scoppio di bolle finanziarie è senza futuro.
    A me pare tuttavia che anche l’opzione Trump sia senza futuro come tenterò di argomentare.
    Bisogna intendersi, è vero che io posso stampare moneta a gogo, e se non la faccio circolare, non si genera inflazione, ma è errato credere che ciò sia senza effetto. La moneta una volta stampata esiste, e il fatto che non abbia effetti inflattivi oggi, non significa che non ne potrà avere in un futuro. Il punto è dicevamo il suo circolare, ma ciò dipende a sua volta soltanto da chi la detiene.
    Ora, cosa pensate che farebbero questi padroni della finanza nel momento in cui fosse chiaro che lo stato ha deciso di scatenare l’inflazione? E’ ovvio, sposterebbero tutta questa ricchezza finanziaria sul mercato delle merci, determinando immediatamente un picco inflattivo che assumerebbe una entità mai prima di allora vista. Non stiamo parlando di semplici privati, di piccoli risparmiatori che non avrebbero il tempo di disfarsi subito del liquido, si tratta di professionisti che agirebbero tutti quanti contemporaneamente nel tentativo di arrivare prima degli altri.
    Presumibilmente nel giro di poche ore o al massimo di pochi giorni, i titoli sarebbero spazzatura, ma anche il denaro sarebbe spazzatura perchè la merce in quantità come noto ben più ridotta della ricchezza finanziaria arriverebbe a un livello di valore monetario così elevato da rendere tutta questa ricchezza cartaccia buona al massimo per fare un falò.
    Uso la metafora di un treno merci troppo carico perchè la locomotiva che lo tira riesca a fargli superare una collina. Qualcuno potrebbe pensare di mettere una seconda locomotiva in coda a spingere congiuntamente con quella di testa che tira. Consideriamo cosa accadrebbe nel momento in cui il baricentro del treno superasse il punto più alto, la forza di gravità fino ad allora contro il movimento, di colpo contribuirebbe a fare avanzare il treno e chi sta dietro a spingere non può vedere quando ciò accadrà. Il risultato sarà che forza di gravità e due distinte locomotive lavoreranno per fare correre il treno fino a farlo deragliare.
    Fuori di metafora, abbiamo stivato troppa ricchezza fittizia nel sistema-vagone, e l’unica soluzione saggia sarebbe quella di svuotarlo, non di tirarlo con sempre maggiore potenza, bruciare tutti questi titoli spazzatura che zavorrano il sistema economico globale. poichè tuttavia ciò significherebbe distruggere risorse finanziarie in mano ai potenti del mondo, e questi potenti tutto sono tranne che saggi, ciò non si farà mai, e così andare a sbattere è una prospettiva ineluttabile.
    Se invece di avere a capo del governo un Renzi che va a leccare indecentemente Obama, ne avessimo uno che crede alla sovranità nazionale, esso si sfilerebbe da un’alleanza ormai distruttiva e senza futuro, con la discrezione richiesta ma anche con la determinazione necessaria.

     
    • luigiza il said:

      @Vincenzo Cucinotta il 19 ottobre 2016 a 5:13 pm
      A me pare tuttavia che anche l’opzione Trump sia senza futuro….

      La penso come Lei perchè ciò che stiamo vivendo é sostanzialmente il collasso di una civiltà poggiante su di un sistema economico fallimentare.
      Io nelle vicende odierne vedo uno stretto parallelo tra gli USA ed il morente impero romano che disperatamente tentò manu militari di impadronirsi delle ricchezze dell’impero Sasanide.
      Non ci riuscì perchè non poteva riuscirci per le debolezze interne ormai insanabili ed implose.
      Trump può solo prendere atto di tale situazione ma non lo farà.
      Non é una opzione che uno yankee può contemplare.

       
  12. Stefano il said:

    Ciao Federico, complimenti per l’articolo. Vorrei fare due riflessioni. La prima è che secondo me neocon e neoliberalcon hanno già perso e non è successo niente di clamoroso. Temono uno come Trump che non gode del sostegno del loro strapotere economico e mediatico così come Hillary. Penso che il punto chiave siano le idee: quelle di Trump su economia, ordine sociale, politica estera ecc.. sono semplici e facili da capire. Quelle loro (mondialismo, dissoluzione degli stati, teoria gender, ecc.) no. Se basiamo il nostro giudizio su una lettura puramente economica non abbiamo una visione completa della situazione. Cioè lo sfidante numero uno degli Sati Uniti a livello economico è la Cina. Tuttavia la retorica e gli sforzi bellici degli Stati Uniti si concentrano sulla Russia. Secondo me si concentrano sulla Russia perchè la Russia è completamente disallineata dalla loro ideologia sostenendo invece idee come Patria, orgoglio nazionalistico, difesa dei valori Cristiani, rifiuto della teria gender, ecc…

     
    • Federico Dezzani il said:

      1.La Cina però… non è vicina. La Russia, sì: è l’unico e reale concorrente in Europa.
      2. La Russia è geograficamente il ponte tra le due estremità dell’Eurasia.
      3. Si è visto in Siria: la Russia è al momento l’unico attore in grado di proiettarsi militarmente all’estero.

       
  13. Dezzani, a suo giudizio è plausibile ipotizzare che le elite “declinanti” si siano già organizzate materialmente per sopravvivere ad una guerra nucleare?
    Questo getterebbe, se possibile, una luce ancora più sinistra sull’attuale momento storico.

     
    • Francesca Ancona il said:

      Ma come si fa a sopravvivere ad una guerra nucleare? Ma ci rendiamo conto, a meno che queste elite non siano aliene e vivano su altri pianeti non vedo nessun’altra possibilità. Una guerra nucleare non solo distrugge al momento ma si protrae per anni e anni, impedisce i raggi solari, il pianeta resta invivibile per tantissimo, secoli, queste elite che farebbero, non so, mi sembra ultra-fantascienza, chiuse nei bunker per secoli….mahhh

       
      • Federico Dezzani il said:

        Una guerra nucleare è talmente distruttiva da essere inutile. Entrambe le parti contano sul fatto che le classi dirigenti avversarie siano liquidate con la violenza nel caso in cui si profili la sconfitta.

         
  14. Peter Lan il said:

    Come scrissi in un altro commento, una guerra su vasta scala mi pare improbabile. date le condizioni misere dell’occidente, sia economiche che militari, sarebbe un tracollo.
    Hanno bisogno di riprendere fiato e riorganizzarsi, l’elezione di Trump potrebbe essere funzionale a tale scopo.
    I russi, dal canto loro, sembrano più interessati a fare affari che a fare la guerra.
    La manifestazione di forza che stanno attuando è un megaspot per la nuova generazione di armi, testate direttamente sui campi di battaglia.
    E di affari ne stanno facendo parecchi, gli s300 li stanno vendendo bene.

     
    • Federico Dezzani il said:

      “condizioni misere dell’occidente, sia economiche che militari” è proprio questo il succo dell’articolo.

       
      • Peter Lan il said:

        Appunto, che guerra vogliono fare?
        Possono soltanto fingere, facendo la voce grossa.
        Qualitativamente, gli eserciti occidentali non possono competere con Russia e Cina.

         
  15. Guido il said:

    Informazione di servizio.
    Rasmussen reports dà Trump in vantaggio 43 a 41 sulla Clinton. Quindi non si sa chi vincerà. Nel contempo una società di Soros, con sede a Londra, è incaricata di produrre i risultati elettorali di molti stati chiave, tra cui Florida, Nord carolina, Ohio, Colorado, New Mexico, ecc..
    Per questo Trump parla di brogli.
    Tra tre settimane vedremo.

     

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