Elezioni in Portogallo, un déjà vu greco

 

All’estremo occidente dell’Europa, nel “meridionale” Portogallo, si consuma l’ennesima forzatura istituzionale in nome delle oligarchie finanziarie di Bruxelles: il presidente della Repubblica Aníbal Cavaco Silva, con un surreale piglio da generalissimo sudamericano, affida l’incarico per la formazione del nuovo esecutivo al premier conversatore Pedro Coelho, uscito sconfitto dalle elezioni, pur di arginare le sinistre che si professano anti-euro ed anti-NATO. L’effimera esistenza del governo di minoranza apre le porte ad una coalizione tra socialisti, marxisti e rosso-verdi: è però probabile il ripetersi dell’esperienza di Alexis Tsipras, prosecutore dell’austerità nonostante l’iniziale retorica anti-Troika. Il destino dell’euro non sarà deciso da una consultazione elettorale, ma dal conflitto militare tra NATO e paesi emergenti, sempre più probabile man mano che l’economia globale si indebolisce.

“Nunca os governos dependeram de forças políticas antieuropeístas”

Il discorso che il Presidente della Repubblica Anibal Cavaco Silva rivolge alla nazione il 22 ottobre dura all’incirca dieci minuti1: non è certo il portoghese musicale di Sergio Mendes in “Mas que nada” ma merita comunque un ascolto perché è un buon termometro del clima politico che si respira in Europa.

Le elezioni legislative del 4 ottobre non si chiudono come il presidente Cavaco Silva auspica, sancendo la sconfitta del conservatore Partito Social Democratic guidato da Pedro Passos Coelho, premier uscente nonché inflessibile attuatore delle politiche di svalutazione interna della Troika. Le sinistre, suddivise tra il Partido Socialista di Antonio Costa, il marxista Bloco de Esquerda di Catarina Martins ed il rosso-verde Coligação Democrática Unitária di Jeronimo de Sousa, conquistano i 25 seggi persi dal centrodestra, un numero sufficiente a formare un esecutivo di sinistra qualora i tre raggiungano un compromesso. C’è però un problema: il nuovo governo di sinistra sarebbe teoricamente ostile alle ricette neoliberiste di Bruxelles e le sue ali più estreme invocano un’uscita di Lisbona dall’euro e, l’identità tra i due è ormai alla luce del sole, dalla NATO.

Il presidente Anibal Cavaco Silva “non ci sta”, come direbbe il buon anima Oscar Luigi Scalfaro, e davanti alle telecamere si cimentata in un surreale discorso degno dell’Estado Novo di Antonio Salazar: non è possibile gettare alle ortiche quarant’anni di scelte strategiche assunte a partire dalla Rivoluzione dei Garofani del 1974, è d’obbligo rispettare gli obblighi internazionali assunti dal Paese, un’uscita del Portogallo dall’Unione Europea e dall’euro sarebbe catastrofica, mai dall’avvento della democrazia è stato formato un esecutivo controllato dalle forze antieuropeiste ed antiatlantiche che nei loro programmi elettorali contemplano lo smembramento dell’unione politica e monetaria dell’Europa e la dissoluzione della NATO. In portoghese suona:

“Em 40 anos de democracia, nunca os governos de Portugal dependeram do apoio de forças políticas antieuropeístas, isto é, de forças políticas que, nos programas eleitorais com que se apresentaram ao povo português, defendem a revogação do Tratado de Lisboa, do Tratado Orçamental, da União Bancária e do Pacto de Estabilidade e Crescimento, assim como o desmantelamento da União Económica e Monetária e a saída de Portugal do Euro, para além da dissolução da NATO, organização de que Portugal é membro fundador.”

