Colpo di Stato in Brasile: il gioco si fa duro

È un Senato tenuto sotto scacco dalla magistratura e dimezzato dalle accuse di corruzione quello che il 31 agosto ha votato la destituzione del presidente Dilma Roussef. Motivo ufficiale del processo di impeachment: il ricorso alle “pedaladas”, voci di spesa non coperte dalla legge di bilancio. Si conclude così il vero e proprio colpo di Stato con cui Washington ha defenestrato la Rouseff per sostituirla con lo scialbo e ricattabile Michel Temer, ex-presidente del Movimento Democrático Brasileiro, coinvolto fino al collo nello scandalo Petrobas. L’obiettivo del golpe, riacquistare il pieno controllo dell’emisfero occidentale e restringere i BRICS al duo Russia-Cina, è chiaro. L’intervento a gamba tesa contro il più popoloso Paese sudamericano indica però anche che la tensione internazionale ha raggiunto il livello di guardia.

Come suona “Mani Pulite” in portoghese?

Per un colpo di Stato che riesce, uno fallisce: è una legge della politica? Difficile a dirsi. Possiamo solo registrare che il golpe in Turchia si è concluso con un clamoroso fallimento, che ha rafforzato, anziché indebolire, l’autocrazia di Recep Erdogan ed ha sortito l’effetto di riavvicinare Ankara a Mosca, mentre quello in Brasile, la solita variante mediatico-giudiziaria del classico golpe militare, è stato coronato dal successo, con la defenestrazione di Dilma Rousseff e l’insediamento di un presidente debole e ricattabile, Michel Temer.

Da quando la Federal Reserve ha portato il saggio di risconto a zero, da quando il debito pubblico americano ha superato il 100% del PIL, da quando sono emerse nuove potenze pronte a subentrare all’agonizzante impero angloamericano, il clima si è fatto incandescente: piazze arabe in ebollizione, terrorismo islamico alla ribalta, moria di aerei civili, guerra civile in Est-Europa, riesumazione della Cortina di Ferro, colpi di Stato a ripetizione e tanto altro ancora.

Ci siamo divertiti in passato a disegnare una cartina del mondo prima e dopo la bancarotta di Lehman Brothers, evidenziando come da allora è stato un fiorire ovunque di crisi economiche, politiche e militari.

Nel nostro primo articolo sul colpo di Stato in atto in Brasile, paragonammo la situazione attuale a quella degli anni ’70, quando il disastro in Vietnam e l’impossibilità per l’economia americana di reggere ulteriormente il sistema monetario di Bretton Woods, indusse Washington ad “incendiare” il globo: furono gli anni del terrorismo rosso e palestinese, dello choc petrolifero, dei colpi di Stato in Sud America, delle sanguinose guerre africane, etc. etc. Diffondendo il caos nella periferia dell’impero e destabilizzando alcune regioni strategiche, Washington riuscì allora a preservare la supremazia mondiale, fino alla “Grande Recessione” del 2009. Le probabilità che l’operazione abbia ancora successo sono minime e ciò, continuavamo nell’articolo, rende le oligarchie atlantiche paradossalmente più pericolose, perché pronte a tutto.

Solo la disperazione può indurre, infatti, Washington a lanciarsi in due colpi di Stato in successione: un membro NATO, la Turchia, ed il peso massimo dell’emisfero australe, il Brasile. Contro Recep Erdogan, perché diventato improvvisamente d’intralcio per il piano di balcanizzazione del Medio Oriente, e contro Dilma Rousseff, perché fautrice di una politica svincolata da Washington: non è un caso se la Nuova Banca dello Sviluppo, l’istituto con cui i “BRICS” progettano di archiviare il duopolio FMI-Banca Mondiale, sia nato proprio in terra carioca, al vertice di Fortaleza del luglio 2014.

In Turchia, dove il potere di Erdogan era più saldo e il controllo esercitato sull’apparato statale più ferreo, si è ricorso al classico putsch militare; in Brasile, annoverabile a pieno titolo tra le “democrazie” occidentali, si è ricorso invece al consueto scandalo mediatico-giudiziario, di cui l’Italia è tristemente esperta dai tempi di Mani Pulite.

