Brexit: tutto finirà là dove tutto è cominciato?

Mancano due mesi al referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea ed i sostenitori del Brexit hanno buone possibilità di vittoria: la tigre cavalcata da David Cameron per vincere le elezioni del 2015, finirebbe così col divorare lui e gli avanzi delle istituzioni brussellesi, sancendo la fine dell’Europa unita, nata paradossalmente proprio nei circoli della City londinese. Il Regno Unito è infatti allo stesso tempo uno Stato nazionale, geloso della sua sovranità, e centro irradiante della finanza cosmopolita, che da sempre si prodiga per diluire gli Stati in organismi sovranazionali. Da oltre oceano Washington osserva preoccupata l’evoluzione della situazione europea: il Brexit e la susseguente implosione della UE la priverebbero della “testa di ponte” sul continente euroasiatico.

La City, il Regno Unito e l’Unione Europea

Le fortune del Regno Unito poggiano sul patto stipulato secoli addietro tra corona d’Inghilterra e la finanza cosmopolita, risalente per l’esattezza alla Gloriosa Rivoluzione (1688-1689) ed all’incoronazione di Guglielmo III d’Orange (1650-1702): alla cacciata del cattolico Giacomo II e dalla sanguinosa repressione degli irlandesi, seguono infatti l’avvento di un re protestante, la nascita della Banca d’Inghilterra (1694), della massoneria speculativa e dell’impero commerciale-finanziario che raccoglie l’eredità di quello olandese (Uniliver e Royal Dutch Shell sono il retaggio dell’asse tra Londra ed Amsterdam benedetto dalla finanza). L’alleanza tra l’establishment inglese e la finanza cosmopolita decide per secoli le sorti dell’Occidente finché, nei primi due decenni del XX secolo, non subentra la potenza statunitense a quella inglese: si passa così dal connubio tra inglesi e banchieri internazionali a quello tra angloamericani e finanza. La City e Wall Street diventano gli esclusivi distretti finanziari dove si fa la politica mondiale.

Il Regno Unito ha quindi storicamente una doppia natura, Stato nazionale e sede della City, una doppia natura che, pur essendo all’origine delle sue ricchezze, produce talvolta sintomi di schizofrenia: è il caso dellunione politica dell’Europa.

La finanza internazionale, usando come braccio operativo la massoneria (si ricordi che la Loggia Madre ha sede a Londra) lavora infatti sin dai tempi della Rivoluzione Francese (1789) per ripetere in Europa l’esperimento americano culminato con la guerra d’indipendenza (1775-1783): la nascita di uno Stato federale, gli Stati Uniti d’Europa, necessari affinché una ristretta oligarchia finanziaria possa esercitare incontrastata il controllo sul Vecchio Continente (fenomeno già visibile nella BCE, dove un uomo, l’ex-Goldman Sachs Mario Draghi, decide quasi autonomamente la politica monetaria di 19 Paesi).

Il Regno Unito inteso come Stato-nazione, potenza insulare e da sempre fautore della politica dell’equilibrio tra le nazioni europee, è storicamente scettico su disegni federativi coltivati dalla City stessa e dalla finanza cosmopolita: l’allergia inglese all’Europa unita, culminata in questi mesi col Brexit, risale infatti ai primi decennio del ‘900.

Negli anni ’20 del secolo scorso, le grandi famiglie dell’alta finanza come i Rothschild ed i Warburg, affiancate dalle più illustri ed influenti istituzioni atlantiche (Chatham House, Council on Foreign Relations, Carnegie Endowment for International Peace) sono tra i principali finanziatori e sostenitori del movimento Paneuropa di Richard Coudenhove-Kalergi, “bisnonno” dell’attuale Unione Europea: il progetto di una federazione di Stati sembra alla portata di mano attorno al 1929, sotto la direzione del francese Aristide Briand. Benché la City lavori attivamente per gli Stati Uniti d’Europa, l’elemento “nazionale del Regno Unito la pensa però diversamente. Scrive Coudenhove-Kalergi nel suo libro autobiografico “Una vita per l’Europa”:

Molti Stati chiedevano l’inclusione nell’unione europea della Russia e della Turchia, Paesi che allora non facevano parte della Società delle Nazioni. Quasi tutte le risposte ponevano come condizione l’inclusione della Gran Bretagna. Ma la risposta inglese fu evasiva. Quel governo non voleva che l’Inghilterra fosse esclusa dall’Europa né che vi fosse inclusa. Voleva impedire una federazione di Stati europei (…) L’iniziativa di Briand era annientata dalla vittoria elettorale di Hitler. Invece di un’unione degli Stati europei fu creato un “Comitato di studi per una unione europea”.

