Blackout in Venezuela: assaggi della prossima guerra

Nel quadro delle manovre atlantiche per rovesciare il presidente Nicolas Maduro, il Venezuela è stato oggetto di un attacco informatico che, paralizzando la rete di distribuzione elettrica, ha inflitto pesanti danni al Paese. Le autorità venezuelane hanno esplicitamente parlato di attacco cibernetico, poi confermato dalle autorità cinesi che hanno prestato il loro aiuto per il ripristino della rete. Si tratta di un tipico esempio di “guerra ibrida”, anticipazione del prossimo conflitto tra grandi potenze: ogni contendente cercherà di annichilire l’apparato produttivo dell’avversario con sabotaggi informatici ma, come nel caso dei bombardamenti aerei, difficilmente questo tipo di operazioni sarà risolutivo per la sconfitta del nemico.

Attacchi cibernetici: falsa rivoluzione militare

Chi avesse avuto il piacere di leggere il nostro ultimo lavoro, “Terra contro Mare; dalla rivoluzione inglese a quella russa”, ricorderà come già alla fine della Grande Guerra del 1914-1918 si stessero aggiungendo due nuove dimensioni alla tradizionale dicotomia terra-mare: l’aria, con lo sviluppo dell’aviazione militare, e l’etere, con il controllo e la trasmissione dei dati. Queste nuove dimensioni, scrivevamo (e, ovviamente, confermiamo!) non alteravano però la tradizionale geopolitica basata sulla contrapposizione tra potenze marittime e potenze continentali: aria e etere sono solo “nuovi campi di battaglia” tra gli angloamericani ed i colossi euroasiatici. I recentissimi sviluppi in Venezuela confermano le nostre fortunate intuizioni: nel Paese sudamericano, infatti, si stata assistendo ad un braccio di ferro tra Cina e Russia da un lato, Usa ed Inghilterra dall’altro, anche col ricorso alla guerra cibernetica.

Riepiloghiamo rapidamente i fatti. L’amministrazione Obama prima (colpo di Stato giudiziario in Brasile del 2016) e quella Trump dopo, hanno stabilito la reintroduzione della dottrina Monroe nel continente americano, per fermare l’influenza cinese e russa in forte espansione: la dottrina Monroe, datata 1823, è una dichiarazione politica molto “elastica”, che consente agli USA di intervenire ovunque avvertano i loro interessi minacciati, in primis in Centro e Sud America. Disarcionata Dilma Rousseff e traghettato il Brasile nell’orbita nazionalista-atlantica, l’attenzione angloamericana si è spostata sul Venezuela.

Spesso, a nostro avviso, si dà troppo importanza al petrolio, certamente non in cima ai pensieri degli strateghi angloamericani, considerata anche l’attuale sovrabbondanza di oro nero. A Washington e Londra preme la caduta del governo bolivariano di Nicolas Maduro per ristabilire la completa egemonia in Sud America ed indebolire la già difficile posizione di Cuba. Un Venezuela “terzomondista” significa, infatti, la possibilità per Russia e Cina di disporre di una “piattaforma” distante 4.500 km dagli Stati Uniti, ideale per il dispiegamento di forze aeronavali o missili nucleari tattici. Le manovre per rovesciare Maduro sono iniziate con le proteste del 21 gennaio scorso, sono proseguite con la proclamazione di un capo di Stato, Juan Guaidò, spalleggiato dall’Occidente e non riconosciuto da Caracas e hanno fatto ricorso al solito armamentario dei cambi di regime: congelamento dei fondi all’estero, sanzioni economiche, corruzione di ambasciatori e attaché militari all’estero, etc. etc.

Fin qui niente di nuovo, niente di risolutivo e niente, pertanto, che valesse la nostra attenzione. La situazione si è però fatta interessante il 7 marzo, quando un blackout ha paralizzato per circa una settimana la rete elettrica venezuelana, infliggendo gravi danni al Paese in termini economici e sociali: industria estrattiva paralizzata, aeroporti e ospedali in panne, acquedotti fermi, linee telefoniche fuori servizio, frigoriferi industriali e domestici inservibili, etc. La città di Maracaibo, la seconda più grande del Paese, è stata anche oggetto di violenze e saccheggi senza precedenti sull’onda del blackout1. Secondo una stima del governo venezuelano, i danni per i sette giorni di malfunzionamento della linea elettrica ammonterebbero a 870 milioni di dollaro2. Il blackout, in particolare, sarebbe stato causato dall’interruzione del flusso di energia elettrica prodotta dalla diga di Guri che, completata negli anni ‘70, fornisce tuttora circa i tre quarti del fabbisogno elettrico venezualano3.

