Maggio 1968: rovesciare De Gaulle per sabotare l’asse Parigi-Mosca

Nella primavera del ‘68, l’Occidente è teatro di un’ondata di proteste studentesche e operaie che imprimono un cambiamento radicale alla società: “il principio di autorità”, tanto odiato dagli ambienti della finanza liberal, è scardinato in nome della “libertà”, rivoluzionando i rapporti all’interno della famiglia, tra i sessi e dentro le istituzioni. Ma le proteste del ‘68 hanno anche obiettivi contingenti, legati alla realtà storica-geopolitica del momento. Col celebre “maggio francese”, certamente la sommossa più imponente e radicale, si tenta di rovesciare “il dittatore” Charles De Gaulle, che nel 1966 è uscito dal comando integrato della NATO per rafforzare i legami con la Russia sovietica: è soltanto grazie a Mosca e alla sua influenza sui comunisti francesi se il generale si salva. Breve storia di una delle tante “rivoluzioni colorate” per sabotare l’alleanza tra Russia ed Europa occidentale.

“Les gauchistes” contro “l’Europe de l’Atlantique à l’Oural”

Queste primavera il ‘68 compie cinquanta anni. Metà secolo è già trascorsa da quelle proteste che, nate negli ambienti studenteschi ed allargatesi al mondo operaio, investirono l’Europa Occidentale e gli Stati Uniti, lasciando segni indelebili.

Il ‘68 fu infatti, analogamente al 1848, una grande “rivoluzione liberale”, con cui l’oligarchia finanziaria impose all’Occidente i propri valori universalistici, egualitari e socialisteggianti. Il grande bersaglio del 1968 è il “principio di autorità”, sinonimo, nel pensiero gnostico-massonico, di “maschio”: un prepotente attacco all’autorità, in tutte le sue sedi (famiglia, scuola, luoghi di lavoro, istituzioni, etc.) è quindi sferrato in nome della “libertà” e del sesso femminile. È il periodo in cui esplode il femminismo, accompagnato dalle campagne per l’aborto, per il divorzio, contro la violenza sulle donne, etc.

Merita di essere sottolineato come queste rivoluzioni “liberali”, pur trovando terreno fertile nel mondo creato dalla “modernità” (il mondo operaio, l’università di massa, i circoli intellettuali di sinistra e cosmopoliti) non siano affatto spontanee ma, al contrario, accuratamente preparate. Dietro alle proteste del 1968 c’è un’attenta pianificazione logistico-organizzativa che, grazie ad una rete capillare di agenti e al massiccio investimento di fondi, consente di mobilitare gli studenti/operai e teleguidare le proteste: come sempre, è sufficiente una minoranza “di professionisti”, stipendiata e addestrata, perché la “massa” segua. L’aspetto più interessante, però, è che dietro al 1968, come peraltro dietro a tutte le altre rivoluzioni “liberali”, si nasconde anche una meticolosa preparazione “culturale”: sono cioè studiate in anticipo “le idee” che animeranno le proteste e, attraverso i media e la scuola, si predispongono le menti delle persone alla rivoluzione incombente.

Un personaggio simbolo del 1968, forse qualcuno ancora lo ricorderà, fu il filosofo e sociologo di origine ebraica, nato in Germania e poi trasferitosi negli USA, Herbert Marcuse (1898-1979). Il “teorico” della rivoluzione studentesca sostiene che le società industriali progredite, siano esse capitaliste e comuniste, siano sostanzialmente repressive, basate cioè su quel principio di autorità tanto odiato dal pensiero gnostico-massonico: l’individuo è inquadrato, irregimentato e oppresso dalla società. Saltando così dal pensiero di Marx a quello di Freud, Marcuse incita al “grande rifiuto”, alla ribellione contro l’ordine vigente, per instaurare una società basata sul piacere e sulla soddisfazione degli istinti fondamentali (ciò che molti considererebbero semplice imbarbarimento). Ebbene Marcuse, dal cui pensiero avvelenato germoglierà anche il terrorismo degli anni di piombo, non è semplice studioso avulso dal contesto politico: agente dell’Office of Strategic Service (OSS) durante la guerra, Marcuse appartiene a quel milieu di intellettuali e professori tedeschi (Max Horkheimer, Theodor Adorno, etc.), noti come la “Scuola di Francoforte”, strettamente legati ai servizi segreti angloamericani1. Il filosofo del ‘68 lavora quindi per la CIA, come lo stesso movimento studentesco/operai, i suoi slogan, la sua retorica e le sue rivendicazioni sono un prodotto dell’establishment liberal.

Sulla natura gnostico-massonica del ‘68 e dei suoi effetti ci sarebbe molto da scrivere.

Tuttavia, il nostro obiettivo in questa sede è quello di collocare le proteste studentesche e operaie nel preciso contesto politico e geopolitico dell’epoca. Se il ‘68 è, nel medio-lungo periodo una rivoluzione “liberale” volta a scardinare il principio di autorità, nel breve periodo è una rivoluzione “colorata” tout court, per rovesciare l’ordine esistente, abbattere i governi, precipitare i rivali nel caos.

Negli Stati Uniti l’obiettivo delle proteste, alimentate dalla guerra del Vietnam e dalle tensioni razziali, è il repubblicano Richard Nixon, “fascista” secondo i canoni liberali. È però in Francia che il ‘68 assume le sembianze di vera e propria “rivoluzione colorata”, talmente violenta da far vacillare la Quinta Repubblica, aprendo così, negli ultimi giorni del maggio 1968, lo scenario di un collasso dello Stato. All’Eliseo siede allora il generale Charles De Gaulle e nel mirino dei “gauchistes”, dei sinistroidi, c’è proprio lui.

Perché le proteste sessantottine, eterodirette dai servizi atlantici, si abbattono con particolare veemenza contro la Francia e contro De Gaulle? Perché con l’incendio che ha il proprio focolaio iniziale nelle università e poi allarga alle fabbriche, si vuole distruggere il “regime gollista”? La risposta è di carattere squisitamente geopolitico e deve essere cercata nell’avversione delle potenze marittime (USA e Regno Unito) a qualsiasi alleanza continentale che possa diminuire il loro margine di manovra in Eurasia. Paralizzando la Francia, l’establishment liberal mira a rovesciare De Gaulle e sabotare sul nascere l’asse tra Parigi e Mosca, tra Francia ed URSS, capace di vanificare i piani atlantici per l’Europa (riunificazione della Germania, allargamento della CEE/UE, respingimento verso est della Russia).

L’eroe di “France Libre”, ritiratosi a vita privata nell’immediato dopoguerra, torna sulla scena quando il processo di decolonizzazione (Indocina e Algeria) travolge la debole e inconcludente Quarta Repubblica. Il primo giugno 1958 De Gaulle è nominato presidente del consiglio: deciso a sbarazzarsi delle pastoie del Parlamento, ostacolo a qualsiasi azione dell’esecutivo, il generale sottopone ai francesi l’approvazione di una nuova costituzione, che prevede una “quasi-monarchia” incentrata sulla figura del presidente. Con un plebiscito (80% di sì), nasce così la Quinta Repubblica.