Nel nostro precedente articolo, risalente allo scorso aprile, fermammo l’analisi alla nomina di Luiz  “Lula” da Silva a Ministro-Chefe da Casa Civil: la mossa è pensata da Dilma Rousseff per sottrarre il suo padrino politico alla giustizia ordinaria, salvandolo così dall Operação Lava Jato (Operazione Autolavaggio) che sta scuotendo alle fondamenta la politica brasiliana. A condurre l’inchiesta, che verte attorno ai finanziamenti illeciti elargiti dal colosso petrolifero Petrobas ai partiti brasiliani (stesso copione della maxi tangente Enimont alla base di Mani Pulite) è il giudice federale Sergio Moro, formato dai programmi di studio del Dipartimento di Stato americano1 e fedele esecutore delle direttive statunitensi (proprio come nel 1992 esisteva un legame diretto tra il pool di Mani Pulite ed il consolato americano a Milano2).

Lo scandalo Petrobas lambisce Lula ed il Partito dei Lavoratori, ma evidentemente né la magistratura, né il Dipartimento di Stato americano, posseggono la “pistola fumante” con cui incriminare la Rousseff, costringendola a quelle dimissioni che sono il vero obiettivo dell’operazione. Parallelo, cosi, allo scandalo Petrobas ed all’inchiesta del giudice Sergio Moro, parte un attacco diretto contro la presidenza di Rousseff: nell’ottobre del 2015 la Corte di Conti federale apre il varco da cui sarà sferrato l’attacco letale, bocciando il bilancio federale per la prima volta in 80 anni. L’accusa, nello specifico, è quella di aver fatto ricorso alle cosiddette “pedaladas”, voci di spesa non previste dalla legge di bilancio e quindi non autorizzate dal Congresso: la Rousseff rischia l’impeachment, benché non abbia agito diversamente dai suoi predecessori che fecero ampio uso di queste spese extra-bilancio.

Le sorti della Rousseff sono quindi legate non all’azione della magistratura, ma ad un voto parlamentare ed è qui che rientra in scena lo scandalo Petrobas: il Senato chiamato a decidere le sorti del Presidente è tenuto sotto scacco dalla magistratura, pronta a procedere con le indagini qualora il processo d’impeachment non prenda la direzione auspiscata.

Il quotidiano Folha de Sao Paulo pubblica, infatti, una conversazione riservata dove il senatore Romero Jucá ammette alla controparte che l’unico modo per bloccare l’inchiesta Petrobas è defenestrare la Rousseff, barattando la testa del presidente con la sospensione dell’Operazione Autolavaggio che sta falcidiando il mondo politico brasiliano3. Lo scambio è giudicato evidentemente equo e, il 12 maggio, il Senato, dopo una seduta-fiume di 22 ore, vota a favore della procedura di impeachment: la Rousseff, che non esita a definire la manovra come un “vero golpe”, è sospesa dalla carica, in attesa che l’assemblea esprima un verdetto definitivo entro 180 giorni.

Le subentra il suo vice, Michel Temer, già presidente del Partido do Movimento Democrático Brasileiro (PMDB) e suo vecchio alleato di coalizione, prima di essere etichettato dalla stessa Rousseff come il “traditore” che ha orchestrato il colpo di Stato. Il PMDB, si ricordi, nasce come partito d’opposizione fittizia ai tempi della dittatura militare sostenuta dagli USA e, grazie alla sua famigliarità con il sistema di potere brasiliano, figura tra le formazioni politiche più coinvolte nello scandalo Petrobas. Filo-atlantico e ricattabile, il PMDB è quindi la formazione ideale per riportare docilmente il Brasile nell’orbita americana. È facile tessere un parallelismo con il PCI-PDS, risparmiato dal pool di Mani Pulite che si ferma al compagno Primo Greganti perché partito “prescelto” da Washington per gestire lo smantellamento dell’economia mista e l’ingresso dell’Italia in Europa a condizioni capestro: la CIA, sicura che saranno gli ex-comunisti a monopolizzare la Seconda Repubblica, compra nei primi anni ’90 per 100 $mln tutti i fascicoli conservati a Mosca sul PCI, così da poter manovrare come marionette i vecchi compagni di Botteghe Oscure4.

Affinché il neo-presidente ed il Senato non si dimentichino di terminare il lavoro e votino per la decadenza definitiva della Rousseff, la tensione è tenuta alta: ben tre ministri del neo-governo di centro-destra sono costretti alle dimissioni a distanza di poche settimane dell’insediamento, travolti dallo scandalo Petrobas, e sullo stesso Temer, accusato da un pentito di aver chiesto finanziamenti illeciti per la campagna elettorale5, pende la spada di Damocle della magistratura. Si arriva così al voto finale: con 61 voti favorevoli e 20 contrari, il 31 agosto il Senato si esprime a favore dell’impeachment per la Rousseff, defenestrata a distanza di soli due anni dalle elezioni, con l’accusa di irregolarità nei bilanci dello Stato. Temer, da presidente ad interim, diventa di conseguenza il 37esimo capo di Stato carioca, nonostante sia palese il suo coinvolgimento nello scandalo Petrobas: Washington ovviamente tace, soddisfatta che la Rousseff, dopo aver tentato invano di impedirne la rielezione alle politiche del 2014, sia stata finalmente spodestata.