Al termine del secondo conflitto mondiale, installatisi i sovietici in Germania ed Austria e piombati gli Stati europei in una drammatica prostrazione sociale e materiale, gli angloamericani tornano alla carica per unire le nazioni europee in un unico soggetto politico, obbiettivo che sembra di nuovo facilmente conseguibile. Esiste tuttavia una diversità di fondo: mentre Washington preme per gli Stati Uniti d’Europa (il senatore James William Fulbright presenta nel 1947 la risoluzione: “il Congresso appoggia a creazione degli Stati Uniti d’Europa nel quadro delle Nazioni Unite”), il Regno Unito, nonostante abbia concesso l’indipendenza all’India nel 1947, è ancora recalcitrante all’idea di legarsi ad una federazione continentale, sicuro di poter svolgere ancora un ruolo mondiale grazie al Commonwealth. Nonostante l’ex-premier Wiston Churchill ed il genero Duncan Sandys siano quindi gli animatori del European Movement International, gli inglesi hanno precise idee sull’Europa unita. Scrive ancora Coudenhove-Kalergi ricordando il congresso dell’Aia del 1948:

Per l’Inghilterra la questione era diversa. I suoi impegni con i Dominions le impedivano di stringere legami troppo stretti con i continente. A questo si aggiungeva una ragione psicologica. La Gran Bretagna non ha una costituzione scritta, né per la madrepatria, né per il Commonwealth. Si ribellava al pensiero di essere legata al continente mediante una costituzione scritta e di dover ubbidire al leggi che vengono approvate da una maggioranza continentale contro i voti britannici. Pertanto desiderava un’unione europea di Stati indipendenti, non uno Stato federale”.

Nascono di conseguenze due Europee: la CEE (Francia, Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo ed Italia), le cui basi sono gettate con il Trattato di Roma del 1957, e, a distanza di pochi anni l’Associazione europea di libero scambio (AELS), guidata dal Regno Unito ed estesa a Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera. Il blocco continentale è così guidato dalla Francia di Charles De Gaulle, deciso a sfruttare “l’Europa Unita” come moltiplicatore della forza di Parigi e contenere l’egemonia americana. Scrive Coudenhove-Kalergi:

De Gaulle conosce una specie sola di patriottismo europeo in contrasto con i tentativi americani di egemonia. Capisce la necessità di un’alleanza atlantica. Ma respinge l’idea di un “sole centrale” americano intorno al quale le nazioni europee debbano ruotare come pianeti. La sua meta è la collaborazione tra gli Stati Uniti d’America e l’unione degli Stati europei, sulla base della parità di diritti. (…) La sua meta era anzitutto una lega di Stati sovrani, la cui politica coordini in tutti in campi gli interessi comuni: un’Europa delle patrie. Molti dei migliori europei vedevano in questo programma una regressione in confronto agli sforzi di integrazione europea di Robert Schuman, Paul Henri Spaak, Jean Monnet e Konrad Adenauer (…) Desiderano anzitutto la caduta di De Gaulle. La loro propaganda tendeva ad accelerare questa caduta, come premessa per l’unione dell’Europa”

Il generale De Gaulle si trova così ad affrontare una doppia sfida: quella interna, degli “europeisti” francesi che lavorano per la sua caduta, “premessa per l’unione dell’Europa”, e quella esterna dall’establishment atlantico, deciso a vanificare i suoi tentativi di creare un blocco continentale, ostile agli angloamericani ed aperto alla collaborazione con la Russia, anche sovietica (“l’Europe de l’Atlantique à l’Oural1). Come neutralizzare la strategia di De Gaulle?