Uscito dal pantano della guerra algerino con il riconoscimento dell’indipendenza all’ex-territorio metropolitano (1962), De Gaulle intraprende un percorso per riportare la Francia al rango di grande potenza: benché, infatti, Parigi figuri tra i “vincitori” della guerra e sieda nel consiglio di sicurezza permanente dell’ONU, la Francia è poco più che un satellite americano nel nuovo mondo bipolare. Consapevole che è interesse delle potenze marittime tenere la Francia in una condizione di subalternità, lasciando che la Repubblica Federale Tedesca si riarmi e torni a prosperare economicamente, De Gaulle definisce la propria strategia:

  • è necessario svincolarsi dagli USA e contenere la libertà d’azione inglese sul continente;
  • è necessario impedire (benché sia lecito dire l’opposto in pubblico) la riunificazione della Germania, caldeggiata dagli angloamericani;
  • è necessario che la Francia si liberi da qualsiasi pregiudizio ideologico (usato dalle potenze marittime per spaccare l’Europa in due e tenere assoggetta la parte occidentale) e rafforzi i legami con l’Unione Sovietica o, come la chiama semplicemente De Gaulle, “la Russie”.

Pur avendo trovato rifugio in Inghilterra durante la guerra e pur avendo lanciato dai microfoni della BBC l’appello alla resistenza contro la Germania nazista, De Gaulle è sempre stato conscio dell’insidia rappresentata da Londra e Washington per la potenza francese: perciò, sin dagli esordi della sua carriera politica, coltiva un canale speciale con Mosca, cui, probabilmente, si devono molte delle sue fortune nel dopoguerra. Attraverso l’ambasciatore sovietico ad Ankara, Sergei Vinogradov, France Libre ottiene nel settembre 1941 il riconoscimento ufficiale del Cremlino, seguito, a distanza di tre anni, dalla firma del trattato franco-sovietico. Vinogradov, spostato nel 1953 a capo dell’ambasciata sovietica in Francia, gioca un sicuro ruolo anche nell’ascesa di De Gaulle ai vertici dell’Esagono: benché il Partito Comunista Francese (PCF) sia formalmente un integerrimo avversario del gollismo, è, in realtà, il suo miglior alleato.

Fautore, fin dai primi anni ‘50, de “l’Europe de l’Atlantique à l’Oural”, De Gaulle avvia il progressivo sganciamento della Francia dall’Alleanza Nord Atlantica: nel 1959 rifiuta di ospitare sul suolo francese testate nucleari americane, nel 1960 si oppone all’integrazione dell’aviazione militare francese nel sistema di difesa NATO, nel 1963 assume analoga decisione per le truppe francesi rimpatriate dall’Algeria. Nel 1966, infine, la “Ostpolitik” gollista fa il salto di qualità: poche settimane prima del suo viaggio in URSS, De Gaulle annuncia il ritiro della Francia dal comando integrato della NATO (scelta che sarà ribaltata soltanto nel 2007 da Nicolas Sarkozy).

Dal 20 giugno al primo luglio 1966, De Gaulle compie così la sua storica visita a Leningrado e Mosca, dove propaganda la visione dell’Europa “da un capo all’altro del continente”, contrapposta al rigido bipolarismo tanto caro alle potenze marittime; negli stessi giorni si assiste, anche sul piano militare, ad un avvicinamento tra Francia e URSS, che passa per la visita del generale Jacques Massu, comandante delle truppe francesi in Germania, al maresciallo Pyotr Koshevoy, insediato a Postdam e capo delle forze sovietiche nella DDR. In quegli anni è tale la sintonia tra Mosca e Parigi che, contrariamente alla cronaca degli ultimi anni (sostegno francese alla guerra in Libia e Siria), De Gaulle abbraccia la linea russa/sovietica persino in Medio Oriente: quando nel 1967 esplode la guerra dei Sei Giorni tra Israele e paesi arabi, URSS e Francia si trovano sul fronte opposto agli Stati Uniti d’America.

Finché l’asse Parigi-Mosca è saldo, le manovre angloamericani sono sistematicamente sabotate: De Gaulle si oppone all’ingresso di Londra nella CEE e, soprattutto, stronca la nascente Comunità europea di difesa (CED) che, consentendo a Bonn di riamarsi, avrebbe rappresentato una minaccia sia per l’URSS che per la stessa Francia.

Alle potenze marittime non rimane quindi che passare al contrattacco, per tentare di scardinate questa insidiosissima alleanza continentale: la data per le operazioni è fissata per i primi dei mesi del ‘68 quando, con un duplice attacco, la rivoluzione colorata di Praga e di Parigi, si tenterà di destabilizzare l’URSS e rovesciare “il regime gollista”.

Esula dal nostro articolo occuparci della “Primavera di Praga”: è sufficiente dire che le riforme “liberali” avanzate dal neo-segretario del Partito Comunista cecoslovacco, Alexander Dubcek, sono studiate ad hoc per spingere il Patto di Varsavia ad intervenire militarmente e regalare così all’Occidente l’assist per condannare l’Unione Sovietica, come puntualmente avverrà con l’ingresso in Cecoslovacchia di 20 divisioni sovietiche, bulgare, polacche e ungheresi.

È nostro interesse, invece, soffermarsi sul “maggio francese”, la rivoluzione colorata con cui il regime gollista è fatto vacillare a tal punto da rischiare di cadere: se si salva, è soltanto grazie al tempestivo intervento di Mosca ed alla sua pressione esercita sul Partito Comunista francese (PCF).

Del “maggio francese” bisogna evidenziare che:

  • è una rivoluzione colorata finanziata dall’esterno, sia dagli angloamericani che dalla Repubblica popolare cinese di Mao Zedong (la Cina è allora già ai ferri corti con l’URSS);
  • è gestita da un nocciolo di professionisti, attorno cui si aggrega la massa di studenti e operai;
  • nasce come sommossa “sinistroide” (anarchici, maoisti, trozkisti, situazionisti) e collocandosi alla sinistra del PCF, cerca di scavalcare ed esautorare i comunisti che rispondono a Mosca;
  • è animati da figure della sinistra “liberal”, espressione dell’oligarchia finanziaria atlantica, tra cui bisogna ricordare almeno Pierre Mendès France, esponente del Partito Radicale francese e acerrimo oppositore di De Gaulle, François Mitterrand, “discepolo” di Mendès e anch’egli instancabile rivale del generale, Daniel Cohn-Bendit, allora anarchico-marxista e elemento chiave delle proteste studentesche di Nanterre e Parigi (Cohn-Bendit diverrà, come molti altri “trozkisti”, un ardente europeista dopo il dissolvimento dell’URSS).

