Strage al Bardo: la strategia della tensione punta verso l’Italia

Nonostante l’ISIS abbia perso terreno in Iraq e Siria, dove le forze governative sono passate all’offensiva vanificando gli sforzi della NATO e di Israele tesi a disintegrare le entità statali, sotto le bandiere del Califfato è oggi in corso un’ampia destabilizzazione del Nord-Africa, che contempla  rapide incursioni anche sul Vecchio Continente con attentati in stile Charlie Hebdo: lo scopo dell’operazione è distogliere gli europei dalla situazione economica, sedare le spinte centrifughe dell’eurozona e riproporre la NATO in chiave anti-islamista. Con la strage al museo Bardo di Tunisi la strategia della tensione fa rotta verso l’Italia e la eleva a prossimo obbiettivo.

Il Califfato è militarmente in crisi

È fallita la strategia della NATO e dei suoi alleati regionali, Israele e monarchie sunnite in testa, di travolgere lo Stato iracheno e siriano sotto l’onda d’urto dell’ISIS e, fenomeno ancora più allarmante per l’establishment atlantico, i due governi hanno fronteggiato la minaccia senza ricorrere all’interessato soccorso occidentale: la destabilizzazione e le ambizioni interventiste americane sono infatti state neutralizzate dal massiccio coinvolgimento russo e iraniano. Il continuo calo del greggio, riversato senza sosta dai sauditi sul mercato, è conseguenza diretta della mancata capitolazione di Baghdad: i monarchi di Riad si domandano infatti perché sostenere il prezzo del barile di tasca loro e sovvenzionare indirettamente il petrolio di scisto americano, quando i patti prevedevano l’eliminazione della concorrenza irachena.

In Iraq il momento più buio è conciso con lo sfaldamento dell’esercito lasciato dagli americani in eredità a Baghdad e la marcia dell’ISIS verso la capitale, la cui caduta è allora spacciata dai media occidentali come imminente: la notizia dell’assedio di Baghdad da parte del Califfato appare infatti nel giugno del 2014, quando gli islamisti sono dati a 70 km dalla città1, e nell’ottobre del 2014, quando l’emittente saudita Al Arabiya afferma che 10.000 jihadisti si sono radunati per sferrare l’attacco finale2. Mosca e Teheran non restano alla finestra: la prima onora contratti stipulati nell’ottobre del 20123 e ne firma di nuovi, fornendo velivoli (elicotteri Mi-35, Mi-28, caccia per attacco al suolo Su-25) e moderni sistemi di difesa (Pantsir-S1 e lanciamissili Igla); la seconda si fa carico della rifondazione dell’esercito iracheno, addestrando truppe ed inviando ufficiali, tra cui il generale iraniano Qasem Soleimani che assume il comando delle operazioni4. Il doppio soccorso non tarda a dare i suoi frutti, costringendo gli islamisti sulla difensiva ed accelerandone il deflusso: attualmente l’ISIS è assediato dall’esercito regolare nella cittadina Tikrit, con grande disappunto di Washington che lesina qualsiasi aiuto concreto e stigmatizza l’intervento iraniano5.

In Siria l’esercito regolare continua la bonifica che ha consentito a Damasco una graduale riconquista del territorio nazionale: nella zona sud della Siria, sulle alture del Golan dove l’ISIS si è installato nell’autunno del 20146, lo sradicamento dei jihadisti è reso più difficile dai continui raid dell’aviazione di Tel Aviv, che fornisce loro copertura aerea7 impedendo alle forze governative di riavvicinarsi al confine israeliano (in un attacco aereo del genere sono stati uccisi nel gennaio 2015 un generale iraniano e sei soldati di Hezbollah a sostegno delle truppe di Damasco8). Altrove l’avanzata dell’esercito è meno problematica dal punto di vista politico: nel nord-ovest della Siria, i quartieri di Aleppo ancora in mano all’insurrezione islamista sono stati circondati9 dall’esercito in preparazione dell’assalto finale mentre nel nord-est le città di Hasaka e Deir Ezzor, finora ostaggio dell’ISIS, sono teatro di vaste operazioni delle truppe regolari impegnate nella loro riconquista1011.