Si tenta di reintrodurre dalla finestra il Regno Unito (i cui Dominions si riducono anno dopo anno), affinché ne arresti la deriva euroasiatica e ne garantisca il fermo ancoraggio atlantico: a due riprese (1963 e 1967) l’anziano De Gaulle blocca la domanda inglese di accedere alla Comunità Economica Europea, finché il suo successore, l’ex-direttore generale della banca Rothschild, Georges Pompidou, non dà il nulla osta all’operazione. Il premier conservatore inglese Edward Heat può così firmare nel 1973 l’intesa per lo sbarco di Londra “sul Continente”.

Da allora sono quattro le priorità inglesi in Europa:

  1. difesa: impedire la nascita di un’alleanza militare o di un coordinamento tra le forze armate europee alternativo alla NATO e controllare le forze di sicurezza comunitarie esistenti (come l’agenzia Europol diretta dall’inglese Rob Wainwright);
  2. esteri: salvaguardare il carattere atlantico della CEE/UE, cosicché la politica estera europea sia conforme agli interessi angloamericani, reprimendo di volta in volta le pulsioni dei singoli Stati ad agire difformemente (vedi le sanzioni all’Iran, alla Russia ed il comportamento dinnanzi alla destabilizzazione NATO del Mediterraneo passata alla storia come “Primavera Araba”);
  3. servizi finanziari: difendere gli interessi della City sul Continente, assicurarsi che la CEE/UE non prenda alcun provvedimento che la svincoli dal giogo della finanza anglosassone (l’inglese Jonathan Hill è commissario europeo per i servizi finanziari), controllare gli organismi finanziari comunitari (il governatore della BCE Mario Draghi è tra gli italianiad essere saliti nel 1992 sul panfilo inglese Britannia e prima di occupare l’attuale carica è stato vicepresidente a Londra di Goldman Sachs International2).
  4. economia: impedire che la CEE/UE si trasformi in una riedizione del blocco continentale napoleonico, tagliando fuori dall’economia europea gli USA e le multinazionali statunitensi che hanno delocalizzato in giro per il mondo.

A questo proposito è illuminante la recente lettera pubblicata sul The Telegraph (“Barack Obama is entitled to tell us what America thinks about Brexit3) con cui l’ex-Segretario di Stato per gli Affari Esteri, William Hague, perora la causa della permanenza di Londra nella UE, evidenziando l’interesse di Washington a preservare lo status quo. Scrive Hague:

This is partly because the UK plays a crucial role in ensuring the EU generally supports the objectives of the US and that there is usually transatlantic unity of action. When America needed strong sanctions to bring Iran to the nuclear negotiating table, Britain helped to make sure the whole EU adopted and implemented those sanctions. And without Britain to push for sanctions on Putin’s Russia when Crimea was invaded and annexed, the response of the EU would have been tremulously weak. Not only is Britain a decisive voice in keeping Europe and America positively aligned, it is also of immense importance in frustrating some of the silliest ideas that emerge in the EU that would pull it away from America. In 2012, many EU states, led by France, made a determined push to set up an EU military headquarters. For the obvious reason that this would duplicate and potentially undermine Nato and in my capacity as the then foreign secretary, I strongly opposed it. (…) It is simply that British and American attitudes are very often in tune, and a Europe without British ministers at its council tables would be less often aligned with our cousins across the Atlantic. This is true on economic matters as well as military and strategic issues. A Europe without the UK would be a more protectionist one, giving greater weight to Mediterranean instincts that would make it still harder to negotiate the long-awaited and much-needed Transatlantic Trade and Investment Partnership.”

Nonostante l’ingresso di Londra nella CEE, il conflitto tra lo Stato-nazione inglese, geloso della sua indipendenza e legato alla tradizione del Commonwealth, e la finanza cosmopolita della City è solo sopito, pronto a riesplodere appena si affaccino ulteriori cessioni di sovranità: è la storia della lady di ferro, Margaret Thatcher, l’anima del conservatorismo inglese più profondo e tradizionalista. La strenua opposizione della Thatcher all’introduzione dell’euro, considerato come uno strumento per estorcere sovranità agli Stati nazionali, accelerando la nascita di un’Europa federale, porta nel 1990 alle dimissioni del suo vice-premier Geoffrey Howe, schierato su posizioni europeiste, ed alla caduta del governo, mettendo così la parola “fine” sulla pluridecennale permanenza della Thatcher a Downing Street. Irriducibile, la lady di ferro guiderà anche da deposta la fazione dei conservatori che si oppone strenuamente al Trattato di Maastricht. Se la Gran Bretagna, John Major primo ministro, firma gli accordi che gettano le basi della UE e della moneta unica, lo fa quindi non solo  salvaguardando la sterlina, ma anche la sua libera fluttuazione sui mercati, opponendosi a qualsiasi ancoraggio al Sistema Monetario Europeo dopo lo choc del 1992.