I disordini, scoppiati a marzo all’università di Nanterre e guidati dal “Mouvement du 22 mars” di Daniel Cohn-Bendit, si propagano velocemente alla capitale: il 3 maggio 1968 si registrano i primi incidenti alla Sorbona e, tra il 10 e l’11 maggio, sono erette barricate nel Quartiere Latino di Parigi, rispolverando una vecchia usanza rivoluzionaria già sperimentata nel 1848 e nel 1870. Il 13 maggio sfila per il centro di Parigi un’enorme manifestazione animata dai sindacati di sinistra (CGT e CFDT), concretizzando il peggior incubo delle autorità francesi: le proteste degli studenti, figli della borghesia bene, si saldano a quelle lavoratori, rischiando di paralizzare la Francia e gettarla nel caos.

Per scongiurare sul nascere questo scenario, il primo ministro francese, Georges Pompidou, apre i negoziati con i sindacati, concedendo un aumento dei salari: il sindacato comunista (CGT) sarebbe ben lieto che la base approvi l’intesa raggiunta, i cosiddetti accordi di Grenelles, ma gli operai, aizzati dai rivoluzionari di professione, la rifiutano, invocando il “governo popolare”.

Dopo il rifiuto degli accordi di Grenelles, 27 maggio 1968, la situazione in Francia precipita. L’anarchia si allarga a tutto il Paese; De Gaulle osserva sconsolato che i suoi ministri non gli obbediscono più e che le sue direttive rimangono inascoltate; Mitterand afferma che Stato ha cessato di esistere ed è tempo di una svolta a sinistra. Mentre si studiano i piani più disparati per mettere in sicurezza quel che rimane dello Stato (prelievo delle riserve della Banca di Francia, spostamento in provincia del governo, ricorso all’esercito per ristabilire l’ordine), il franco francese affonda sulle piazze finanziarie internazionali: le banche straniere lo rifiutano e persino la Banca Internazionale dei Regolamenti smette di intervenire sul mercato dei cambi per sostenerlo. Come ogni rivoluzione “colorata”, all’assalto della piazza si accompagna l’assalto della speculazione.

Non c’è alcun dubbio che sul finire di maggio, il partito comunista, se l’avesse voluto, avrebbe potuto rovesciare il regime gollista, marciando semplicemente sull’Eliseo. Ma il regime gollista è in realtà, come abbiamo sottolineato, un regime “gollista-comunista”: l’Unione Sovietica e, di conseguenza, il PCF, sono i maggiori sostenitori della politica estera anti-atlantica e filo-russa del generale De Gaulle. Per salvare la neonata Quinta Repubblica c’è quindi solo un modo: i comunisti devono assumere le redini della protesta, relegando ai margini i vari anarchici, trozkisti, maoisti, situazioni e esautorando i Mendès, i Mitterand e i Cohn-Bendit. Una volta che i comunisti (PCF e CGT) saranno i “padroni” della piazza, De Gaulle potrà attaccarli a testa bassa, sapendo che sono disposti a soccombere senza combattere, salvando così il regime gollista e l’asse Parigi-Mosca.

La strategia richiede un’azione coordinata tra l’Eliseo ed il Cremlino ed è all’origine del misterioso viaggio di Charles De Gaulle a Baden-Baden, quartiere generale delle forze armate francesi in Germania.

Il 28 maggio, il generale a capo delle truppe d’occupazione francesi, Jacques Massu, riceve a Baden-Baden il suo omologo sovietico, il maresciallo Pyotr Koshevoy: i due discutono della concitata situazione in Francia e, attraverso Koshevoy, Mosca ribadisce il suo sostegno a De Gaulle, assicurando che i comunisti non tenteranno di prendere il potere e assolveranno al ruolo di “capro espiatorio” della crisi. Il 29 maggio, con un’oculata manovra di depistaggio, De Gaulle “scompare” dai radar, gettando nel panico le più alte cariche dello Stato, compreso il primo ministro George Pompidou: molti lo credono diretto nella sua residenza privata, ma nella piccola Colombey-les-Deux-Églises non c’è traccia del generale. De Gaulle, senza averne parlato con nessuno, è in realtà su un elicottero che lo sta portando proprio a Baden-Baden. Il generale vuole sapere da Jacques Massu quali sono le intenzioni del Cremlino.

L’incontro di Baden-Baden, che dura poche ore, è decisivo: l’Unione Sovietica è sempre a fianco del generale. De Gaulle, perciò, riceve il via libera ad attaccare il PCF che, assunta la guida politica della “rivoluzione colorata” scatenata dagli angloamericani, si sacrificherà politicamente per volere di Mosca, salvando così anche il gollismo.

La mattina del 30 maggio, i principali quotidiani comunisti escono con un violento attacco contro “les gauchistes”, i sinistroidi: solo il Partito Comunista rappresenta gli interessi dei lavoratori, il falso profeta Marcuse ed il suo allievo Cohn-Bendit non servono la Rivoluzione ma agiscono contro la classe operaia, gli anarchici ed i trozkisti favoriscono la reazione ed indeboliscono il Partito comunista, unica forza rivoluzionaria, etc. etc.

Il colpo a sinistra, quello per neutralizzare i movimentisti al soldo della CIA, è sferrato. Ora è la volta del colpo a testa.

Sostenuto da un imponente manifestazione gollista, che porta in piazza oltre un milione di persone al grido “De Gaulle n’est pas seul”, il generale parla alla nazione smarrita, confermando che, anche questa volta, non si ritirerà. Annunciato il rimpasto di governo, lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale e le conseguenti elezioni legislative, De Gaulle può così sferrare, col placet di Mosca, un’invettiva contro il Partito Comunista francese, sebbene questo sia stato il suo più prezioso alleato durante il terribile mese di maggio: la Francia corre il rischio di cadere sotto la tirannia di un partito totalitarista2. Il discorso dura soltanto cinque minuti, ma dà la scossa ad un Paese allo sbando. Il 31 maggio il PCF completa la manovra: De Gaulle attacca i comunisti perché sono gli unici rivoluzionari, mentre i trozkisti, gli anarchici ed i situazionisti dividono la classe operaia.

Le elezioni legislative di fine giugno sanciscono la riscossa del gollismo: L’Unione per la Difesa della Repubblica vince col 58% delle preferenze, strappando 100 seggi al Partito Comunista, immolatosi per salvare il regime di De Gaulle. Non solo, l’URSS interviene a sostegno della Francia persino sul mercato dei cambi, facendo incetta di franchi: salvato da Mosca, De Gaulle non può quindi che esprimere vaghi ed incolori commenti quando il Patto di Varsavia, nel mese di agosto, interviene per sedare l’altra rivoluzione colorata del 1968, quella di Praga.

La rivoluzione “libertaria” per rovesciare De Gaulle e scardinare l’asse franco-sovietico, organizzata e finanziata dagli angloamericani, è così fallita: grazie a Mosca e al Partito Comunista Francese. Molti osservatori e intellettuali dell’epoca ne sono consapevoli, tra cui Jean Paul Sartre, che abbandonerà sull’onda del ‘68 il PCF per abbracciare il maoismo, ingrossando così le file dell’intellighenzia al soldo dei “liberal”.