Fin dalle prime ore, chiunque avesse dimestichezza con la moderna guerra ibrida, ha subito pensato ad un attacco cibernetico condotto dagli Stati Uniti contro il Venezuela, col tentativo di accelerarne l’implosione politica. A distanza di circa una settimana, quando il guasto è stato riparato e la corrente elettrica ripristinata, lo stesso Maduro ha accusato esplicitamente gli USA di aver sferrato l’assalto alla rete elettrica venezuelana, usando come basi le città americane di Houston e Chicago; un autorevole conferma della natura dolosa del blackout è venuta dal portavoce del ministro degli Esteri cinese, Lu Kang, che ha pubblicamente parlato di attacco hacker, volto a destabilizzare l’ordine sociale: i cinesi possono avanzare accuse su solide basi, considerato che hanno fornito l’assistenza tecnica per neutralizzare l’attacco cibernetico e ripristinare la distribuzione elettrica.

L’episodio merita senza dubbio di essere analizzato, in quanto costituisce un “assaggio” della prossima guerra tra grandi potenze, cioè del prossimo scontro tra Terra e Mare.

Si può dire, innanzitutto, che il progresso della tecnologia tenda ad allontanare sempre di più gli schieramenti avversari. Dall’introduzione della polvere a sparo all’introduzione dei missili intercontinentali, lo spazio che separa i due contendenti è letteralmente esploso: nel caso dell’attacco alla rete elettrica venezuelana, i tecnici americani sedevano a circa 5.000 chilometri di distanza dal Venezuela, eppure erano in grado di recare danno alle sue infrastrutture come una nave cannoniera avrebbe potuto fare, a inizio Novecento, solo se dislocata davanti alle coste venezuelane. Tende poi a sparire qualsiasi differenza residua tra militari e civili, aumentando l’imbarbarimento di un’attività che, per quanto cruenta, era un tempo soggetta ad un diritto universalmente riconosciuto dai popoli civilizzati: che fine ha fatto, ad esempio, la dichiarazione di guerra? Maggiore sicurezza, quindi, per chi attacca. Maggiore cinismo, anche. Ma anche altrettanta efficacia?

Il caso venezuelano dimostra che anche la paralisi della rete di distribuzione elettrica, protratta per una settimana, non è di per sé sufficiente a piegare l’avversario. Viene così spontaneo un parallelismo con il perfezionamento, circa un secolo fa, dell’arma aerea. L’introduzione di velivoli sempre più potenti e capaci di imbarcare (e sganciare) un peso crescente di bombe, aveva indotto l’italiano Giulio Douhet (1869-1930), il “Mahan dell’aria”, a ritenere che l’aereo ed il dominio dei cieli sarebbero stati decisivi nei successivi conflitti: ne “Il dominio dell’aria” del 1921, Douhet introduce il concetto di bombardamento strategico, volto ad annientare la capacità industriale dell’avversario e atterrire la popolazione, poi adottato dalle aviazioni angloamericane nei successivi conflitti: dalla Seconda Guerra Mondiale all’invasione dell’Iraq. In nessuno dei conflitti combattuti dagli Stati Uniti negli ultimi 70 anni, l’arma aerea è però mai stata risolutiva, o di per sé sufficiente a sconfiggere l’avversario.

Partendo dalla massima del prussiano von Clausewitz, secondo cui la guerra “è un atto di violenza per imporre all’avversario la nostra volontà”, è ormai assodato che i bombardamenti aerei non siano di per sé sufficienti a imporre la propria volontà al nemico. Lo stesso si può dire degli attacchi cibernetici che, pur costando relativamente poco e infliggendo danni relativamente gravi alle infrastrutture del nemico, sicuramente non annientano la sua capacità offensiva, né azzerano il suo morale. Il Venezuela, dopo sette giorni di blackout, è ancora in piedi.

La guerra cibernetica è quindi uno strumento necessario, ma non sufficiente per piegare l’avversario, specialmente se strutturato, industrializzato e disciplinato come una potenza euroasiatica: resta l’eterno problema di “imporre la volontà”, risultato che non si può ancora ottenere senza il confronto fisico tra forze armate avversarie. La guerra cibernetica può rallentare la capacità dell’avversario di proiettarsi all’estero, ma prima o poi uno scontro sul campo di battaglia è inevitabile: forse il blackout venezuelano sarebbe stato risolutivo se abbinato ad un fulmineo blitz delle forze aeronavali americane. Ma siamo sicuri che anche questo attacco combinato avrebbe infine indotto il regime di Maduro alla resa? O sarebbe servito il vecchio sbarco dei marines?

