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Coronavirus, atto II: processo alla Cina?

Mentre il Coronavirus tocca il suo apice negli Stati Uniti e ovunque nel mondo si iniziano a contare i danni economici prodotti dal blocco dell’economia, si fa avanti una minacciosa tendenza: accusare la Cina dell’epidemia e cercare di imputarle i costi e le responsabilità del disastro economico-sociale. Qualora la tendenza si consolidasse, si assisterebbe al secondo atto del dramma Coronavirus: la frammentazione del sistema internazionale in Paesi pro e contro la Cina. Le similutidini con l’attacco chimico siriano del 2013.

Stati Uniti: untori e accusatori

Appare sempre più evidente, man mano che si comprendono gli effetti economici e finanziari dell’arresto forzato dell’economia mondiale, che la crisi generata dal Coronavirus non sarà passeggerà, ma, al contrario, porrà le basi di una nuova fase storica: il precipitare del petrolio sotto i 10 dollari al barile, lo spettro di una recessione mondiale peggiore di quella sperimentata dopo il crack del 1929, il rischio che occorrano anni, se non decenni, a ripristinare i flussi commerciali distrutti, lasciano presagire che il mondo si diriga verso uno nuovo scenario, all’insegna del nazionalismo e del protezionismo. Soprattutto, l’epidemia di Coronavirus, scoppiata nel primo trimestre del 2020, può essere interpretata come l’avvio di una guerra tra Cina e potenze marittime anglossassoni: guerra certamente ibrida, col concreto rischio che evolva però in calda da un momento all’altro.

Al primo manifestarsi dell’epidemia in Cina, avevamo classificato l’evento come esempio di guerra non convenzionale ai danni di Pechino: inoculando il virus in Cina, gli angloamericani puntavano a paralizzare l’economia dell’avversario, indebolire la leadership di Xi Jinping, destabilizzare la società cinese nella speranza che l’intera struttura politica vacillasse. Nelle settimane successive, avevamo allargato lo sguardo, evidenziando come il Coronavirus corrispondesse ad una precisa logica geopolitica: epicentro mediorientale dell’epidemia era l’Iran, la cui destabilizzazione è in cima alle priorità dell’amministrazione Trump sin dal suo insediamento, mentre epicentri europei del virus erano e sono Italia e Spagna, due grandi Paesi periferici dell’eurozona che, portati al collasso finanziario, possono causare il crollo dell’intera struttura europea. Con un azzeccato parallelismo con la Seconda Guerra Mondiale, abbiamo definito l’attacco all’Italia come “pheripheral strategy”, ossia l’attacco al continente dal “ventre molle” meridionale.  Qualsiasi avvenimento intercorso tra le nostri analisi ed oggi non ha fatto altro che confermare la correttezza delle nostre analisi, basate su considerazioni squisitamente geopolitiche. Avevamo parlato di attacco biologico alle regioni del Nord prima che l’esercito italiano reputasse opportuno chiamare in Italia i massimi esperti stranieri di guerra batteriologica: si noti, non americani, ma russi. Avevamo parlato di un attacco condotto con perizia militare mirante a piegare l’economia e mettere in ginocchio le finanze del Paese e tutto lascia oggi supporre che l’Italia sarà l’epicentro della prossima crisi finanziaria europea. Avevamo infine parlato sin dall’inizio del rischio che, portando a compimento le dinamiche del 1992, l’Italia andasse incontro ad una crisi tale da mettere a repentaglio l’unità nazionale: ogni giorno che passa le forze centrifughe difatti aumentano e sulla stampa prezzolata la parola “secessionismo” è sempre più ricorrente.