Un’ultima nota: abbiamo evidenziato come tra i principali protagonisti della manovra per rovesciare De Gaulle figurasse anche François Mitterand. Sarà grazie alla sua lunga presidenza (1981-1995) se l’oligarchia atlantica otterrà risultati impensabili con De Gaulle al potere: la riunificazione della Germania, la nascita dell’euro-marco, il respingimento a Est della Russia. È “l’europeismo”, non a caso, cui si convertono anche il trozkista Daniel Cohn-Bendit ed il “compagno di rivoluzione” Joschka Fischer. Ma questa è un’altra storia.

 

L’articolo sarà presentato:

Sabato 10 marzo, ore 16.30

Sala consiliare Porto

Quartiere Porto Saragozza

Via dello Scalo 21, Bologna

 

Bibliografia: L’accord secret de Baden-Baden, Henri-Christian Giraud, Rocher, 2008

1https://www.foreignaffairs.com/reviews/review-essay/frankfurt-school-war

2https://www.youtube.com/watch?v=WAEzWiPiyqc

Precedente I piani della Trilaterale e l’incognita della maggioranza parlamentare Successivo Il colpo basso come regola: tra Atlantico e Russia non c’è più spazio per la diplomazia

41 commenti su “Maggio 1968: rovesciare De Gaulle per sabotare l’asse Parigi-Mosca

  1. Hero of Sky il said:

    Ottimo articolo, Dezzani. Ho sempre ammirato De Gaulle per la sua visione e per il suo pragmatismo, credo sia lo statista più grande che il XX secolo ci abbia regalato. Non sapevo che Cohn-Bendit fosse stato un sessantottino… Ha citato Fischer, ed è facile immaginare che tutti i partiti “verdi” si siano originati dallo stesso retroterra. Forse non è un caso che l’anno dopo il referendum sul federalismo e sulla riforma del Senato che lo portò alle dimissioni fu bocciato, tra gli altri, dal noto ipereuropeista atlantico Giscard d’Estaing…

    • «La guerra […] in Kosovo è stata concepita e scatenata nel nome del ’68 […].
      Il gruppo dirigente culturale, politico, perfino militare che ha voluto e provocato questa guerra si è formato culturalmente nel ’68: Joschka Fischer, Gerard Schroeder, Daniel Cohn-Bendit, e lo stesso Clinton, come Jorge Solanas e William Clark».

    • Daniel Cohn-Bendit ha proprio le physique du role perfetto per giocare la parte.
      Le biografie disponibili in rete ci fanno sapere che è nato in Germania, da padre tedesco e madre francese, entrambi di origini ebree. “Dany Il Rosso”, come era noto durante il Maggio francese di cui fu uno dei principali propulsori, era pappa e ciccia con Fischer, ne “Il Gruppo Spinelli”.
      Tale gruppo è una delle tante accolite di tecnocrati finto-neutrali, alfieri dell’eco-idiozia profonda ed esponenti dell’alta finanza. Vi militava, tra gli altri, Mario Monti e lo scomparso Tommaso Padoa Schioppa. Come suggerisce il nome del gruppo, tale ghenga si ispira ad Altiero Spinelli, un fautore ante litteram della dissoluzione degli stati nazionali europei a favore di questo sofisticatissimo bluff chiamato Comunità Europea.
      Orbene, il Cohn-Bendit durante un periodo in cui fu insegnante in un asilo nido a Francoforte, auto-gestito dal “popolo”, ha fatto palese cenno, in suo libro intitolato Gran Baazar, ad un suo coinvolgimento in giochi sessuali a cui lui faceva partecipare dei minori.
      Il libro uscito in Germania nel 1975 passò quasi sotto silenzio. Non solo. Gli stessi frequentatori di quell’asilo ed alcuni loro genitori, tentarono di difendere in advance Cohn-Bendit dalle ovvie accuse di pedofilia.
      Si deve dar merito niente di meno che alla figlia della terrorista della Rote Armee Fraktion Ulrike Meinhoff, che risponde al nome di Bettina Rohel, di aver sollevato il caso senza peli sulla lingua. Il caporione di Europe Écologie, Cohn-Bendit, cercò in tutti i modi di disconoscere quegli scritti sposando la consunta tesi che a quell’epoca épater le bourgeois fosse il target da centrare e che tutto si dovesse allineare a quell’obiettivo senza remore di sorta.
      Ma stiamo un attimo ancora sul personaggio di Sbancor perché merita una particolare attenzione, in questa particolare cornice di mise en abyme.
      Riportiamo un intervento a firma di un certo Sergio Falcone, un “compagno”, che sul forum filo marxista, “it.groups.yahoo.com/MARX_OGGI”, commenta così la figura di Sbancor: «Carissima Doriana, non solo puoi, ma devi pubblicare la mia presa di posizione contro questo personaggio dissociato mentalmente. […]. Dico quello che penso […] mai mandare il cervello all’ammasso […]. Io la mia generazione non la stimo affatto […].
      Egoisti, narcisisti, opportunisti, primedonne, e voltagabbana.
      La peggiore che abbia conosciuto».
      Cosa ha adirato a questo modo il Falcone?
      Forse ne troviamo traccia in un testo di Sbancor apparso sul sito “Rekombinat” e che ritroviamo, sempre in un sito, “Carmilla”. Testualmente: «[…] soprattutto i cattolici fanno paura […] assisteremmo a un nuovo scontro tra Impero e Papato?
      La politica in senso tradizionale qui non c’entra niente.
      Sono altri i legami che occorre indagare.
      L’establishment […] dei riti di denari e dei riti di sangue […] che hanno accompagnato la politica imperiale […].
      La Palestina è la miccia. Sempre accesa. Ma la polveriera non è solo mediorientale, al massimo è la seconda parte della miccia.
      La polveriera è […] il ventre della Cina […] da lì passano le vie della droga.
      Da lì passano i mercanti di schiavi che riforniscono le industrie ed i commerci di tutto il mondo. “La via della seta” incomincia da Gerusalemme.
      È qui che i “fondamentalisti” di tutte le religioni da millenni hanno segnato il luogo della battaglia di Armageddon.
      Sì, lo so che può sembrare una follia. Che c’entrano gli interessi economici con le antiche leggende?
      C’entrano.
      Il denaro è il terreno simbolico.
      Quando non può nutrirsi di numeri deve nutrirsi di sangue.
      Oggi il dibattito alla corte imperiale è se consentire Armageddon e accendere la miccia che brucerà fino al centro dell’Eurasia o no […] a favore ci sono i fondamentalisti ebraici e gli ultraprotestanti millenaristi.

  2. Willy Muenzenberg il said:

    Parbleu, monsieur: vous etes le plus grand penseur de l’histoire almeno dai tempi di Tacito. Che era romano delle Gallie, come lei. E come lei, e’ come se gli eventi della storia di Roma li avesse vissuti. Nessuno comprende la storia meglio dei francesi: pronti, dopo mezzo secole di vergogna, ad agire al richiamo di Roma.