Chi avrebbe dovuto condurre il Regno Unito nella grande famiglia dell’euro, sfidando l’ostilità dell’opinione pubblica, è il primo ministro laburista Tony Blair, alfiere della finanza e grande sostenitore della deregolamentazione dei mercati: “Mr Blair is undoubtedly keen for Britain to join the euro as soon as possible. A second Labour landslide would open a window of opportunity for him to achieve this goal” scrive nel giugno 2001 The Economist, evidenziando come tutte le stelle (il secondo mandato di Blair, l’introduzione fisica dell’euro, la rassegnazione dell’elettorato di fronte ad un sempre maggiore convergenza verso l’Europa) siano allineate correttamente per spingere Londra nell’euro4. Gli attentati del 9/11 stravolgono però a distanza di pochi mesi l’agenda del premier, invischiato nelle avventure belliche di George W. Bush: l’ultima finestra per introdurre l’euro si chiude e passeranno forse secoli perché le stelle siano di nuovo allineate.

Si arriva così alla crisi dei mutui spazzatura ed al fallimento di Lehman Brothers (settembre 2008), seguito a ruota dall’avvio dell’eurocrisi (i primi declassamenti del debito greco risalgono al dicembre 2009): il crollo di Wall Street e la seguente recessione sono l’atteso choc esterno che innesta il deflusso di capitali dalla periferia dell’eurozona verso il centro, mandando in crisi il regime a cambi fissi chiamato euro ed inaugurando l’ultima fase del ciclo di Frenkel. La crisi dell’euro, conviene sempre ricordarlo, non è infatti un fulmine a ciel sereno, ma è stata ideata, pianificata ed attesa sin dalle origini della moneta unica, così da fornire alle oligarchie finanziere lo spunto decisivo per l’unione fiscale e politica, ossia gli Stati Uniti d’Europa.

In questo contesto, da un lato il Regno Unito evita di essere travolto dalla sua abnorme e spericolata industria finanziaria svalutando la sterlina di quasi il 30% rispetto all’euro ed avviando un massiccio allentamento quantitativo (200 £mld di titoli acquistati dalla BOE nel solo 2009) da allora mai interrotto, dall’altro lato, la City apre le danze della destabilizzazione dell’eurozona: sia ben chiaro, l’obbiettivo non è il collasso della moneta unica, bensì il saccheggio dei risparmi dell’europeriferia, accompagnato dall’instaurazione di un clima di paura ed incertezza propedeutico alla cessione di sovranità agli organi di Bruxelles. Entrati quindi nel vivo del “processo federativo” dell’Europa, quando in sostanza è giunta l’ora di svuotare i singoli parlamenti dell’autonomia fiscale, riemerge però prepotentemente lo Stato-nazione inglese: il premier David Cameron rifiuta nel 2011 di partecipare al Fondo salva Stati creato per puntellare l’eurozona5, pressato dal Parlamento dove pochi mesi prima è stata soffocata a stento un fronda di conservatori che invocava un referendum sulla permanenza del Regno Unito nella UE6.

Trascorrono altri cinque anni: l’eurocrisi si estende a macchia d’olio a tutto il Continente, la situazione finanziaria, politica e sociale si fa sempre più precaria nell’europeriferia, esplode il fenomeno dell’immigrazione di massa dai Paesi destabilizzati dalla NATO ed il processo d’integrazione europea, anziché procedere, si involve drammaticamente (vittoria di partiti anti-europeisti, sospensione de facto degli accordi di Schengen, crescente tensione sulla politica monetaria della BCE). Il premier David Cameron, incalzato dal partito euro-scettico UKIP e indebolito dalle sedizioni dentro il partito conservatore, si presenta alle elezioni politiche del 2015 cavalcando la tigre del referendum sulla UE: se confermato a Downing Street, Cameron promette di indire una consultazione sulla permanenza del Regno Unito in Europa.