Immaginiamo ora il prossimo conflitto tra grandi potenze, ognuna delle quali sta costruendo le sue unità di guerra cibernetica. All’apertura delle ostilità, ciascuno cercherà di piegare l’avversario, menomandone le capacità di resistenza/offesa: fabbriche, ferrovie, aeroporti, dighe, acquedotti, linee telefoniche, niente sarà risparmiato. Dopo qualche settimana, ciascuno avrà subito e inflitto danni, ma avrà anche imparato a neutralizzare gli attacchi avversari: statisticamente, infatti, le capacità militari tra potenze industrialmente avanzate si distribuiscono in maniera piuttosto simile. Per piegare l’avversario, non resterà quindi che ricorrere all’armamentario classico: marina, aviazione, esercito e deterrente nucleare. Anche in questo caso, però, è facile che si crei in fretta un equilibrio in termini qualitatitivi. Chi vincerà, quindi, la guerra? Non chi padroneggia meglio gli attacchi cibernetici ma chi, già all’apertura delle ostilità, avrà costruito la coalizione più forte. L’eterna superiorità della geopolitica…

 

1https://www.theguardian.com/world/2019/mar/15/venezuela-no-electricity-medicine-or-hope-despair-rules-in-maracaibos-hospitals

2https://www.repubblica.it/esteri/2019/03/14/news/venezuela_blacjout_finito_riprendono_l_attivita_-221497773/

3https://www.reuters.com/article/us-venezuela-politics-china/china-offers-help-to-venezuela-to-restore-power-idUSKBN1QU0ZM

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13 commenti su “Blackout in Venezuela: assaggi della prossima guerra

  1. ghigo il said:

    Probabilmente è il motivo per cui in Italia è stato testato il black out totale per colpa del celebre ‘pino svizzero’ … si trattava in realtà di un test per verificare la vulnerabilità del sistema. A Roma era la notte bianca, quindi un momento ideale per la prova. Andata benino per il resto. Ciao

    • Bravo! Perfetto era il 28 settembre 2003 di un “pino” solitario che creò sfraceli. Ma anche il balck-out di New York e dei tanti sparsi per il terraqueo: i soliti “incidenti” manu militari va da sé che avvalor, tuttavia, la asimmetria diciamo così della guerra che è la “diplomazia” per altra via di un maturo Mondo multipolare: Swift o non Swift. Benedetto XVI docet.

  2. Sandrone il said:

    Trattasi di ritorsione sino/russa Il blackout di facebook e instagram di qualche giorno dopo?

  3. igor il said:

    Ciao Federico, ho letto il tuo libro ed è stata una lettura molto interessante. Ho ancora due domande per te: 1. Ci sarà un seguito (1918 – 2018 per esempio)? 2. Se l’avvento dei comunisti in Russia è stato incentivato (organizzato) e voluto da inglesi e americani perchè invece in Italia è stato proibito dagli stessi? Grazie

    • Federico Dezzani il said:

      Sì, sto lavorando al secondo volume 1919-1969, dove troverai la riposta anche alla seconda domanda.

  4. Guido il said:

    Mah. Parlando con una amica venezuelana, questa mi ha detto che la situazione in Venezuela è senza soluzione. Tuttavia, i balck out elettrici ci sono sempre stati, ed è dovuto al fatto che non si fanno manutenzioni delle reti. In pratica, è l’inefficienza del regime militare che porta a questi risultati. Per il resto, qualunque venezuelano ha portato i soldi all’estero per prudenza, anche se non era un petroliere, ma un commerciante di polli. Poi, ovviamente, il black out può essere delle capacità dei tecnici americani lontani 5000 Km. , ma in questo caso, mi sembra che abbiano fatto una figura barbina, vistp che l’interruzione quotidiana di 10 ore dell’energia elettrica è una costante del paese.
    Approfitto del messaggio, per dirti che avevo acquistato su Amazon il tuo libro nel mese di ottobre, ma Amazon mi ha rimborsato i soldi dopo 45 giorni…Come faccio a trovarlo in un negozio?

    • Federico Dezzani il said:

      Sollecita, Amazon, Guido. Io sono produttore sottopagato, non ricco distributore.