  3. Mansfra il said:

    Certo che e’ incredibile come la Francia in 40 anni sia passata da essere antagonista a cane da guardia degli interessi atlantisti, vedi sciagurato intervento in Libia e l’entusiasmo piu’ volte espresso di intervenire in Siria. Penso che le ultime vestigia del gollismo siano finite con la presidenza di Jacques Chirac.

  4. Hero of Sky il said:

    Concordo, ma lo spirito del gollismo si è reincarnato nel lepenismo

    • che però potrebbe fare anche la stessa fine senza nemmeno passare per l’ eliseo. Non mi è piacito affatto come la Lepen ha affrontato “il nuovo “uomo dei rothshild” francese

  5. A proposito di “rivoluzioni colorate” ante litteram, è evidente che il ’68 fu una di queste, ma volendo andare ancora più a ritroso fu una di queste anche la rivoluzione bolscevica con Lenin a Zurigo in cerca di soldi dai banchieri internazionalisti per pagare il suo rovesciamento del regime zarista.

    C’è una curiosità da sottolineare. La stagione “rivoluzionaria” francese è circoscritta al “maggio” detto per l’appunto “francese”. Quella italiana invece non finisce mai. L’Italia è l’unico paese dove il ’68 sbuca fuori ogni autunno detto “caldo”. Ciò significa che non è mai stato un paese realmente pacificato.

  6. Jean il said:

    Stomachevole vedere poi come sono stati “inglobati” e divenuti neocon alcuni di questi ’68ini francesi, stile BHL e compagnia bella….
    Ottima analisi Dezzani

    Saluti

  7. Pasha il said:

    Ennesimo splendido articolo, grazie Dezzani! 🙂

    En passant, del grande De Gaulle mi piace ricordare giusto un paio di citazioni:

    “L’Europe occidentale est devenue, sans même s’en apercevoir, un protectorat des Américains. Il s’agit maintenant de nous débarrasser de leur domination. Mais la difficulté, dans ce cas, c’est que les colonisés ne cherchent pas vraiment à s’émanciper. Depuis la fin de la guerre, les Américains nous ont assujettis sans douleur et sans guère de résistance.”

    “Les vues du Pentagone sur la stratégie planétaire, les vues du business américain sur l’économie mondiale nous sont imposées.”

    “Et vous voudriez que j’aille commémorer leur débarquement, alors qu’il était le prélude à une seconde occupation du pays ? Non, non, ne comptez pas sur moi!”

  8. Mikahel il said:

    Grande a metà!
    Dopo la grande caxxata di aver patteggiato con gli anglo-rott-inc-shildiani e gli usa a stesso comando, ed essere stato usato come pupazzo per far si che penetrassero nella sua Francia (ancora oggi loro dominio), anziché allearsi con la Germania di Hitler (il quale lo aveva più volte avvertito del pericolo sionista [e doveva conoscerlo bene sapendo come era finito il Regno Francese] ), per fortuna riaddrizza le sorti della Francia facendosi aiutare da Russi che si erano nel frattempo liberati della scomoda presenza massonica newyorkese (leggasi Bella Dodd, the school of Darkness).

    Ma quel che doveva fare non ha fatto quando poteva, ovvero liberarsi dei Rott-inc-shild, e quindi rendendo libera la Francia anche per i posteri.
    Quindi, non andiamo ad osannarlo più di tanto, ha fatto un bel casino altroche no, si deve anche alla sua scellerata scelta la seconda guerra e al non prendere posizione autorevole a favore della sua Francia.

    Mi ricorda un po’ il Berlusca, che ha rinunciato al Potere pur avendolo e sapendo la fine di Craxi non ha agito per tempo.

    Oggi l’Europa è sotto scacco grazie ai tentennamenti di queste mezze tacche. Mentre, a Dio piacendo, gli USA stanno ritornando ad i loro cittadini grazie a chi ha le palle e testa.

  9. Riccardo il said:

    Ho una curiosità, perche il caso vuole che per motivi di studio personale mia sia imbattuto di recente nella scuola di Francoforte. Posto che gli esponenti di questa scuola sono assolutamente contro il consumismo ed il capitalismo, quale è il legame che porta Dezzani a definirli come vicini alla Cia?

    Criticano in tutto e per tutto il colonialismo americano…

    • Il fido maestro sostituto. Anche al più svogliato studente di Conservatorio il nome Theodor Wiesengrund Adorno dice qualcosa.
      Come minimo se non lo ricorda sotto le sue plurime vesti, quella di filosofo, quella di critico dei costumi e di ben altro, lo rammenta sicuramente quale musicologo. Questo qui da noi. Figuriamoci nei paesi del nord Europa dove la cultura musicale ha una sua precisa ed assai diffusa collocazione scolastica.
      T.W. Adorno nella sua non indifferente sequela di testi, a carattere musicale e non, dette alle stampe una delle sue elaborazioni meno notorie che risponde al nome de Il fido maestro sostituto. Studi sulla comunicazione della musica.
      Non la citiamo tanto perché si tratta di un volume di pedagogia musicale, con singolari risvolti di carattere eminentemente pratico «destinato in qualche pagina a trasformarsi quasi in un manuale di consultazione per l’interprete o l’ascoltatore» quanto perché ci ha colpito la figura centrale di questo studio: il ‘Korrepetitor’.
      Il Korrepetitor è quello che in italiano viene chiamato il ‘fido maestro sostituto’ ovverossia quel musicista a cui:

      «[…] nel teatro d’opera […] è affidato il compito delicato e ingrato di istruire i cantanti nell’interpretazione del proprio ruolo, prima che essi affrontino le prove finali di scena per l’orchestra».

      Al di là dei dettagli della praxis musicale, a noi in parte estranei, la figura del Korrepetitor ci riporta alla mente un individuo che abbia avuto una sorta di transfert – un credito di fiducia – da parte del Direttore d’Orchestra che va a sfociare in un plateale attestato di lealtà, biunivoca, dall’uno all’altro, ma anche dagli orchestrali ad ambedue e viceversa, il che non ci può non fare immenso piacere in un universo, fuori dai ristretti alvei teatrali, così piagato dalle staffilate oscene dell’uso ubiquo della Menzogna e dell’informatore di questa, la maligna, pervicace, Dea che risponde al nome di Mistificazione.
      Sarà forse par hasard che la Storia Infinita della Tradizione Cristiana parta dal Mito Fondativo del tradimento della fiducia posta da Dio su Adamo ed Eva, a significare graniticamente quanto l’assioma del Tradimento ed il suo corollario, la Menzogna, ‘pesino’ sulla storia delle civiltà umane?