Se lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) combatte per la sopravvivenza all’interno degli stessi confini dell’autoproclamato Califfato, è paradossale che lo zenit del suo attivismo internazionale coincida il nadir della potenza interna: logica vorrebbe che tutti gli sforzi degli islamisti fossero rivolti a salvare la “patria” piuttosto che ad espandersi all’estero. È inoltre sintomatico che l’organizzazione sunnita, anziché minacciare gli obbiettivi americani od israeliani nella regione, sferri sanguinosi attentati destabilizzanti ovunque l’Iran espanda la propria influenza o debba essere implementata l’agenda destabilizzatrice di Washington.

Come non ricordare gli avvenimenti del 20 marzo in Yemen, dove l’ISIS ha rivendicato la paternità dei due attentati alle moschee sciite di Sanaa12 costate alla vita a 140 persone: è proprio alla minoranza sciita che appartengono i ribelli Houthi che, col sostegno dell’Iran, hanno rovesciato il precedente governo filo-saudita e costretto gli americani ad evacuare precipitosamente l’ambasciata, dopo aver bruciato in un falò migliaia di documenti13. Oppure le autobombe di Bengasi contro truppe del generale Khalifa Haftar, che hanno mietuto dodici vittime il 24 marzo: anche in questo caso l’attentato è stato rivendicato dall’ISIS14 che prendendo di mira l’esercito nazionale ha lanciato la sfida al neo-capo delle Forze Armate, simpatizzante del presidente egiziano Al-Sisi e fortemente osteggiato da Washington e Londra15.

Può davvero l’ISIS proiettarsi dallo Yemen alla Libia, mentre combatte per la sua stessa esistenza in Iraqe Siria? Ovviamente no: il Califfato a differenza di Al Qaida non vanta neppure un’embrionale struttura amministrativa e non dispone neanche lontanamente delle capacità organizzative per compiere attentati simultanei in Nord Africa ed in Golfo Persico. Alla bandiera nera del Califfato sono ricondotte azioni terroristiche che pur essendo coerenti negli obbiettivi (la strategia destabilizzatrice di Washington e dei suoi alleati) sono compiute da un’accozzaglia informe di fanatici, che spazia dai ceceni che assediano Kobane in Iraq ai diseredati delle periferie di Parigi e Tunisi, privi di qualsiasi collegamento che vada oltre all’uso della sigla dell’ISIS, spesso affibbiata loro dalla stampa occidentale.

L’immagine di monolitismo ideologico e di malefica onnipotenza è fornita dai media e dai governi, che imputano all’ISIS attentati compiuti da un coacervo eterogeneo di terroristi il cui minimo comune denominatore, a scavare a fondo, è il più delle volte la connivenza con il mondo dei servizi segreti.

Il soggetto più attivo ad alimentare la forza mediatica dell’ISIS è senza dubbio il SITE (Search for International Terrorist Entities) Intelligence Group16, una società privata con sede a Washington, specializzata in terrorismo, che sembra aver siglato con il Califfato un accordo per la divulgazione in esclusiva della propaganda jihadista. Scoppiano le bombe alle moschee di Sanaa? Il gruppo SITE riferisce che l’ISIS ha rivendicato l’attentato su Twitter17. Un’autobomba scoppia a Tripoli davanti all’ambasciata egiziana? Secondo SITE è stato l’ISIS18. L’ISIS giustizia i copti egiziani sul bagnasciuga libico? SITE perlustra la rete e trova l’orrido video19 (che si poi  rivelerà un falso, data la spropositata statura dei carnefici rispetto alle vittime20). Il malefico bambino dell’ISIS giustizia una presunta spia del Mossad? SITE scova il filmato21e lo rende pubblico, etc, etc.

A fondare il Site Intelligence Group nel 2002 è l’israeliana Rita Katz, che nel corso della sua carriera arricchisce il curriculum con una tale quantità di esperienze da renderla un’indiscussa autorità in materia di islamismo: consulente del governo americano dopo l’11 Settembre, esperta di contro-terrorismo selezionata dall’FBI, cacciatrice di società ed organizzazioni che coprono il jihadismo.

Non bisognerebbe meravigliarsi se il SITE Group fosse una riproposizione in salsa mediorientale dell’Aginter Press, l’agenzia di stampa con sede a Lisbona attraverso cui transitava, per conto della rete NATO Stay-Behind, il terrorismo nero che insanguina l’Europa tra gli anni ’60 e l’inizio dei ’70 e che riveste un ruolo centrale nella strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 196922.