A questo punto Anibal Cavaco Silva illustra come intende muoversi sull’onda di questo preoccupante risultato elettorale: il premier conservatore Pedro Passos Coelho risulta essere comunque il capo del partito di maggioranza relativa (rispetto alla precedente tornata elettorale il PSD crolla dal 50,4% al 38,6% e l’affluenza alle urne supera di poco il 55%, sicché Coelho ha l’appoggio di poco più del 20% degli elettori), quindi ha vinto le elezioni e, deinde, spetta a lui formare l’esecutivo:

“Neste contexto, e tendo ouvido os partidos representados na Assembleia da República, indigitei hoje, como Primeiro-Ministro, o Dr. Pedro Passos Coelho, líder do maior partido da coligação que venceu as eleições do passado dia 4 de outubro. Tive presente que nos 40 anos de democracia portuguesa a responsabilidade de formar Governo foi sempre atribuída a quem ganhou as eleições.”

Si tratta di un’evidente forzatura democratica, dal momento che le sinistre controllano la maggioranza dei seggi: nessuno però fiata né a Bruxelles né sulla stampa anglosassone, sempre pronta a gridare alla dittatura a casa degli altri. Dopotutto è ancora fresco il ricordo di quanto accaduto in Grecia con la vittoria di Alexis Tsipras ed il trionfo dell’oxi al referendum di inizio luglio: deo gratias agimus che Syriza fosse cresciuta poppando dalle mammelle di George Soros 2ed al momento clou abbia evitato la rottura con Bruxelles e la conseguente uscita dall’euro, rimangiandosi la campagna elettorale, sei mesi di governo e l’esito del referendum sulle condizioni della Troika.

Nonostante la situazione diventi via via più insostenibile sul piano istituzionale, perché nel frattempo il Partido Socialista di Antonio Costa afferma di aver trovato un accordo con la sinistra radicale, Pedro Coelho si presenta al Parlamento per ottenerne la fiducia. Disponendo di soli 107 seggi su 240, il premier incaricato può realisticamente ambire solo alla formazione di un “governo della non sfiducia”, come quello presieduto da Giulio Andreotti dopo le elezioni del 1976 che sanciscono il sostanziale pareggio tra DC e PCI.

Il 27 ottobre è presentata la lista dei ministri al presidente Anibal Cavaco Silva ma il nuovo esecutivo pro-austerità ha un’effimera vita: il 10 novembre, a solo undici giorni dal suo insediamento, i socialisti, la Coligação Democrática Unitária ed il Bloco de Esquerda votano compatti, bocciando con 123 voti su 240 il programma governativo del conservatore Coelho, causandone l’immediata caduta3.

Per il presidente Anibal Cavaco Silva, peraltro agli sgoccioli del mandato, e l’establishment di Bruxelles è una sonora sconfitta. I maneggi della stampa per occultare le forzature istituzionali di Cavaco Silva rendono pressoché incomprensibile la dinamica degli eventi in corso ed il lettore fatica a capire come l’esecutivo di centrodestra, quello delle “riforme risanatrici della Troika”, abbia potuto perdere la maggioranza elettorale “pur avendo appena vinto le elezioni”. Scrive La Repubblica in un piccolo capolavoro di ipocrisia:

“La svolta portoghese ha spiazzato nelle ultime settimane molti analisti politici. La vittoria del centrodestra di Passos Coelho alle elezioni di inizio ottobre con il 38,6% dei voti era stata salutata come la dimostrazione che anche un partito costretto ad applicare le misure lacrime e sangue imposte dai creditori può averne alla fine un tornaconto elettorale. Lisbona è uscita già da un anno dal programma di Ue, Bce e Fmi, ha riportato sotto controllo i conti pubblici e il Pil dovrebbe crescere nel 2015 dell’1,6% malgrado una disoccupazione ancora al 13%. Il successo elettorale non è bastato però all’ex-premier per conquistare la maggioranza a assoluta dei seggi

Stampa orwelliana: i partiti avversari ottengono il 51% dei seggi in Parlamento e Coelho è il vincitore delle elezioni? Il PSD perde 12 punti percentuali alle elezioni, 25 deputati, ed ottiene un successo elettorale?

Nel frattempo i socialisti di Antonio Costa perfezionano l’accordo con i marxisti del BE ed i rosso-versi del CDU: rinunciando i primi alla rinegoziazione del debito ed i secondi all’uscita dall’euro nascerebbe un esecutivo di sinistra deciso, sulla carta, ad alleviare le misure di svalutazione interna, alzando i salari minimi, ripristinando la contrattazione collettiva, scongelando pensioni e stipendi pubblici e reintroducendo le festività abolite.