  5. Angelo il said:

    La causa del blackout in Italia quasi certamente non è dovuto ad un attacco di guerra ibrida.
    Le cause debbono ricercarsi nella privatizazzione dell’Enel e nel successivo depotenziamento de GRTN (Gestore della Rete di Trasporto Nazionale). Mi ricordo che in quel tempo si procedette a incentivare alla pensione, per ridurre i costi, tantissimi tecnici con molti anni di esperienza. Peggio ancora si ridusse, perchè costosa, la riserva calda. Con la scusa che nella maggioranza dei casi tutta quella potenza disponibile non serve a niente.
    La riserva calda sono un’insieme di centrali in grado di immettere con ritardi brevissimi potenza elettrica in rete . Il loro mantenimento è oneroso anche se non producono energia elettrica. Per avere un’idea basta pensare ad un’automobile ferma con il motore acceso e l’autista.
    Il blackout Italiano è uno degli effetti da ascriversi alla politica di svendita degli assets nazionali a beneficio dei soliti noti . Politica ben descritta dal Dezzani in innumerevoli post.

  6. Alfonso il said:

    La classe politica che ci ha condotto allo sfacelo, andrebbe sbattuta in carcere a calci in culo. In poco più di un decennio abbiamo perso il 25% delle industrie. Secondo l’Istat ( Dati 2017) abbiamo 5 milioni di poveri in povertà e circa 10 milioni di poveri in povertà relativa. Emigrano oltre 200.000 giovani italiani l’anno, con preparazione universitaria o medio/elevata e ne importiamo altrettanti dall’Africa con la terza elementare.

    I politici responsabili li conosciamo tutti. Vanno arrestati ed incatenati in miniera a 300 metri di profondità. Qualcuno lo faccia prima che di questo paese non resti neppure l’ombra ! Qualcuno sequestri loro i passaporti !