Cameron è rieletto, ma la tigre è uscita dalla gabbia.

La tigre che divorerà David Cameron e la UE

David Cameron avrà probabilmente qualche buona qualità, ma certamente non quelle dell’abile tattico: si direbbe, al contrario, che sia incapace di usare il pallottoliere con cui contare chi lo appoggia e chi gli è contro.

Già nell’agosto 2013 Cameron sopravvisse per il rotto della cuffia al voto parlamentare con cui la Camera dei Comuni bocciò clamorosamente l’intervento militare britannico in Siria, contro il parere del premier che perorava il bombardamento dell’esercito di Bashar Assad sull’onda dell’attacco chimico a Damasco (perpetrato dai sauditi e/o turchi). Nel caso del referendum sull’Unione Europea si direbbe che Cameron abbia commesso lo stesso errore di valutazione, questa volta, però, potenzialmente fatale per la sua carriere: la scommessa di Cameron si basava infatti sulla promessa di indire referendum, sulla seguente rinegoziazione dei rapporti tra Regno Unito e UE e sulla vittoria finale del “sì” per rimanere nell’Europa à la carte plasmata da Londra. David Cameron è infatti ascrivibile a pieno titolo, come John Major, alla categoria dei “conservatori europeisti”.

La strategia di David Cameron entra però in crisi quando le concessioni strappate alle UE (limitazione per sette anni dei sussidi sociali ai cittadini comunitari, esenzione da qualsiasi ulteriore cessione di sovranità e tutela degli interessi della City) si rivelano deludenti agli occhi degli euroscettici; quando il carismatico sindaco di Londra (ed aspirante primo ministro) Boris Johnson scende in campo a favore della Brexit; quando i sondaggi rivelano come i fautori del “no” alla UE siano più intenzionati a partecipare al referendum senza quorum7.

Si avvicina così la fatidica data del 23 giugno e l’eventualità del Brexit è più concreta che mai: nonostante i sondaggi segnalino un vantaggio del “Remain” nell’ordine dei dieci punti percentuali (52% vs 43%), è ormai assodato che queste rilevazioni servano ad influenzare più che a sondare l’opinione pubblica, come testimoniato dalla clamorosa vittoria dell’no al referendum greco sulle condizioni della Troika, dato per perdente da quasi tutti i sondaggi pubblicati prima della consultazione.

Chi ovviamente è deciso a scongiurare l’eventualità di un Brexit, con effetti esplosivi sulla tenuta complessiva della UE, è la City di Londra (con la solita stampa annessa, dal Financial Times al The Economist), che si spende per l’integrazione europea sin dai primi decenni del secolo scorso: Goldman Sachs e JP Morgan Chase sono tra i maggiori finanziatori della campagna per il “sì” alla permanenza in Europa (“Goldman Sachs makes large donation to pro-EU campaign” scrive il Financial Times) ed i maggiori nomi della finanza e dell’industria inglese (Shell, BAE Systems, BT, Rio Tinto, etc. etc.) si sono schierate compatte a fianco di David Cameron per restare nella UE(“Big business backs Cameron’s push to keep Britain in the EU. Bosses of about half of 100 largest companies to sign letter of support for In campaign” titola ancora il Financial Times).

Come nel caso del referendum ellenico ( ad ulteriore testimonianza di quanto sia alta la probabilità del Brexit) scatta poi la consueta campagna intimidatoria che pronostica le dieci piaghe d’Egitto nel caso in cui i cittadini votino contro la UE: sterlina in avvitamento, PIL in contrazione, costi annui nell’ordine delle 4.000 sterline per famiglia, mercati chiusi per le esportazioni (ma non esiste il WTO?), etc. etc.