Non è una fine. La resistenza si fa con la critica, con il dibattito politico. E’ l’inizio di una lotta” afferma la Rousseff al quotidiano Le Monde, forte delle imponenti manifestazioni che si sono svolte nelle principali città de Brasile, al grido di “Fora Temer!”, e della solidarietà di alcuni alleati (il Venezuela ha prontamente richiamato l’ambasciatore a Brasilia dopo l’insediamento di Temer). Resta il fatto che il golpe bianco, condotto con una manovra a tenaglia della magistratura e delle più alta cariche istituzionali, si è concluso con successo: a meno che Washington non decida di liberarsene a sua volta, Michel Temer e la sua coalizione di centrodestra governeranno sino al 2018.

Come cambiano, dopo il colpo di Stato carioca, gli assetti sudamericani ed internazionali?

Colpi di Stato senza sosta: verso il punto di ebollizione?

Gli effetti di un golpe si ripercuotono dentro e fuori i confini del Paese: all’interno sono sovente di natura economica, variando il grado di apertura del Paese al “mercato” (leggasi i capitali dell’alta finanza), all’esterno sono di natura geopolitica, cambiando alleanze ed equilibri regionali. In un contesto internazionale relativamente calmo, l’aspetto economico è centrale, mentre in contesto in veloce deterioramento, come quello che stiamo vivendo, le considerazioni di carattere geopolitico prende il sopravvento: furono i rischi di un secondo focolaio filo-sovietico (dopo Cuba), e per di più sul continente, a decretare nel 1973 il colpo di Stato cileno e la fine violenta di Salvador Allende, più che la nazionalizzazione dell’industria del rame e del petrolio.

Così, stante la similitudine di questi periodo con gli anni ’70 del Novecento, le ragioni che hanno spinto Washington a rovesciare la Rousseff, sono di carattere essenzialmente geopolitico.

Certo, la subordinazione della banca centrale brasiliana, il Banco Central do Brasil, al Ministero delle Finanze (la stessa configurazione esistente in Italia sino al divorzio Bankitalia-Tesoro del 1981) dava molto fastidio, e non è azzardato immaginare un intervento di Michel Temer in questo senso. Il neo-presidente brasiliano ha anche promesso di uniformarsi al vangelo dell’austerità tanto caro alle oligarchie atlantiche, perché deprime il valore dei beni reali (terreni, aziende, immobili) a vantaggio dei capitali finanziari. Non è neppure escludibile che la nuova coalizione di governo vari un piano di massicce privatizzazioni, cominciando magari proprio dalla Petrobas, che seguirebbe così le sorti dell’ENI dopo Tangentopoli.

Tuttavia, sono essenzialmente considerazioni geopolitiche ad aver spinto il Dipartimento di Stato americano a rovesciare il presidente carioca.

Come Paese più popoloso e prima economia dell’emisfero australe, nonché potenza continentale, il Brasile è in grado di esercitare un’influenza determinante su tutta l’America Latina: i membri del Mercosur, il mercato comune che unisce i principali Stati sudamericani, ruotano attorno al Brasile, da cui ricevono impulsi economici e politici (significativo è l’appello lanciato dalla Rousseff al Mercosur lo scorso aprile, di sospendere il Brasile nel caso in cui fosse stata costretta alla dimissioni6). Un Brasile inserito a pieno titolo nei “BRICS” e deciso, insieme alla Russia ed alla Cina, a ridisegnare in chiave multipolare gli assetti internazionali, avrebbe condotto quindi con sé il resto del Sud-America, restringendo così l’influenza angloamericana nell’emisfero occidentale al solo Nord-America ed all’Unione Europea.

Il colpo di Stato brasiliano ha sortito l’effetto, almeno momentaneo, di cancellare la “B” nell’acronimo BRICS, circoscrivendo le potenze revisioniste (decise, cioè, a riscrivere gli assetti internazionali in chiave multipolare) al solo continente euroasiatico: sia chiaro, ora e sempre, gli equilibri globali si decideranno sulla massa terrestre che inizia in Cina e termina in Europa, ma non c’è dubbio che un Sud-America fuori controllo rappresentasse una minaccia di primo piano per Washington (c’è da chiedersi se la decisione di procedere col golpe non sia stata presa nell’estate 2015, dopo l’accordo tra Brasilia e Mosca, per la vendita di sistemi d’arma antiaerei7).