Ovviamente il gruppo SITE si è interessato anche della strage al museo Bardo di Tunisi del 18 marzo: la rivendicazione dell’attentato scovata da Rita Katz, ça va sans rien dire, è firmata dall’ISIS23 e contiene un monito sufficiente coinciso da essere contenuto in un tweet24:

“what you have seen today is the first drop of the rain”

Inutile dire che, secondo analisti più imparziali, manchino gli elementi minimi per asserire l’autenticità della rivendicazione dell’ISIS25 e collegare il Califfato all’attentato.

Tunisia, il terrorismo non guarda in faccia nessuno

Nessun Stato nord-africano, eccezione fatta per la monarchia del Marocco, è deferente agli Stati Uniti come la piccola Tunisia, eletta non a caso come banco di prova per le rivoluzioni colorate che sconvolgono il Medio Oriente a partire dal gennaio del 2011 e sono etichettate dalla stampa d’establishment come “Primavera Araba”.

L’amministrazione di Barack Obama imposta la propria politica mediorientale su due cardini: il ritiro delle truppe americane dall’Iraq (terminato nel dicembre del 2011) ed il parallelo cambio di regime negli Stati mediorientali i cui presidenti/dittatori sono giudicati senescenti ed incapaci di affrontare le sfide del mercato neoliberista (è il caso della Tunisia, Egitto e Yemen), oppure ostili tout court agli Stati Uniti ed a Israele (è il caso di Algeria, Libia e Siria).

Se il Paese in esame gravita nell’orbita di Washington, i suoi servizi segreti e l’esercito rispondono alle direttive americane e oppongono poca o nulla resistenza al cambio di regime che, non a caso, interessa solo i vertici dello Stato e lascia indenne l’apparato; se viceversa il Paese è tradizionalmente ostile a Washington, i suoi servizi e l’esercito non si ammutinano e la rivoluzione colorata sfocia in una guerra civile che spesso richiede l’intervento della NATO per essere risolta (Libia 2011 e tentato bombardamento della Siria nell’agosto 2013).

La Tunisia, come anticipato, è annoverata tra gli “amici” di Washington e come tale si comporta: l’organizzazione CANVAS/Otpor del serbo Srjidia Popopvic26, finanziata dalla CIA e dai più prestigiosi pensatoi americani, supervisiona le proteste contro il presidente Zine Ben Ali che ricevono il romantico nome di “Rivoluzione dei Gelsomini”. Dal dicembre 2010 alla prima metà del gennaio 2011 Ben Ali fronteggia una piazza sempre più violenta dispiegando la polizia, ma quando la situazione si incancrenisce a tal punto da necessitare dell’intervento dell’esercito per mantenere l’ordine pubblico, le forze armate si rifiutano di intervenire. Unendosi alla pressioni di Washington, consigliano al contrario a Ben Ali di dimettersi e lasciare il Paese: il 14 gennaio il presidente lascia il Paese e si rifugia in Arabia Saudita.

Le elezioni dell’Assemblea Costituente nell’ottobre del 2011 vedono trionfare il partito islamico Ennahada con il 37% delle preferenze: come in Egitto dove il governo è conquistato dai Fratelli Mussulmani di Mohamed Morsi, sembra realizzarsi il sogno di Barack Obama di un Medio Oriente governato dagli islamisti moderati. Se però Mohammed Morsi sbanda presto dalla retta via, sostenendo la costola palestinese della Fratellanza, Hamas, e pagandone il prezzo con l’incarcerazione e la sostituzione con il feldmaresciallo Al-Sisi, Ennahada si dimostra più pragmatico e moderato, accettando di buon grado la sconfitta alle legislative dell’ottobre 2014, dovuta all’insoddisfazione dell’elettorato per la situazione economica. A vincere le elezioni con il 36% delle preferenze è il partito laico Nidaa Tounes, che conquista anche la presidenza del Paese nel novembre del 2014 con la vittoria al secondo turno di Beji Caid Essebsi.

Se la Tunisia è un paese moderato, filo-americano ed in discreti rapporti con Israele da quasi trentanni (l’ultima crisi coincide con il bombardamento israeliano del 1985 al quartier generale dell’OLP nei pressi di Tunisi), perché destabilizzarlo alla pari dell’Iraq, della Siria e della Libia? Perché calpestare l’unico fiore germogliato dalla Primavera Araba targata CIA?

