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Il gioco dell’inflazione

 

Mentre il mondo deve ancora smaltire i postumi del Covid e dell’annessa crisi economica, una nuova minaccia si prospetta all’orizzonte: l’inflazione, il rialzo generalizzato dei prezzi di materie prime, semilavorati e prodotti finiti. Pur tenendosi molto lontana dai livelli, a due cifre, degli anni ‘70, la presunta minaccia dell’inflazione deve essere attentamente monitorata. Il surriscaldamento dei prezzi fornirebbe infatti il pretesto alle banche centrali, FED in testa, per un rialzo dei tassi di sconto: l’enorme marea di liquidità immessa sui mercati azionari e obbligazionari rifluirebbe verso la fonte, gettando il caos sui mercati e aprendo, dopo il Covid, una nuova fase della “guerra ibrida”.

Autunno caldo?

Il Leviatano coincide col capitalismo finanziario speculativo: le potenze marittime anglosassoni controllano la maggior parte dei capitali mondiali (la borsa americana capitalizza da sola 5 volte quella cinese) e li impiegano per fini geopolitici. Non il profitto, ma il potere, è l’ultimo fine del capitalismo anglosassone. Ogni movimento dei mercati finanziari, dei prezzi, dei tassi di sconto deve essere perciò tenuto a mente da chi voglia avere una visione davvero completa dello scacchiere internazionale: ed è il motivo per cui, agli inizi del giugno 2021, scriviamo di inflazione.

Sia detto subito chiaramente: l’inflazione è e dovrebbe rimanere l’ultimo dei problemi del mondo “post-Covid”. Le ferite economiche e sociali inflitte dalla pandemia sono tali che nessun uomo di Stato o banchiere dovrebbe nei prossimi mesi ed anni preoccuparsi del rialzo generalizzato dei prezzi, non solo perché la cosiddetta “ricostruzione” dovrebbe avere la precedenza assoluta su qualsiasi altra considerazione, ma anche per due ragioni di fondo: il clima di fondo dell’economia occidentale rimane deflattivo (a causa delle politiche di austerità e del potere sempre maggiore del capitale sul fattore lavoro) e l’Occidente è sopravvissuto, ed anzi ha prosperato, in climi ben più inflazionistici di quelli attuali (con un rialzo dei prezzi tra il 2 ed il 4%). Basta ricordare gli anni ‘70, quando l’inflazione viaggiava tra il 10 ed il 20%. Senonché, come si è detto, i mercati finanziari sono un’arma e tutto lascia supporre che l’inflazione, agli inizi dell’estate 2021, rientri in un’ampia manovra destabilizzante delle potenze anglosassoni o, per usare una formula che sta riscontrando molto successo di questi tempi, in una nuova fase di quella guerra ibrida avviata sulla fine del 2019, proprio con la diffusione del Covid-19.

Si cominci col dire che  l’ambiente economico occidentale, dalla Grande Recessione in avanti, è deflattivo: ciò ha consentito alle banche centrali, Federal Reserve in testa, di osare ciò che un tempo sarebbe stato inimmaginabile. Portare il costo del denaro a zero (febbraio 2009 per la FED) ed inondare il mercato azionario ed obbligazionario di liquidità: azioni che schizzano alle stelle e rendimenti dei titoli obbligazionari, anche spazzatura, che piombano al suolo. Tra l’estate del 2017 e quella del 2019, la FED attua una timidissima stretta monetaria, portando il tasso di sconto dallo zero al 2%: poi il Covid, i confinamenti, la caduta senza precedenti dell’attività economica e quindi, nuovamente, i tassi a zero. Tra i primi mesi del 2020 e la primavera del 2021 si assiste così ad un paradosso: le economie occidentali non hanno ancora smaltito i postumi della pandemia ed i governi, messi di fronte ad un’emergenza senza precedenti, accumulano disavanzi di bilancio senza precedenti, eppure i mercati azionari inanellano record storici e le obbligazioni, anche quelle più scadenti, continuano a pagare rendimenti irrisori. Quo usque tandem?

Finché i tassi di sconto delle banche centrali rimangono a zero: qualsiasi stretta monetaria, infatti, provocherebbe un immediato deflusso di capitali da azioni ed obbligazioni, mettendo innanzitutto in gravissima difficoltà i debitori che hanno accumulato enormi disavanzi di bilancio per fronteggiare il Covid e vantano un cattivo o pessimo giudizio sui propri titoli obbligazionari. Entra quindi in campo l’inflazione: un surriscaldamento dei prezzi è, infatti, abitualmente combattuto con strumenti finanziari (ne esistono, in realtà, anche di economici ed industriali, come ad esempio la razionalizzazione della produzione e della distribuzione o la lotta alla speculazione), innalzando i tassi. L’inflazione del 2021 ha una duplice natura: in parte è dovuta al “risveglio” dei consumatori che si gettano simultaneamente sugli stessi beni, in parte è dovuta alle distruzioni operate dal Covid sul sistema economico (si pensi, ad esempio, ai tagli operati alle ricerche petrolifere nel 2020). Come si è detto, è inoltre un’inflazione modesta e benigna, che non dovrebbe minimamente alterare le politiche di ricostruzione economica. Il rischio dell’inflazione, la prospettiva di un’inflazione sempre maggiore, potrebbero però fornire alla FED il pretesto per il rialzo dei tassi: ciò sancirebbe l’inizio di una nuova fase della guerra ibrida che il mondo sta vivendo, con immediate ripercussioni sopratutto nell’eurozona. Con un rapporto debito/PIL salito in un anno al 160% ed un rating quasi “spazzatura”, l’Italia è l’anello debole dell’eurozona ed è sensibilissima a qualsiasi variazione dei tassi. Interessi bassi, vita. Interessi alti, default.

Come durante i mesi più duri della pandemia, gli interessi di Cina e Italia coincidono: mantenere stabili i prezzi ed evitare choc sui mercati finanziari mondiali. Pechino, infatti, ha annunciato a metà maggio severe misure interne per fermare il rialzo dei prezzi interni, materie prime in testa, e mantenere quindi la stabilità dei prezzi mondiali, forte della sua posizione di “fabbrica del mondo”. Si vedrà se i provvedimenti cinesi sono sufficienti: la fragilissima Italia, nel frattempo, trema.