Attorno alla metà di aprile è emersa però una tendenza che lascia supporre una svolta nel dramma del Coronavirus: un secondo atto che fa intendere minacciosi sviluppi. Mentre, infatti, gli angloamericani attendono che la crisi economica-finanziaria produca tutti i suoi nefasti effetti in Europa, il focus mediatico-politico torna sulla Cina, questa volta non più come focolaio della malattia ma come “responsabile” del collasso economico che sta vivendo il mondo. Sono di questi giorni, infatti, le pubbliche accuse di Donald Trump a Pechino, definita come “knowingly responsible” per la diffusione del virus: sono accuse pesantissime, che possono trovare un terreno molto fertile tra l’elettorato americano, piegato dalla recessione e dalla disoccupazione di massa, cui è facile vendere un nemico esterno, per di più asiatico e socialista. Le accuse di Trump e del partito repubblicano, sono state rafforzate dagli articoli dell’ufficioso Washington Post e da servizi della popolare Fox News, che, citando fonti di sicurezza anonime, indicano il laboratorio biologico di massima sicurezza di Wuhan come l’epicentro iniziale dell’epidemia: la palla è stata colta al balzo dal Segretario di Stato americano, l’ex-CIA Mike Pompeo, che, intervistato dalla Fox, ha chiesto pubblicamente alla Cina di poter accedere al sullodato laboratorio. Subito la “notizia” del centro di ricerche cinese come origine dell’epidemia è stata ripresa da tutti i media europei subalterni agli interessi atlantici, che si chiamino Le Figaro o Bild. Da quanto sta avvenendo, sembra di rivivere le bollenti giornate dell’agosto 2013, quando il mondo fu tenuto col fiato sospeso dall’attacco chimico di Ghouta, inscenato per consentire alle potenze occidentali di lanciare una massiccia campagna aerea contro la Siria di Bashar Assad: il quadro è oggi molto più fosco, perché chi è accusato di un “incidente batteriologico” non è la Siria, ma la prima economia mondiale, forte di 1,4 miliardi di persone e dotata di armi nucleari.

Ricapitoliamo i fatti: gli angloamericani, forse in occasione dei Military World Games di Wuhan dell’ottobre 2019, liberano il Coronavirus in Cina. Simultaneamente, o quasi, lo propagano in tutti Paesi che, in modo o nell’altro, rientrano nella loro strategia di destabilizzazione dell’Eurasia (Corea del Sud, Iran, Italia, Spagna, etc.); nulla fanno per tenere il virus al di fuori dei propri confini, perché il collasso dell’economia, la disoccupazione e la paura sono un ingrediente indispensabile per “nazionalizzare” l’opinione pubblica e orientarla contro la Cina, “consapevolmente responsabile” dell’epidemia. Gli ufficiali ed i media americani diffondono infatti il messaggio che gli USA sono attacco e che il Paese sta vivendo una nuova “Pearl Harbor” o un nuovo “9/11”. A questo punto, un po’ alla volta, Washington ed i Paesi del Five Eyes (si noti l’immediata reazione dell’Australia in coordinazione con gli USA) puntano il dito contro la Cina, alzando i toni e dipingendola come la colpevole della crisi che ha causato tante sofferenze umane e, soprattutto, il collasso dell’economia mondiale. Gli sviluppi sono facilmente prevedibili.

L’attacco chimico di Ghouta del 2013 portò ad un crescente coinvolgimento di Russia ed Iran nella guerra siriana, creando due blocchi contrapposti, uno atlantico-saudita ed uno russo-sciita, che si fronteggiavano indirettamente nel Paese mediorientale. Allo stesso modo, il “virus cinese”e l’accusa che Pechino sia la responsabile della diffusione dell’epidemia sono probabilmente funzionali alla polarizzazione del sistema internazionale in Stati pro e contro la Cina: potenze marittime anglosassoni ed alleati regioni (l’India di Modi sembra essersi candidata per la missione) cercheranno di costruire un cordone politico-economico-militare attorno alla Cina sfruttando proprio il Coronavirus. La Russia di Putin, come nel caso della Siria nel 2013, ha già espresso la sua contrarietà a qualsiasi tentativo di addossare alla Cina le responsabilità dell’epidemia, attraverso la trovata mediatica del “virus fuoriuscito dal laboratorio segreto di Wuhan”.