È evidente che la nuova ondata terroristica non guarda in faccia nessuno e partendo dalla penisola del Sinai, dove l’esercito egiziano ha subito ingenti perdite a fine gennaio in un attacco sferrato dall’ISIS27, si dirama verso ovest, investendo la già martoriata Libia, la Tunisia ed un domani forse non lontano l’Algeria, uscita indenne dalla Primavera Araba e dall’attentato terroristico del gennaio 2013 all’impianto metanifero di Amenas.

Lo scopo di Washington e della NATO è quinti riproporre sulla sponda sud del Mediterraneo, a due passi dall’Italia e dall’Europa, lo stesso scenario da cui Baghdad e Damasco stanno uscendo con estenuanti battaglie: il Califfato che semina terrore e panico tra la popolazione, trucida le minoranze cristiane e mette in moto enormi masse di profughi.

La portata destabilizzatrice dell’ISIS, o meglio di chi organizza e finanza l’eversione per poi attribuirla al Califfato, è testimoniata dalla natura degli attentati diretti al cuore delle economie nazionali, già provate da anni di instabilità: in Egitto il Califfato minaccia di colpire i villaggi vacanze sul Mar Rosso28, in Libia bersaglia i campi petroliferi e gli oleodotti29, in Tunisia, è storia di questi giorni, mette in ginocchio il turismo con la strage al museo del Bardo.

La strage al Bardo e l’assenza della sicurezza

La mattina del 18 marzo la nave Costa Fascinosa30 (3.161 passeggeri) e la MSC Splendida31 (3.274 passeggeri) attraccano al porto La Goulette di Tunisi: entrambe circumnavigano il Mediterraneo occidentale, la prima con partenza da Marsiglia e la seconda da Barcellona, e, tranne il primo giorno di navigazione, seguono il medesimo itinerario. Conoscere l’itinerario delle navi e sapere quando sono ormeggiate al porto de la Goulette, richiede quindi una preventiva pianificazione e non è il frutto di una casualità.

Le due navi sbarcano i passeggeri a terra per la visita della città ed una parte si dirige con pullman e taxi verso il centralissimo museo nazionale del Bardo, una delle maggiori attrazioni turistiche della città grazie alla ricca e vasta collezione di mosaici romani: situato nel cuore della città, il museo è adiacente al palazzo dell’Assemblée Nationale ed alle garrite della polizia che sorvegliano il Parlamento: è proprio verso questi posti di polizia che una parte dei turisti fugge quando scoppia la sparatoria32. Inoltre il museo dista poche centinaia di metri dalla sede dei servizi segreti tunisini33, luogo che si presume altamente sorvegliato data la costante minaccia islamista.

Quando parte dei passeggeri delle navi è già entrata nel museo ed altri stanno scendendo dai pullman, il commando di due o tre terroristi (non è chiaro se il terzo abbia partecipato all’azione) estrae dalle sacche i kalashinkov ed apre fuoco: alcuni turisti sono uccisi già nel parcheggio dove è freddato anche la prima vittima tunisina (un autista di pullman, l’altro sarà un poliziotto ucciso nel blitz).

È bene sottolineare due fatti. Primo, l’obbiettivo principale dei terroristi è sempre stato il museo con i suoi turisti, che non ha rappresentato un ripiego dopo il fallito tentativo di irrompere nell’Assemblée Nationale: di questo parere sono anche i turisti italiani scampati alla strage34. Secondo, il commando agisce sempre il abiti civili, come è visibile dalle telecamere di sicurezza35, ed è quindi smentita la tesi che circola poche ore dopo l’attentato secondo cui i terroristi hanno potuto eludere la sorveglianza perché travestiti da soldati36. Il commando non ha infatti bisogno di ingannare nessuna sorveglianza, perché semplicemente il parcheggio ed il museo sono incredibilmente incustoditi.

Alcuni turisti fuggono dal Bardo, altri si nascondono al suo interno e diverse centinaia sono prese in ostaggio finché, dopo tre ore dall’inizio dell’attacco, le teste di cuoio tunisine irrompono nel museo e neutralizzano i due attentatori: il totale delle vittime è paradossalmente modesto ed ammonta a 21 persone37 (esclusi i due terroristi) di cui 19 turisti, 4 italiani.