Installato Michel Temer al Palácio do Planalto, gli Stati Uniti possono godersi una momentanea vittoria. C’è un però: è risaputo, in fisica come in geopolitica, che ogni azione produce una reazione, ed è poco verosimile che il secondo colpo di Stato orchestrato da Washington in un Paese del G20 in meno di sei mesi (sommandolo a quello soffocato in Turchia) non produca effetti a livello internazionale. A destare allarme è soprattutto la progressione dei Paesi oggetto di un golpe bianco o militare: si è passati dal Medio Oriente ed dagli anelli più deboli dell’eurozona (2011), all’Europa dell’Est (Ucraina 2014), sino ad un peso massimo della NATO strategico (Turchia) ed alla prima economia sudamericana (Brasile).

Qualcuno potrebbe ricondurre questa frenesia americana alla volontà dell’establishment liberal di chiudere una serie di dossier prima delle incerte elezioni presidenziali di novembre, ma non è azzardato collegare gli interventi a gamba tesa di Washington, sempre più avventati ed eclatanti, al rapido deterioramento delle condizioni macroeconomiche. Gli USA marciano spediti verso una nuova recessione8, con i tassi della Federal Reserve schiacciati sullo zero ed un rapporto debito/PIL che è esploso in pochi anni sino al 105%: terreno ignoto, che potrebbe giustificare l’intervento per la “neutralizzazione” preventiva del Brasile di Dilma Rousseff.

 

Proteste contro l’insediamento di Michel Temer

 

1https://www.washingtonpost.com/world/the_americas/brazils-new-hero-is-a-nerdy-judge-who-is-tough-on-official-corruption/2015/12/23/54287604-7bf1-11e5-bfb6-65300a5ff562_story.html

2http://www.lastampa.it/2012/08/29/italia/cronache/cosi-intervenni-per-spezzare-il-legame-tra-usa-e-mani-pulite-tTSX3uC51vAtqfACDDKGUI/pagina.html

3http://www.telesurtv.net/english/news/Brazil-Leak-Corrupt-Leaders-Seek-Protection-with-Coup-20160523-0014.html

4Il Disubbidiente, Francesco Pazienza, Longanesi, 1999, pag. 565

5http://www.bbc.com/news/world-latin-america-36545331

6http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2016/04/23/rousseff-rimossa-chiedero-mercosur-sospendere-brasile_FGS3JOynsVwoDjyMmdO12N.html?refresh_ce

7https://sputniknews.com/military/20150908/1026721379/pantsir-s1-brazil-russia.html

8http://www.cnbc.com/2016/06/21/the-next-recession-is-already-here-and-there-isnt-much-the-fed-can-do-commentary.html

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8 commenti su “Colpo di Stato in Brasile: il gioco si fa duro

  1. Maurizio il said:

    Rispetto agli anni 70, la posizione degli Usa oggi penso sia peggiore. Allora economicamente e finanziariamente la Cina contava poco e stava dentro i blocchi della guerra fredda con postura difensiva. Il problema finanziario e di sovrapproduzione di allora ha portato infine alla “soluzione” della globalizzazione, di cui ha beneficiato proprio la Cina che della globalizzazione ora è il promotore con gli Usa sulla difensiva. I ruoli si sono invertiti.

    Inoltre l’Occidente si sta comunque destrutturando rapidamente. Il Regno Unito tira su i ponti levatoi con l’Europa, rispolvera il Commonwealth e guarda verso Est; la Francia spera di riuscire a campare rispolverando (e contendendoci) le vecchie colonie; la Germania si mobilita sottotraccia perché vede (verso Est) la possibilità di ridiventare stato sovrano.

    La ritirata Usa dal medio oriente lascia una terra di nessuno che arriva in Europa con l’Ucraina e che magari a breve riguarderà anche la Turchia (che infatti a sua volta “scappa” verso Est).

    Se la recessione diventa ufficiale, la guerra (per la sopravvivenza) da coperta diverrà conclamata.

    L’Italia è esattamente al centro di tutto questo, e magari la scintilla finanziaria partirà proprio da qui.

    Con un Renzi che sembra far già parte del passato, i 5Stelle che in un mese hanno già mostrato al mondo di che pasta sono fatti, Draghi che ha finito le munizioni e la Troika che affila i denti. Ammesso che dopo l’esplosione i denti li abbia ancora la Troika.