Per rassicurare gli investitori della City e di Wall Street che il Portogallo rimarrà comunque dentro i binari della rigida ortodossia finanziaria, il responsabile economico dei socialisti, nonché autore del programma della nascente coalizione, Mario Centano (laurea ad Harvard ed ex-economista del Banco de Portugal, un tipo “a posto”) corre a rilasciare un’intervista al britannico Financial Times4:

“We will stay on the path of fiscal consolidation. It’s not the direction we challenge, but the speed of travel. We will continue to bring down the deficit and debt, but at a slower pace.”

Business as usual, insomma: Centano pone già le premesse per una nuova “esperienza Syriza”, tanto che l’uscita del Portogallo dalla NATO si dissolve subito assieme a quella dall’euro. Anzi, un eventuale governo di sinistra installato in Portogallo farebbe forse pure comodo a Londra e Washington, rafforzando l’assedio attorno Berlino affinché apra i cordoni della borsa e si faccia finalmente carico dell’euro-periferia.

La mossa del presidente Cavaco Silva di forzare le istituzioni e reincaricare Coelho è stata probabilmente un inutile azzardo, ascrivibile più a faide tra partiti d’establishment che a battaglie ideologiche per cambiare i destini del Portogallo, tant’è vero che alle elezioni quasi la metà degli aventi diritto non si è recata alle urne, apatica ed indifferente. Lo stesso è accaduto con le elezioni di settembre in Grecia, dove Alexis Tsipras ha vinto con il 36% dei voti ed un’affluenza al 56%: l’austerità continua, è stato indetto il primo sciopero generale dell’era Syriza (con lo schizofrenico appoggio del partito di governo) e ad Atene le molotov hanno ripreso a volare.

Arrivati a questo punto dell’eurocrisi è da illusi credere che un qualsiasi cambiamento possa uscire dalle urne: i partiti popolari e socialisti sono troppo compromessi con la moneta unica ed hanno investito troppe risorse sull’Unione Europea perché facciano propria la battaglia anti-euro mentre i vari Syriza e Movimento 5 Stelle sono propaggini delle oligarchie finanziarie anglofone, utili solo a catalizzare il malcontento e sterilizzarlo, lasciando indisturbato l’establishment euro-atlantico.

Qual è quindi il destino dell’euro? Moneta elitaria ed oligarchica sin dalle origini, non morirà certo per una plebea tornata elettorale: i suoi destini sono legati all’impero a monte dell’Unione Europea, quello angloamericano.

L’incancrenirsi dell’economia globale ed il crescendo di tensione internazionale

Nell’Europa assoggettata dalle oligarchie finanziarie, l’unico uomo le cui parole abbiano un peso è il venerabile governatore della BCE Mario Draghi: gli ultimi messaggi dell’ex-vice presidente di Goldman Sachs International, nonché ex-governatore di Banca d’Italia dopo l’estromissione “dell’euroscettico” Antonio Fazio via scandalo giudiziario, contengono parecchi segnali allarmanti, espressi nel tipico linguaggio ermetico dei banchieri centrali. Dice Draghi dinnanzi davanti al Parlamento Europeo, il 12 novembre5:

“La ripresa dell’area euro prosegue moderata e sono chiaramente visibili i rischi al ribasso sulla crescita e sul commercio; occorre essere attenti ai rischi che vengono dal rallentamento dei mercati emergenti; le dinamiche dell’inflazione si sono indebolite, principalmente a causa del calo dei prezzi del petrolio e per l’effetto rinviato del rafforzamento dell’euro; al nostro incontro di dicembre riesamineremo il livello della nostra politica monetaria accomodante. Se la stabilità dei prezzi è a rischio agiremo usando tutti gli strumenti disponibili entro il nostro mandato”.