      Un’addenda. Fingiamo, per amor del ragionamento, di non sapere cosa sappiamo sulla figura oscura dell’estensore di questo saggio, Adorno.
      Orbene se da un canto il Fido Maestro Sostituto ha una chiara funzione maieutica, positiva, in agguato, dall’altro canto, c’è sempre la ‘dialettica negativa’ che può ad ogni piè sospinto trasformare un individuo in un Giuda, per pochi spiccioli, in un Caino disponibile ad uccidere suo fratello Abele, per il puro gusto dell’omicidio per l’omicidio.
      Giriamo bene la ghiera elicoidale della messa a fuoco quasi a voler offuscare i lindi caratteri di stampa einaudiani per andar a scorgere quasi quasi la trama e l’ordito della preziosa carta opaca delle pagine di quel testo: non ne vediamo in tralice l’ombreggiatura – a carboncino – di un sosia del Maestro Sostituto?
      Chi altro può usurpare il posto del Buon Pastore che reca il gregge delle sue pecorelle alla salvezza del suo ovile se non l’Alter Ego – l’ànomos – informato dalla ‘dialettica negativa’, il Principe delle Mosche in persona, l’Ecce Homo per eccellenza, Signore della Menzogna che irreggimenta i lemmings spingendoli a tuffarsi nel vuoto nihilista delle scogliere di Dover?

    • Personaggi enigmatici, questi della Scuola di Francoforte.
      Autentico snob Horkheimer quanto sibillino Adorno.

      «Gli uomini parlavano, parlavano e parlavano […].
      Mentre parlavano ho osservato una cosa strana in Adorno. L’espressione del suo volto non mutava mai. Dalle sue labbra arrotondate quasi a bocca di flauto uscivano incessantemente parole mentre gli occhi neri, spalancati e fermi sembravano meravigliati. Anche quando rideva la parte superiore del viso dimostrava indifferenza. Nessun movimento dei muscoli alle tempie e alla fronte. Sembrava che parlasse ma era altrove».

      «Theodor Wiesengrund Adorno – scrive Thomas Mann in Die Enstehung des Doctor Faustus – nacque nel 1903 a Francoforte sul Meno. Suo padre era un ebreo tedesco; sua madre, cantante, è la figlia di un ufficiale tedesco di origine corsa (e più in là genovese) e di una cantante tedesca.
      È cugino di quel Walter Benjamin che, perseguitato a morte dai nazisti, ha lasciato l’acutissimo e profondo volume sulla Tragedia tedesca, vera filosofia e storia dell’allegoria.
      Adorno, che così si chiama col cognome di ragazza della madre, è un uomo di simile mentalità, tragico-savia, scontrosa e selvatica».

      Quel Benjamin che «durante l’esilio parigino degli anni Trenta […] era in relazione con in circolo dei proto decostruzionisti del Collège de Sociologie diretto da Georges Bataille, Pierre Klossowski, Roger Callois e Michel Leiris».
      Sarebbe da indagare più a fondo la costellazione referenziale che allappa tremendamente il palato di chi fu fervente seguace della dialettica dell’illuminismo, speranzoso che portasse una nuova luce, quando invece tale avviluppo era intriso sin nelle fondamenta dal più oscurante esoterismo di matrice cabalistica. Ci riferiamo ai nomi in gioco quali quello di Franz Rosenzweig, Emmanuel Levinas e dritti dritti a Martin Buber, i quali preparavano solerti una vera e propria descensus ad inferos.

      Hannah Arendt ha parole durissime nei confronti di Adorno sino a descriverlo come «uno degli uomini più ripugnanti che abbia mai conosciuto», e ci piacerebbe sinceramente sapere la ragione recondita di questo giudizio così sprezzante dato, tra l’altro, da un’intellettuale dello stesso versante politico culturale.
      Anche Karl Popper sferzò duramente Adorno in quello che a lui poteva esser più caro e che fu definito il “tedesco di Adorno”, la qualità della lingua, definendola un «mero parlare di banalità in un linguaggio altisonante».
      Uno dei critici più spietati, Leszek Kolakowski, filosofo e storico polacco, vincitore del Jerusalem Prize nel 2007 scrisse «che ben poche opere di filosofia possono dare un’impressione di sterilità così opprimente come la Dialettica negativa», e nessuno tra coloro che hanno prestato fede a tale opera stenta a crederlo, per aver pagato sulla propria pelle i suoi effetti venefici.
      E aggiungiamo noi che ben poche musiche come quella dodecafonica, esaltata da Adorno ad libitum, possono imprimere all’ascoltatore una certezza di sterilità così opprimente, e vieppiù, l’analisi furiosamente condotta da Adorno contro il jazz, per adombrarvi le peggiori peculiarità, può essere stigmatizzata proprio con un’affermazione cara allo stesso Adorno: “il tutto è falso”.
      Adorno fu un falsificatore nel tratteggiare l’universo jazz.
      In Prismi, Adorno vi inscrive un saggio del 1953 (ma che prese le mosse da un analogo saggio apparso nel 1936 nella “Zeitschrift für Sozialforschung”) intitolato “Moda senza tempo. Sul jazz” in cui si scaglia con un livore inaudito contro questa musica.
      Già dall’incipit le cose si mettono male, caratterizzate da un vero e proprio pregiudizio verso questa musica. Pregiudizio che in bocca ad Adorno, dovrebbe suonare come una colossale dissonanza. Eppure niente di questo accade. Anzi.
      Bizzarro per uno come Adorno che ha dedicato una vita alla critica del pregiudizio.
      Ma sentiamo cosa scrive: «[…] il jazz è una musica che, con una struttura melodica armonica metrica e formale elementarissima combina lo svolgimento musicale a partire da sincopi in qualche modo irritanti che non scalfiscono però mai l’ottusa uniformità del ritmo fondamentale, né i tempi sempre identici, i quarti. […] Il jazz è un manierismo dell’interpretazione. […] non si compone veramente del jazz ma ci si limita a ritoccare la musica leggera, i più vuoti prodotti dell’industria delle canzonette. […] Quindi le cosiddette improvvisazioni si riducono a perifrasi delle formule fondamentali e lo schema riappare ad ogni tratto sotto il velo. […] Nessun brano di jazz conosce, dal punto di vista musicale, la storia, tutte le sue parti sono smontabili e rimontabili, nessuna battuta consegue da una logica di sviluppo: così questa moda senza tempo diventa l’immagine d’una società pianificata e congelata non tanto lontana dal raccapricciante Brave New World di Huxley».

  10. Io allora ero un ragazzo , ma capii subito che l’ obbiettivo era il generale. Quello che non ho mai capito è perché quando fu poco dopo tradito dal suo partito nel referendum sulla regionalizzazione si dimise invece di fare una strage dei traditori. Forse l’ uomo deI rothshild gli fece una “proposta che non poteva rifiutare”.
    E qui viene il peccato originale del gollismo e la causa della sua fine una volta arrivato “a scadenza”: l’ essersi dovuto alleare con i rothshild per lo scopo comune di liquidare i partiti popolari di massa.
    E qui emerge anche il limite di TUTTI i “demiurghi” di doversi alleare con una parte dell’ establishment per potere arrivare al potere; col risultato poi di esserne eterodiretto e/o eliminato a tempo debito.
    Uno solo mi risulta sia riuscito a sfuggire a questa trappola : lenin, ma solo forse anche perché è morto presto e nel caos successorio L’ outsider stalin ha colto l’ occasione di far fuori l'” uomo dei rothshild ” del bolscevismo.