I rischi che le oligarchie finanziarie corrono nel caso che Londra esca dall’Unione Europea sono sinteticamente riassunti nell’articolo apparso il 27 febbraio su The Economist col titolo “The real danger of Brexit. Leaving the EU would hurt Britain—and would also deal a terrible blow to the West”, di cui merita di essere riportato uno stralcio8:

Europe would be poorer without Britain’s voice: more dominated by Germany; and, surely, less liberal, more protectionist and more inward-looking. Europe’s links to America would become more tenuous. Above all, the loss of its biggest military power and most significant foreign-policy actor would seriously weaken the EU in the world. The EU has become an increasingly important part of the West’s foreign and security policy, whether it concerns a nuclear deal with Iran, the threat of Islamist terrorism or the imposition of sanctions against Russia. Without Britain, it would be harder for the EU to pull its global weight—a big loss to the West in a troubled neighbourhood, from Russia through Syria to north Africa. It is little wonder that Russia’s Vladimir Putin is keen on Brexit—and that America’s Barack Obama is not. It would be shortsighted for Eurosceptics to be indifferent to this. A weakened Europe would be unambiguously bad for Britain, whose geography, unlike its politics, is fixed.”

Gli argomenti sono gli stessi già impiegati da William Hague: Londra è il garante della natura atlantica dell’Unione Europea, è la cancelleria che tiene Bruxelles nell’orbita di Washington, è la potenza che ha imposto al resto dei 28 membri le sanzioni all’Iran ed alla Russia (spalleggiata da Angela Dorothea Kasner, alias “Merkel”), è il baluardo degli interessi angloamericani nella UE, intesa in termini geopolitici come la “testa di ponte” di Washington sul continente euroasiatico. Non c’è quindi da meravigliarsi che Barack Obama si spenda pubblicamente contro il Brexit9 (intervenendo a gamba tesa negli affari di un Paese terzo), a differenza di Vladimir Putin che, in privato, tiferà quasi sicuramente per il Brexit e la sua conseguente implosione della UE.

Già, perché sono basse le probabilità che la City e Wall Street risparmino l’Unione Europea nel caso di un addio inglese: sarebbe troppo grande il rischio la UE si evolva in nuovo “blocco continentale” napoleonico, egemonizzato dalla Germania, oppure, ancor peggio, in quell’Europa “dall’Atlantico agli Urali” preconizzata da Charles De Gaulle, il vero incubo strategico delle potenze marittime anglosassoni. Sarebbe più concreto invece lo scenario di un Brexit seguito a ruota dall’assalto speculativo che infligga il colpo di grazia alla già debilitata eurozona, sancendo così l’implosione dell’Unione Europea: il pericolo di un blocco continentale a guida tedesca sarebbe così scongiurato e si tornerebbe alla tradizionale politica dell’equilibrio tra potenze con cui Londra ha gestito per secoli gli affari europei, magari nella cornice del TTIP per ostacolare lo scivolamento dell’Europa verso est.

Concludendo, il 23 giugno sarà probabilmente la prima tappa dello smantellamento formale della UE (quello sostanziale risale alle restrizioni sui movimenti dei capitali adottate a Cipro nel 2013): sommando altre emergenze, come l’atteso picco migratorio, il rigurgito della Grexit, la riedizione delle elezioni spagnole ed i probabili sconquassi borsistici di accompagnamento, l’estate 2016 si preannuncia la più bollente degli ultimi decenni.

 

Il “No” all’euro di Margaret Thatcher che le costa la permanenza a Downing Street, 1990

 

1http://www.charles-de-gaulle.org/pages/l-homme/dossiers-thematiques/de-gaulle-et-le-monde/de-gaulle-et-lrsquoeurope/analyses/lrsquoeurope-de-lrsquoatlantique-a-lrsquooural.php

2http://www.goldmansachs.com/media-relations/press-releases/archived/2002/2002-01-28.html

3http://www.telegraph.co.uk/news/2016/04/18/barack-obama-is-entitled-to-tell-us-what-america-thinks-about-br/

4http://www.economist.com/node/645986

5http://www.ilgiornale.it/news/no-gran-bretagna-fa-saltare-laccordo-27-nasce-ue-due-velocit.html

6http://www.bbc.com/news/uk-politics-15425256

7http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/eu-referendum-poll-puts-remain-nearly-10-per-cent-ahead-of-brexit-camp-a6990426.html

8http://www.economist.com/news/leaders/21693584-leaving-eu-would-hurt-britainand-would-also-deal-terrible-blow-west-real-danger

9http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2016/04/21/obama-londra-attesa-per-intervento-anti-brexit_7RgKVex5lW3HmQWwLOZ4CM.html

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42 commenti su “Brexit: tutto finirà là dove tutto è cominciato?