     
  2. Mihai Podeanu il said:

    le esplosioni fanno male. rompono vetri. e i cocci rimangono ai contribuenti. soprattutto ai monoreddito con ritenuta alla fonte come me. preferiamo di no, ch’è meglio, grazie.
    a proposito di Brussels Group già terzina, la previsione del Bagnai fresca di ieri:
    ” A elezioni fatte (negli Usa) si lascia fallire il cazzaro (che avendo usurato il proprio consenso in anni di crisi non potrebbe gestire l’esproprio del paese senza causare sommosse nel paese), arrivano loro, gli onesti, si caricano la troika in Italia (perché i nostri sò corotti), quella prende i nostri soldi e li porta in Germania (come già visto e documentato nel caso greco), in modo che le inevitabili turbolenze da rottura dell’euro ne risultino attenuate e non coinvolgano troppo lo zio Tom, dopo di che qualcuno, nella stanza dei bottoni, preme il pulsante rosso con scritto #ciaone, e al grido di onestà cha-cha-cha viene smantellato l’euro, ma solo rigorosamente dopo aver lasciato raschiare al capitale estero anche il fondo del barile.”
    do not feed trolls. I starve them

     
  3. Stefano il said:

    Non so se avete sentito dell’attentato a Putin che la maggior parte dei media sottace. C’è stato un incidente che ha coinvolto l’auto presidenziale ma lui non era a bordo per decisione presa all’ultimo momento. L’autista però è morto. E’ un ulteriore gravissimo segnale della degradazione del clima economico e politico che sta portando verso tempi che si annunciano veramente bui. Tutto è rimandato all’inizio della prossima presidenza USA.

     
    • luigiza il said:

      @Stefano
      Non so se avete sentito dell’attentato a Putin che la maggior parte dei media sottace…

      Più che un attentato mi sembra un avvertimento in stile mafioso: “possiamo colpirti anche in casa tua. Allineati ai ns. voleri o finiri male”.
      Creo più all’avvertimento che all’attentato perchè una volta visto che la macchina predidenziale non era ne preceduta ne seguita da quelle di scorta gli ideatori avrebbero rimandato a data futura la ‘terminazione’ del reo russo di lesa maestà.

      Comunque é un altro brutto seganle che la corda si sta per spezzare dopo di che la Diplomazia sarà impotente.

       
  4. Maurizio il said:

    Le bolle, che siano di sapone o finanziarie, se gonfiate troppo alla fine esplodono. E’ una legge di natura. Viceversa, farsi raschiare il fondo del barile dal capitale estero senza reagire è vagamente contro natura. Se il sentiero in terra incognita che percorriamo dal 2008 ci riservasse a breve un’altra bella discontinuità (chiamiamola così) che desse al nostro Paese la possibilità di rientrare in gioco e di difendersi non penso sarebbe poi così male, data la situazione.

     
  5. Willy Muenzenberg il said:

    L’esercizio dell’egemonia attraverso l’educazione a casa loro dei futuri giudici, banchieri e politici fu appresa dai britannici da noi. La marginalità dell’America latina, riflessa ad esempio qui dove a nessuno pare interessare nulla del Brasile, è invece interamente dovuto al l’incapacità italiana di pensare e capire due Paesi immensi, fatti essenzialmente da italiani, come Brasile e Argentina.

     
  6. Germano il said:

    Dilma passami la clava.
    Certo che se la Russia riesce a “controllare” il prezzo petrolio (possibile “accordo” con Arabia Saudita) per gli USA la festa di fa dura, si creerebbe un blocco (Russia-Iran-Venezuela-Arabia-Cina) di peso non indifferente. Inoltre, un costo del petrolio più alto, darebbe la mazzata tra capo e collo all’allegra brigata dell’euro, Italia e Francia in primis. Inoltre per un Brasile azzoppato c’è la poderosa scoppola di un UK che vuole trattare paese per paese le condizioni di uscita (ovvero commerciali), cosa che se dovesse realmente accadere metterebbe fuorigioco Bruxelles (e Pupari) e le loro scartoffie oramai anacronistiche.

     
    • Mihai Podeanu il said:

      buongiorno. in mia modestissima opinione, la petromonarchia wahhabita potrebbe forse iniziare a considerare l’addivenire ad un agreement con amministrazione russa (che dovrebbe fare pure da intermediario colla avversaria teocrazia persiana: un lavorone) sui prezzi dei brent premium… solo per rappresaglia se passa tra poco al Senato USA la legge sulla responsabilità civile di paesi terzi negli atti di terrorismo, ove il premio Nobel abbronzato mise il veto.
      ma siccome viviamo tempi interessanti, due svolte del genere sul Gantt del Federico potrebbero starci.
      don’t feed the trolls. I starve them