  11. Calogero il said:

    Complimenti Federico ,con questa analisi ti sei superato . Io ho vissuto e subìto quegli anni di casino . Da giovinotto ingenuo, con una idiosincrasia verso i sinistroidi, disprezzavo quelle “ribellioni” che , senza conoscere i motivi, intuivo non fossero spontanee ma organizzate. Oggi a distanza di 50 anni, grazie a Te, ho la spiegazione delle mie intuizioni . Ricordo la rai tv in bianco e nero , che descriveva De Gaulle come un militare paranoico e propagandava avversione verso di Lui. Lo stesso trattamento in seguito, per altri motivi, la rai lo fece con Mons. Lefebvre,anche Lui francese , che non voleva piegarsi al falso “vento di rinnovamento del Concilio”.

  12. Germano il said:

    Ottimo post, complimenti Federico.
    In tempi contemporanei hanno utilizzato altri metodi per evitare sul nascere ogni eventuale asse Parigi-Mosca. Da un certo punto di vista hanno imparato la lezione. Christophe de Margerie docet.

  13. Hero of Sky il said:

    https://www.youtube.com/watch?v=92c7csA7XuQ Oggi quel cretino di Cerasa, direttore di un noto giornaletto neocon, ha detto che la Lega ha proposto il referendum sull’euro. Ovviamente non è mai avvenuto e a quanto mi risulta hanno sempre ribadito come la Costituzione lo impeidsca, me evidentemente pur di gettare fango sull’avversario si ricorre anche alle bufale…

  14. Torquemada il said:

    Come twittato da Federico, Pif ha rivolto un appello per il raggiungimento di una coalizione M5S-PD.

    Niente di nuovo sotto il sole ! Questo Pif, con i suoi documentari https://www.youtube.com/watch?v=BHl7p-iI5dY aveva più volte manifestato la sua anima filo-global/neocon .

    P.s. I tasselli vanno al loro posto. Il puzzle si compone. Grazie Dezzani !

  15. Cinà il said:

    Con questa analisi di Dezzani si sono chiariti molti interrogativi, per me, senza risposta delle vicende del ’68. Cos’altro aggiungere:
    Ci vorrebbe un politico del calibro di De Gaulle in Italia e uno come Dezzani alla Farnesina 😉

  16. Guido il said:

    Articolo ottimo e documentato, con alcuni particolari che ignoravo. Poichè ho vissuto quei tempi, vorrei aggiungere qualche osservazione che può meglio definire il “contesto” nel quale si muove l’articolo.
    1) L’Università del tempo era fatta da pochi studenti- tutti molto “borghesi” come nascita- e dediti agli studi ed alle letture. L’ambiente era immerso nei problemi politici di allora: essenzialmente la guerra del Vietnam – che ci costringeva a lunghe escursioni – ricordo un viaggio da Torino a Milano – per partecipare alla ennesima “marcia della pace” organizzata dal PCI. Obbligatorio nella nostra facoltà di architettura lo studio di Marcuse- ricordo di averlo letto come la Bibbia- un libretto di circa 400 pagine, edito da Mondadori(?) di basso costo, circa 1000 lire di allora . Ancora le “occupazioni” delle facoltà, ed il mito di mettersi a capo della classe operaia per raggiungere la “rivoluzione”. Naturalmente queste rivolte erano tutte all’interno di grandi città, non certo nei paesi di provincia. Diciamo che la rivoluzione era a Torino, Milano, Roma, Bologna, forse Firenze…non certo al Sud. Così i baroni universitari di allora, si trovarono spiazzati dal fatto di avere i figli nei gruppi loro oppositori e calarono subito le brache…
    Certamente l’Ambasciata cinese interveniva nella diffusione nelle Università di Torino del libretto rosso di Mao, quello dei “Cento Fiori” che veniva regalato a tutti. Era rivestito di una plastica rossa, ed aveva una carta di riso bellissima. Veramente molto gradevole.
    Faccio dell’autoironia. Giocavo allora al Circolo del bridge, ed avevo all’occhiello della giacca lo stemma col volto di Mao, e terrorizzavo le signore del Circolo, dichiarando che giocavo il sistema di Bridge “I cento Fiori”, che tenevo in tasca.Loro ci credevano anche…
    Comunque fino al 68-69 la rivoluzione era molto borghese e molto e molto spontanea. Poi, il sistema andò in vacca – perchè le occupazioni divennero essenzialmente a scopo di evoluzione dei costumi sessuali – e l’arrivo delle Brigate Rosse, trasformò le cose in tragedia.
    2) Circa De Gaulle , vorrei ricordare ad onore dell’uomo, che era nato nell’800. Quindi non poteva non sperare di riannodare quei fili per la nascita di un’Europa ancien regime. Purtroppo, come vediamo al giorno d’oggi, la guerra era stata persa dall’EUROPA, non dalla Germania. Non c’erano vincitori in Europa, nè la Francia, nè l’Inghilterra. Tutti avevano perso il loro capitale politico, fuorchè la Russia.
    Bravo Federico. Solo ripassando la storia, si capiscono meglio i movimenti sottostanti, che allora non ci erano chiari…

  17. Cinà il said:

    In questo teatrino sul futuro governo italiano, dobbiamo registrare questo intervento di Steve Bannon che non credo sia casuale o sfuggito casualmente.
    Dezzani, dal suo punto di vista, continua ad essere certo che questa ormai evidente sfida tra “i populisti” e Mattarella (con tutti i nani e ballerini dei poteri della sinistra liberal) la vinceranno i secondi?
    Dal “Giornale” : (…) L’ex guru di Trump, colui che ha dato linfa alla “destra alternativa” americana, spregiativamente bollata dagli avversari come “populista”, si sofferma sulla politica italiana.

    Lo fa con un’intervista al direttore de La Stampa, Maurizio Molinari. “Salvini e Di Maio? Il mio sogno è di vederli governare assieme”, dice Steve Bannon senza esitazioni. “Sono espressioni diverse dello stesso fenomeno e superano, assieme ad altre formazioni minori, la metà dei votanti”.

    L’ideologo dell’ultra destra Usa esprime le proprie considerazioni facendo un tifo sperticato per il leader della Lega, dimenticando, però, che è l’intera coalizione del centrodestra, guidata da Berlusconi, ad aver preso più seggi di tutti. “Se Salvini governerà con i cinquestelle – osserva Bannon – sarà lui la forza trainante, se Salvini resterà all’opposizione potrà rivendicare il merito di aver sconfitto i corrotti come Berlusconi, se vi sarà un governo di unità nazionale sarà sempre Salvini ad imporre gli obiettivi a cuore al ceto medio. Nel futuro d’Italia c’è la Lega, che strapperà voti al Sud ai cinquestelle grazie alle posizioni sui migranti”.