A distanza di poche ore sono forniti gli identikit dei due attentatori, di cui sono insolitamente pubblicate anche le foto dei corpi: uno è Yassine Laabidi, già noto ai servizi di sicurezza; il secondo è Jabeur Khachnaoui, sparito di casa tre mesi prima; il terzo presunto terrorista, che non compare nelle registrazioni del museo ed è tuttora latitante, sarebbe Maher bin Al-Moulidi Al-Qaidi38. I tre sarebbero affiliati ad un gruppo terroristico legato all’islamismo algerino e, particolare interessante ai fini dell’analisi, i media riportano in un primo la notizia, lanciata da Al Jazeera e poi riferita dalle forze di sicurezza tunisine, secondo cui i terroristi sarebbero stati addestrati in Libia39, salvo poi lasciare cadere nel nulla la notizia. Infine, a distanza di una settimana, sono compiute decine di arresti che sgominano la cellula40.

Ritorniamo ora al punto principale: perché il centralissimo museo Bardo, a due passi dal Parlamento e dalla sede dei servizi, è incustodito? La manchevolezza è due volte più grave se si considera che il 17 marzo, un giorno prima dell’attentato, il capo del distretto nazionale di sicurezza di Tunisi invia ai vertici della sicurezza nazionale un’informativa dicendo che è imminente un attacco terroristico al museo41. Perché nessun agisce?

La reazione del governo tunisino alle incredibili carenze nella sicurezza non tarda: a distanza di cinque giorni dall’attentato, il premier tunisino Habib Essid azzera infatti i vertici della forze d’ordine di Tunisi e e licenzia il capo della polizia. Stando alle ricostruzioni disponibili, i poliziotti che il giorno dell’attentato avrebbero dovuto presidiare l’ingresso del museo sono quattro: al momento della sparatoria due prendono il caffè, uno mangia un panino, ed il quarto non è reperibile. È proprio quest’ultimo agente, che lascia il proprio posto poco prima che i terroristi si materializzino, che è arrestato dalle autorità tunisine dopo essere stato interrogato dai magistrati42. Il suo allontanamento dal posto di sorveglianza, è casuale?

Delle forze di sicurezza tunisine sappiamo alcuni fatti interessanti. Prima che scoppiasse il putiferio legato all’attentato, era già in corso una polemica sul cosiddetto “dispositif sécuritaire parallèle43: un doppione del Ministero degli Interni che, anziché rispondere allo Stato, sarebbe stato alle dipendenze del partito islamista Ennahda, la formazione politica, ora all’opposizione, che prende il potere dopo la Rivoluzione dei Gelsomini eterodiretta dagli americani e la cacciata di Ben Ali.

In secondo luogo, come abbiamo già evidenziato trattando le cruciali fasi della rivoluzione del 2011, le forze di sicurezza tunisine sono strettamente dipendenti dagli Stati Uniti, da cui ricevono la maggior parte delle forniture militari44. Dalla caduta di Ben Ali e la salita al potere di Ennahda, gli Stati Uniti hanno incessantemente aumentato gli aiuti al governo tunisino ed esteso la propria influenza su tutti i rami della sicurezza: fornendo mezzi45, linee di credito agevolate46 e rafforzando la cooperazione tra i due apparati di sicurezza47.

Si può facilmente immaginare che nel processo di rifondazione dell’intelligence seguito alla defenestrazione del presidente Ben Ali i servizi americani abbiano plasmato quelli tunisini a propria immagine e somiglianza.

La strategia della tensione punta all’Italia

La strage al museo nazionale del Bardo salda il terrorismo eterodiretto da Washington all’Italia, non solo perché le coste tunisine distano pochi chilometri da quelle italiane ma sopratutto perché cadono i nostri primi connazionali per mano dell’ISIS: sono i croceristi della Costa Splendida e dell’MSC Splendida, l’unico vero obbiettivo dell’assalto al museo del Bardo.

Il terrorismo dell’ISIS assolve la funzione di compattare gli Stati europei attorno alle due barcollanti istituzioni euro-atlantiche con cui Washington controlla il continente: l‘Unione Europea e la NATO. Creando un ampio arco di instabilità sulla sponda sud del Mediterraneo (guerra, immigrazione di massa, crollo della produzione energetica), si genera una condizione per cui è problematico divincolarsi dalla presunta “protezione” delle istituzioni euro-atlantiche, che al contrario sono la principale causa del dissesto.