  7. Mihai Podeanu il said:

    Buongiorno a tutti. Finito l’altroieri il primo volume. Ci sono dei refusi, è vero, ma il senso compiuto dei periodi stesi dal collettivo Dezzani si evince comunque. Spassoso poi il refuso all’ottavo rigo della pagina 306 della stampa Rotomail…
    Complimenti ancora Federico; tirate avanti fino alla massima espansione CCCP 1979, di poco antecedente, guarda caso, il picco dei tassi d’interesse della moneta egemone (dopo Bretton Woods per gold standard, dopo il Nixon moment per oil standard), per cortesia.
    Quanto all’evento del 2003 (sì, perchè ce ne fu un altro breve e meno profondo nel secondo lustro degli anni ’80, se ce ne fossimo dimenticati) incollo un’estratto da comunicato sindacale significativo, IMVHO, di poco successivo:
    -” Il black-out dell’altra notte poteva essere evitato? La risposta è “SI” se si teneva conto non solo dell’aspetto economico di gestione del sistema elettrico, ma anche dei rischi a cui questo è soggetto. Ormai è chiaro a tutti quello che è accaduto: sabato notte l’Italia era alimentata solo dalla fornitura francese e svizzera, mentre le centrali italiane erano ferme per dare modo alle imprese produttive di risparmiare i costi derivanti dal consumo di carbone, gas e olio combustibile in ore in cui nessuno consumava elettricità. Praticamente, nel momento in cui si sono verificate le due interruzioni sui tre conduttori francesi e sui tre conduttori svizzeri (ogni conduttore ha un diametro di circa cm 4), le centrali italiane erano spente. Non solo, ma non producevano energia neppure per sé stesse: si bruciava solo per mantenere in pressione l’acqua all’interno delle caldaie. Nel momento in cui era necessario farle ripartire, alle 3.30, le centrali dovevano assorbire energia dalla rete del GRTN che ere completamente senza tensione. Questa pratica di fermare le centrali nel fine settimana deve essere diffusa da tempo, se è vero che -dati GRTN alla mano- fra il 2001 e il 2002 l’autoconsumo per i servizi ausiliari di centrale è diminuito del 2,3%.
    Prima domanda: a che serve fare altre centrali se poi rimangono spente quando servono?
    La seconda questione, che interessa i cittadini e i rappresentanti politici, è relativa agli iter autorizzativi per la realizzazione di nuove centrali elettriche o la riconversione a carbone per quelle esistenti. Perché carbone e non gas? Perché il gas costa troppo per rendere il prezzo del kWh competitivo all’economia industriale italiana: rispetto alla media europea, il nostro kWh costa il doppio. E’ vero: c’è bisogno di nuove centrali, ma dobbiamo accettarle vicino ai centri urbani per ridurre al minimo le perdite di potenza. Le moderne tecnologie di trattamento dei fumi sono molto più efficaci che in passato e l’abbattimento delle polveri nocive è molto più incisivo. Quello che serve, è un efficiente e serio servizio di monitoraggio della qualità dell’aria: in certi Paesi europei, con una cultura ambientale molto sensibile, ci sono i termovalorizzatori all’interno dei centri abitati per produrre energia elettrica e acqua calda per il teleriscaldamento. Ma si sa, in Italia siamo tutti ambientalisti radicali: la rinuncia per referendum “sull’utilizzo dell’energia nucleare” per produrre energia elettrica è stata la vittoria degli idrocarburi. Ottima scelta, tanto che compriamo energia elettrica da nucleare da mezz’Europa.
    Perché non si protesta con i Paesi dell’area UE, visto che siamo tutti cittadini europei?
    Terza questione: il black-out dimostra che il federalismo energetico, tanto agognato anche dal Decreto Marzano, è pura utopia. Se entra in crisi un sistema governato a livello europeo, non oso pensare a quanto potrebbe accadere se invece di avere un coordinamento unico a livello nazionale con tre ripartitori sul territorio (Nord, Centro e Sud), ce ne fossero 21 che dovrebbero dialogare fra loro. Si, perché il federalismo energetico vorrebbe l’autonomia energetica delle singole Regioni, cosa impossibile visto l’interesse nazionale del servizio elettrico.
    Quarta questione: la professionalità del personale ENEL e GRTN. E’ vero, ing. Valduga, i pochi rimasti a occuparsi di energia elettrica in modo competente sono i quadri intermedi, gli impiegati, gli operai che sanno come funziona e come si fa a far funzionare un sistema elettrico a rete.
    Il problema è nei vertici delle società elettriche: il prof Bollino, Presidente del GRTN (“In Italia non potrà mai accadere quanto accaduto negli USA” dichiarò un mese fa) è un economista, e gli economisti devono occuparsi delle materie di loro competenza, delle holding finanziarie, di Borsa, di economia e non di tecnologia.
    Oggi vanno di moda i tuttologi, coloro che sanno adattarsi a qualsiasi attività produttiva, sia essa telefonia o gestire una rete complessa come quella del trasporto di energia elettrica.
    Sono convinto che in certe posizioni chiave debbano andarci dei tecnici capaci, e consapevoli della complessità di un sistema vitale per tutto il Paese.
    Se un colpevole c’è, è da trovare in questa mentalità diffusa, attenta più alla sinusoide delle Borse e meno sensibili alla sinusoide della corrente alternata.
    In Italia ci sono migliaia di utenti che necessitano di energia elettrica per sopravvivere (apparecchi salvavita): se a causa della mancata erogazione di energia elettrica ci fosse scappato il morto, chi avrebbe risposto per omicidio?
    Quinta ed ultima questione. Domenica mattina, la RAI trasmetteva le notizie a reti unificate: chi controlla l’energia ha il potere di controllare anche la libera informazione?
    RingraziandoLa per la disponibilità, porgo distinti saluti. Federazione Lavoratori Aziende Elettriche Italiane Segreteria Territoriale”-
    DNFTT:IST

    • Federico Dezzani il said:

      Grazie,
      quando sarò milionario, assumerò una (o due?) avvenente segretaria che mi corregga le bozze: così non ci saranno più i refusi e saremo tutti contenti.

  8. efremsdv il said:

    Gli americani sono stati da sempre molto deficitari sul fronte terrestre, figuriamoci nello scenario attuale. Tutto già valutato dai vertici militari statunitensi, che hanno sempre maggiori costi e difficoltà ad operare con guerre a distanza non convenzionali. La strategia ottimale per gli usa contro la cina, in virtù della loro posizione geografica, è il first strike nucleare, ma prima devono risolvere il problema russo. Auguri

  9. Osservatore Internazionale il said:

    Salve Dezzani. Volevo segnalare questo video, dove lo storico elvetico Ganser parla dell’Italia quale protettorato USA in un’ottica geopolitica https://www.youtube.com/watch?v=WgscgXl3iDk – Poca roba rispetto ai livelli ai quali siamo abituati su questo blog, tuttavia un tassello in più.

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