    Bannon non nasconde di preferire il leghista fra i due capi politici che si sono affermati alle ultime elezoni. “Il leader della Lega rappresenta il Nord, ovvero tre quarti del Pil nazionale, mentre il leader Cinquestelle propone il reddito di cittadinanza, una versione dell’economia sussidiata, che manderà in fallimento le casse pubbliche in meno di due anni”. Uno scenario, questo, che secondo Banon potrebbe trasformare l’Italia nella “forza trainante del nazional populismo”, perché “siete più creativi di britannici, francesi e tedeschi, siete una nazione abituata a produrre grandi cambiamenti”.

  18. Lochlomond il said:

    E dopo la Slovacchia, tocca all’Austria?

    “Strani accadimenti a Vienna: poliziotti armati, inviati dalla Procura anticorruzione, hanno fatto irruzione negli uffici dei servizi segreti, ufficialmente alla ricerca di documenti su presunti “traffici con la Nordcorea e col Kazakistan”. Gli inquirenti però fanno sapere di aver sequestrato anche i dossier su gruppi estremisti, tra cui le “Burschenschaften”, associazioni studentesche da cui proverrebbero molti esponenti del governo….
    Ancora una volta la “lotta alla corruzione” viene usata come strumento geopolitico per riallineare i governi “sgraditi”, come potrebbe esserlo diventato quello austriaco dopo la vittoria delle destre, e le nette posizioni sul tema migranti (e UE)?

    NB ricordiamo che una delle prime imbeccate al pubblico sul ruolo delle associazioni della galassia Soros nell’ondata migratoria “spontanea” del 2015 è arrivata proprio dalla rivista Info-DIREKT, si dice, vicina ai servizi austriaci. Coincidenze?”

    https://www.facebook.com/cronachedeitempiultimi/posts/1604451882984297

    http://diblas-udine.blogautore.repubblica.it/2018/03/12/uomini-della-polizia-perquisiscono-la-sede-dei-servizi-segreti-a-vienna/

  19. Federico Dezzani il said:

    Norme di comportamento: i messaggi contenti solo un collegamento esterno, senza commenti o introduzioni, saranno automaticamente cancellati.

    • Hero of Sky il said:

      Ok, Dezzani, in effetti avrei dovuto scrivere che intendevo far notare come le tempistiche previste nell’articolo siano le stesse previste da te

  20. Daniela il said:

    Ottimo lavoro, molto verosimile.
    In effetti Andreotti diceva di amare così tanto la Germania, da desiderarne due.

  21. Paolo il said:

    Grazie anche per questo splendido articolo. Caro Dott.Dezzani, quali libri, in italiano o in francese, potrebbe segnalarci a proposito delle origini massonico-gnostiche della finta rivoluzione culturale del ’68?

    • RECENSIONE AL TESTO Il ’68, magia, veleni e incantesimi, edito da Solfanelli:

      equilibrato completo profondo
      Dadormouse il 28 dicembre 2017 su http://www.amazon.it

      […] affrontare un fenomeno culturale profondo e complesso come il sessantotto non è facile; Fabbroni ha la sua idea, molto particolare e chiara, e la sostanzia con ragionamenti sensati e profondi, dati a supporto, e soprattutto uno stile tra il saggio sociologico di grande spessore e la ricostruzione storica, che è la dote migliore del testo. Complimenti.

  22. diego il said:

    bravissimo Federico.aggiungo quanto dice Hobsbawn “la rivoluzione culturale degli anni 60 70 puo’ essere intesa come il trionfo dell’individuo sulla societa’ o piuttosto come la rottura dei fili che avevano tenuto avvinghiato l’individuo al tessuto sociale.era l’anarchismo molto piu’ del marxismo,allora di moda, che corrispondeva alle effettive idee della maggior parte dei giovani ribelli degli anni 60 e 70”. (Anche se molti marxisti cercarono di cavalcare l’onda rivoluzionaria pensando che fosse giunto il momento tanto atteso della rivoluzione proletaria).la massimizzazione del profitto privato in economia e l’assolutizzazione del desiderio individuale nella societa’ sono due facce della stessa medaglia,come dimostra il fatto che giungono al medesimo e grottesco risultato:la mercificazione dell’umano come traguardo finale del desiderio individuale illimitato e del liberalismo assoluto. come giustamente rileva Blondet i grillini hanno votato compatti su tutta la serie di leggi radical-libertarie dettate da washington e bruxelles, segno che prendono ordini da un direttivo perfettamente allineato ai valori del mondialismo ultra liberista.

  23. Hero of Sky il said:

    Mi spiace, Dezzani, ma questa volta (mi riferisco all’affaire Tillerson) non sono d’accordo con lei. Per quanto non mi stesse particolarmente simpatico, per usare un eufemismo, bisogna riconoscere a Tillerson di aver frenato finora ogni tentativo di attacco militare, che sia alla Corea o all’Iran. Pompeo invece è un falco della peggior specie (in confronto Powell è un agnellino) e credo che questo sia un passo in avanti verso la guerra con il blocco russo-cinese. Lei che ne pensa?

  24. Omero il said:

    A me che il 68 l’ho conosciuto solo nei libri di scuola, questo articolo mi ha chiarito molti aspetti che ignoravo.
    Dezzani, cortesemente, mi piacerebbe leggere una sua analisi su quello che sta sucedendo in Slovacchia. La prego di prendere in considerazione questo argomento per uno dei suoi post. grazie
    Saluti

  25. Estersandro il said:

    Come è possibile che un “nocciolo di professionisti” riesca ad organizzare un evento di tale portata? Devono essere stati in molti. Forse ci sono in giro dei “memoriali” o delle “autobiografie” o delle confessioni da pentiti, dalle quali si possa capire come è andata. Mi piacerebbe poter approfondire questo aspetto.

  26. Mihai Podeanu il said:

    Par condicio: “incarichi speciali ” del Pavel Sudoplatov (Cayoacan 21 agosto 1940…).
    Grazie dell’ospitalità Dezzani.

  27. I miei complimenti dottore, perché oltre alla qualità, Lei scrive senza livore,
    senza cioè sedurre i lettori verso modalità divisive. Roba rara.

  28. Pasha il said:

    Caro Dezzani, leggevo oggi quest’articolo (http://www.ilgiornale.it/news/politica/mappa-aggiornata-dei-gruppi-antagonisti-torino-i-pi-violenti-1506679.html) sulla mappa aggiornata degli “antifa de ‘noantri”, e mi è venuta una curiosità (della serie “a pensar male” con quel che andreottianamente segue): ma se confrontassimo la mappa di questi “utili idioti 2.0” con quella della presenza militare dei nostri transoceanici “partners” (usando questo termine come fa il buon Putin e quindi con tutta una serie di accezioni assai diverse da quella originale), ebbene, non è che magari le due mappe sarebbero in gran parte sovrapponibili? Se qualcuno (magari proprio lei) avesse voglia e soprattutto tempo di fare questo controllo…

I commenti sono chiusi.