Costruendo e montando ad arte una minaccia fino all’estate del 2013 inesistente, l’ISIS, si tenta di distogliere l’opinione pubblica italiana dalle disastrose condizioni generate dalla moneta unica (sette anni di recessioni e la perdita del 10% del PIL), spingendo Roma verso un intervento in Libia in una una cornice NATO.

Non c’è alcun dubbio che la soluzione più conveniente all’Italia per risolvere la crisi libica sia il sostegno all’esercito nazionale libico, guidato dal generale Khalifa Haftar, che debitamente armato potrebbe debellare la minaccia islamista e riunificare il Paese conquistando Tripoli. Al sostegno militare ad Haftar si oppongono Washington e Londra che, da La Repubblica48 a Il Sole 24 Ore49, hanno prontamente schierato i media per screditare l’ex-ufficiale di Gheddafi. Gli angloamericani auspicano infatti che la situazione si incancrenisca e che un eventuale intervento in Libia, sia condotto dalla NATO con l’Italia nella veste di utile idiota.

L’inesistente ripresa economica, l’annunciato fallimento dell’allentantamento quantitativo della BCE e la crescita delle pulsioni anti-euro ed anti-americane, rende praticamente certo l’aumento del caos nel Nord-Africa: la destabilizzazione attuata dagli USA sarà spinta all’estremo nel tentativo di alterare il precario equilibrio dei Paesi ancora solidi (Egitto, Tunisia ed Algeria) ed impedire il consolidamento di quelli martoriati dalla guerra (Libia, Mali e Nigeria).

Dopo il Bardo, l’Italia è la candidata ufficiale al prossimo attentato dell’ISIS, compiuto il quale il premier Matteo Renzi tenterà di trascinarci nelle sabbie mobili libiche a fianco della NATO, nella speranza di far dimenticare l’inesistente ripresa economica e ricordarci i vantaggi dell’Alleanza Nord-Atlantica.

 

 

1http://www.repubblica.it/esteri/2014/06/12/news/iraq_appello_dei_ribelli_jihadisti_marciamo_tutti_su_bagdad-88717752/

2http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Isis-Al-Arabya-10mila-jihadisti-alle-porte-di-Baghdad-si-combatte-a-Kobani-dbb173c2-a7ec-4127-b8a4-af5100bb22e5.html

3http://rt.com/news/192528-iraq-russia-air-defense/

4http://www.bbc.com/news/world-middle-east-27883162

5http://www.usnews.com/news/articles/2015/03/17/absent-us-forces-iraq-turns-to-iran-militias-for-isis-fight-in-tikrit-mosul

6http://www.ansamed.info/ansamed/en/news/sections/generalnews/2014/12/18/isis-fighters-now-in-golan-heights-near-israeli-border_40d07d44-4f78-40a6-a670-787796f4ebaa.html

7http://www.ilgiornale.it/news/mondo/assad-laviazione-israeliana-risponde-ad-qaeda-1086060.html

8http://www.bbc.com/news/world-middle-east-30882935

9http://english.al-akhbar.com/node/23846

10http://english.al-akhbar.com/node/24026

11http://www.liveleak.com/view?i=9a6_1424982580

12http://www.ilgiornale.it/news/mondo/yemen-doppio-attentato-contro-moschee-sciite-55-morti-1107327.html

13http://rt.com/news/231471-us-embassy-yemen-weapons/

14http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/03/25/libia-isis-rivendica-attacchi-bengasi_2c1d1967-fb9f-430c-9efc-00e975545958.html

15www.lastampa.it/2015/02/23/blogs/caffe-mondo/haftar-il-generale-che-piace-al-governo-di-tobruk-e-che-americani-e-inglesi-non-vogliono-9JTAEXsvL12xF4QLjjOwZM/pagina.html

16http://ent.siteintelgroup.com/Corporate/about-site.html

17http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/20/isis-in-yemen-attacco-kamikaze-contro-moschee-sciite-cnn-120-morti/1523249/

18http://www.cnn.com/2014/11/18/world/isis-libya/

19https://twitter.com/Rita_Katz/status/567048725525434368

20http://www.corriere.it/esteri/15_febbraio_22/forse-falso-video-dell-uccisione-21-cristiani-giustizia-dall-isis-02deedb0-ba6c-11e4-9133-ae48336c4c83.shtml

21https://twitter.com/rita_katz/status/575394802721759232

22Il segreto di Piazza Fontana, Paolo Cucchiarelli, editore Ponte delle Grazie, 2009, pag. 58