L’inquilino dell’ultimo piano di Francoforte è preoccupato dalla caduta dell’interscambio globale: non a torto, perché per la prima volta dalla crisi del 2008-2009 il volume del commercio mondiale è calato nel primo semestre del 2015, accelerando la caduta nella parte finale dell’anno6, con la Cina che registra ad ottobre un calo dell’export del 7% e del 19% dell’import anno su anno, dopo il -20% del mese precedente7. Il tonfo del commercio mondiale è dettato dal rallentamento dell’economia cinese che si ripercuote a catena sugli altri BRICS, mercati di approvvigionamento ed allo stesso di sbocco per Pechino: considerato il ruolo che le economie emergenti hanno svolto nel traghettare l’economia mondiale fuori dalle secche dell’ultima recessione (2009), è evidente che il loro rallentamento ha un inevitabile impatto sulla crescita globale. L’organizzazione OECD avverte il 9 novembre che gli interscambi commerciali sono scesi ad un livello compatibile con una recessione globale8.

Ora, considerato che l’eurozona vive essenzialmente di domanda esterna (tra gennaio e giugno il surplus commerciale si è attestato a 115 €mld), come sarà possibile evitare un’ulteriore caduta della già anemica crescita senza l’apporto dell’export? La deflazione intanto dilaga, con i prezzi che sono scesi dello 0,1% a settembre nella zona euro. Certo, Mario Draghi promette di ampliare l’allentamento quantitativo entro dicembre, ma come abbiamo più volte sottolineato, il denaro creato dalla BCE non alimenta l’economia reale, bensì irrora solo i mercati azionari ed obbligazionari controllati dalle oligarchie finanziarie. Nel frattempo si ingrossa in Germania il fronte dell’opposizione all’allentamento quantitativo, con tre cause intentate negli ultimi mesi da esponenti politici tedeschi presso la corte costituzionale di Karlsruhe9.

Già, la Germania, il vero problema degli angloamericani nell’eurozona: come sottolinea sempre il venerabile Mario Draghi, per sedare le spinte centrifughe in seno all’unione monetaria è necessaria l’unione politica, ossia la fondazione degli agognati Stati Uniti d’Europa inseguiti nei secoli dalla massoneria internazionale e dalla finanza anglofona. Il problema è che né Berlino né Parigi li desiderano, con l’aggravante che la Germania, a differenza della Francia, ha un enorme surplus commerciale, che si traduce in minore domanda per gli altri membri dell’euro.

Come abbiamo abbiamo sottolineato, sia lo scandalo Volkswagen che la “via balcanica” dell’immigrazione selvaggia, sono due rappresaglie americane contro Berlino, affinché apra i cordoni della borsa e si faccia carico degli aggiustamenti interni all’eurozona. All’ondata di germanofobia dilagante si è accodato anche il governo italiano, prono alle direttive atlantiche: “la Germania riduca l’esorbitante surplus commerciale” dice l’ex-FMI Pier Carlo Padoan intervistato il 9 novembre dal Die Welt10, “puntare sull’austerità invece che sulla crescita è stato un errore ma finché la situazione resterà questa rispetterò le regole”11 afferma il premier Matteo Renzi, ascaro italiano del fondo Blackrock.

Le sorti dell’Unione Europea, propaggine sul continente euroasiatico dell’impero angloamericano, sono in ogni legate ai destini della “madrepatria”: com’è allora la situazione negli Stati Uniti? Anche qui la maggior parte degli economisti dà ormai per certa una nuova recessione12 mentre l’inflazione si aggira attorno allo 0% ed i salari stagnano: il tutto dopo otto anni durante cui la Riserva Federale ha azzerato il saggio di risconto ed immesso trilioni di liquidità nei mercati azionari ed obbligazionari. Non è difficile pronosticare che il rialzo del tasso di risconto della FED, di cui il Fondo Monetario Internazionale continua a chiedere il rinvio13, precipiterà l’economia americana in deflazione.

Ma, come abbiamo evidenziato nei nostri articoli, non è proprio questo che le oligarchie finanziarie desiderano, la caduta dell’economia globale in deflazione?

Sia l’eurozona che l’economia americana corrono rapide su strade separate che convergono verso un comune, atteso, collasso finanziario, il cui esito non può che essere la consueta, tragica, escalation militare, da collocarsi probabilmente a ridosso delle elezioni presidenziali americane del novembre 2016.

Il presidente Barack Obama ed il premier israeliano Benjamin Netanyahu ne pongono incessantemente le basi: soldati americani in Siria dove è impegnata l’aviazione russa, raid aerei israeliani contro Damasco nonostante la presenza dell’aviazione di Mosca, intensificazione degli aiuti militari americani ad Israele in chiave anti-iraniana14, incremento dei conflitti a fuoco nell’est dell’Ucraina15, dispiegamento nella flotta americana nel mare meridionale cinese16 con chiari intenti provocatori, etc. etc.

A rendere inequivocabile il messaggio bellico è intervenuto lo stesso Segretario alla Difesa americano Ashton Carter che, ospite del Reagan National Defense Forum, ha definito il 7 novembre Russia e Cina come minacce all’ordine mondiale17:

In the face of Russia’s provocations and China’s rise,we must embrace innovative approaches to protect the United States and strengthen that international order.(…). We do not seek to make Russia an enemy. But make no mistake. The United States will defend our interests, and our allies, the principled international order, and the positive future it affords us all.”

Concludendo, la crisi dell’eurozona non subirà nessuna svolta né dalla elezioni in Portogallo, né in Spagna né altrove: nata come un’emanazione dell’impero angloamericano, l’Unione Europea ne segue passo dopo passo le sorti. Il suo destino non sarà deciso da consultazioni democratiche ma dal prossimo, sempre più probabile ed imminente, conflitto militare.

P.S. Il nostro “opus magnum” su Angie ha compiuto il giro di boa.

cavacoeobama

1http://www.presidencia.pt/?idc=22&idi=97250

2http://www.wiwo.de/politik/europa/portraet-rettungsplaene-fuer-den-euro/7751122-4.html

3http://www.rsi.ch/news/mondo/Portogallo-caduto-il-governo-6399469.html

4http://www.ft.com/intl/cms/s/0/0dc91372-87bc-11e5-90de-f44762bf9896.html#axzz3rDhrHt9i

5http://www.agi.it/economia/notizie/draghi-linflazione-non-riparte-bce-pronta-ad-agire

6http://www.wsj.com/articles/worries-rise-over-global-trade-slump-1442251590

7http://www.wsj.com/articles/china-exports-slump-as-global-demand-shrinks-1446962465

8http://www.reuters.com/article/2015/11/09/us-oecd-economy-idUSKCN0SY11F20151109#Ak65yyaEFk55h244.97

9http://www.bloomberg.com/news/articles/2015-11-10/ecb-faces-three-suits-over-quantitative-easing-in-german-court

10http://www.agi.it/economia/notizie/padoan_germania_riduca_esorbitante_surplus_commerciale-201511091159-eco-rt10054

11http://www.tgcom24.mediaset.it/politica/matteo-renzi-sull-austerita-merkel-ha-sbagliato-ma-rispettero-le-regole-_2143384-201502a.shtml

12https://www.washingtonpost.com/news/wonk/wp/2015/10/23/economists-are-starting-to-sound-alarm-about-the-risk-of-a-new-u-s-recession/

13http://www.france24.com/en/20151110-imf-says-risks-higher-early-fed-rate-hike

14http://www.jpost.com/Israel-News/Politics-And-Diplomacy/Netanyahu-returns-with-progress-on-Iran-Syria-while-Palestinian-issue-remains-dead-locked-432916

15http://uk.reuters.com/article/2015/11/11/ukraine-crisis-conflict-idUKL8N1362U920151111

16http://www.bbc.com/news/world-us-canada-34641131

17http://www.defense.gov/News-Article-View/Article/628144/carter-response-to-russia-china-involves-innovation

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2 thoughts on “Elezioni in Portogallo, un déjà vu greco

  1. Valerio il said:

    invocano un’uscita di Lisbona dall’euro e, l’identità tra i due è ormai alla luce del sole, dalla NATO

    Andava scritto in caratteri cubitali fluorescenti, perché c’è ancora qualcuno che fa finta di non capirlo.

     

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