23http://www.agi.it/estero/notizie/tunisia_due_le_vittime_italiane_arrestati_complici_terroristi-201503191451-est-rt10146

24https://twitter.com/Rita_Katz/status/578579669965996032

25http://it.radiovaticana.va/news/2015/03/20/addestrati_in_libia_terroristi_del_museo_del_bardo_a_tunisi/1131015

26http://www.rferl.org/content/exporting_nonviolent_revolution_eastern_europe_mideast/2316231.html

27http://www.theguardian.com/world/2015/jan/29/egypt-army-police-sinai-el-arish-sheikh-zuwayed-rafah

28http://www.ilgiornale.it/news/mondo/i-turisti-occidentali-nel-mirino-isis-colpire-sharm-el-1064886.html

29http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2015/03/03/libia-lisis-colpisce-campi-petroliferi_7d60e44f-89dd-488a-801e-cd3ee5154565.html

30http://cruises.jetstar.com/travel/gateway.rvlx?action_route=1:CRUISE:0:SAILPLAN&sailing_id=332650

31http://www.msccruisesusa.com/us_en/Cruise-Departures/MSC-Splendida-Cruise-Itinerary-Rates.aspx?cruise_id=SP20150313BCNBCN&ship_code=SP

32http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/03/18/tunisia-superstiti-della-strage-rientrati-in-italia-terzo-attentatore-in-fuga-ancora-minacce-per-i-turisti_db08c863-83a8-4ac7-9699-dd4c6016ca7f.html

33http://www.mediaset.it/quimediaset/comunicati/il-racconto-dell-attacco-al-museo-del-bardo-visto-da-un-complice-del-commando-a-terra_20365.shtml

34http://www.lastampa.it/2015/03/22/esteri/ma-quale-attacco-al-parlamento-di-tunisi-volevano-la-strage-di-turisti-jJIkbIk7nu8WjxHLdNHnaK/pagina.html

35http://www.lastampa.it/2015/03/22/esteri/ma-quale-attacco-al-parlamento-di-tunisi-volevano-la-strage-di-turisti-jJIkbIk7nu8WjxHLdNHnaK/pagina.html

36http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/ESTERI/tunisi_sparatoria_turisti_ostaggio/notizie/1245722.shtml

37http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/18/tunisi-gruppo-turisti-presi-in-ostaggio-nel-museo-bardo-evacuato-parlamento/1516031/

38http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/03/18/tunisia-superstiti-della-strage-rientrati-in-italia-terzo-attentatore-in-fuga-ancora-minacce-per-i-turisti_db08c863-83a8-4ac7-9699-dd4c6016ca7f.html

39http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-03-20/tunisi-terroristi-museo-addestrati-libia-093329.shtml?uuid=ABjctNCD

40https://www.agi.it/estero/notizie/attacco_al_museo_bardo_arrestato_il_leader_dei_terroristi-201503251814-est-rt10220

41http://www.lastampa.it/2015/03/25/blogs/underblog/bardo-ignorata-informativa-sullattentato-ore-prima-ennahda-implicato-per-ex-capo-servizi-francesi-e-su-sarkozy-e-qatar-6T5oPRkzM41N3oAOWidjGI/pagina.html

42https://www.agi.it/estero/notizie/tunisi_azzerati_vertici_polizia_arrestato_agente_di_guardia_bardo-201503231621-est-rt10168

43http://news.tunistribune.com/?q=node/2584

44http://fr.wikipedia.org/wiki/Forces_arm%C3%A9es_tunisiennes

45http://french.tunisia.usembassy.gov/les-etats-unis-offrent-deux-vhicules-au-ministre-de-lintrieur.html

46http://french.tunisia.usembassy.gov/les-etats-unis-signe-laccord-de-garantie-demprunt-de-500-millions-de-dollars-avec-la-tunisie.html

47http://french.tunisia.usembassy.gov/commission-militaire-mixte-americano-tunisienne.html

48http://feluche.blogautore.repubblica.it/2015/03/22/perche-haftar-e-un-pericolo-per-litalia/

49http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-03-10/libia-ecco-perche-generale-haftar-ricatta-l-italia-e-dove-stiamo-sbagliando-190713.shtml?uuid=ABjgi46C

Vota!
Precedente Euro-Gold Standard: il trionfo dell'alta finanza Successivo Il giovedì che cambierà il mondo