      • Maurizio il said:

        Molto vero.
        Se non erro, quei “cosmopoliti” di Britannia fondarono, con una estroflessione del loro ambiente gnostico, la massoneria.
        Sarebbe bello pubblicare a puntate la storia di tutte le fasi critiche della storia dove, immancabilmente, i “cosmopoliti” hanno giocato un ruolo determinante.
        Sempre dalla parte del male, come sempre.
        Per non smentirsi mai.

         
  1. Willy Muenzenberg il said:

    Non c’è un solo ‘referendum’, una nostra invenzione con Lenin e i nostri capi in Svizzera, che in Bretagna non sia stato manipolato. Dalla permanenza del loro forziere petrolifero, la Scozia. A quella dell’altro forziere di preziose materie prime, il Quebec. Lo sarà anche questo. Ma lei, grande Professore conterraneo di Sant’Anselmo che provò a salvarli, coglie ancora una volta l’essenza del problema. ‘Un Regno diviso in sé stesso non può sopravvivere’. E così sarà. Allora daranno il via alla guerra. Ma i loro giovani perfettamente rispecchiati dai loro vertici politici e monarchici non resisterebbero che qualche giorno.

     
  2. the Roman il said:

    Viviamo in tempi interessanti, dopo anni di immobilismo l’Europa si muove. Troppe pressioni , i popoli del vecchio continente non possono piu’ stare alla finestra e esigono risposte. Il blocco dei paesi Visegrad si e’consolidato e include ormai anche l’Austria, la mitteleuropa non si lascia africanizzare.
    I britannici si rendono conto anch’essi che la vecchia Britannia queen of the seas non esiste piu’, la loro nazione non e’ piu’ ne anglo ne sassone ma un melting pot indistinguibile da qualsiasi altra entita’ governata dalla finanza cosmopolita. Dovunque in Europa , sta nascendo un desiderio di riappropriarsi della propria identita’, e dovunque a parte le nazioni mitteleuropee, tale sentimento viene ostacolato , travisato o incanalato dalle elites governanti. L’ Italia , devastata dalla corruzione dilagante, e’ in trance,
    Incapace di esprimere alcuna volonta’ di difesa , se non quella dell’etichettatura dei pomodori o della tracciabilita’del made in Italy. Una nazione ormai completamente instupidita’ , allineata al pensiero unico mondialista e attenta osservante del politicamente corretto. E’ chiaro a qualsiasi essere pensante che la UE non e’ altro che una prigione economica e politica, basata sull’ideologia ordoliberista e sull’imposizione di dettami pseudofilosofici spacciati per “valori europei”. L’Inghilterra uscira’dalla UE ?
    In ogni caso il popolo esprimera’la sua voce, sara’ attore del proprio destino. Avra’ dimostrato al mondo che ancora esiste e vuole esistere. Gli italiani del viva la Franza , viva la Spagna ,purche’ se magna, sono rimasti gli stessi . Rommel disse : ” gli italiani non vogliono essere un impero” . Purtroppo non vogliono essere nemmeno una nazione. E forse torneranno a non esserlo .

     
    • Federico Dezzani il said:

      Mah, non è che quello che ha detto Rommel abbia una grande rilevanza, perché tanto “volpe” forse non era… L’avanzata verso El Alamein anziché l’attacco a Malta fu l’errore che ci costò la guerra in Nord Africa…

       
      • the Roman il said:

        Rommel espresse giudizi molto positivi sui nostri soldati, era affezionato ai suoi “piu’antichi camerati “dell’Ariete, e elogio’ pubblicamente i bersaglieri : ” il soldato tedesco ha stupito il mondo, il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco.
        Gli italiani lo adoravano, il suo stare sempre in prima linea , i suoi modi diretti , la sua genialita’ , il suo carisma , galvanizzarono i demoralizzati soldati italiani che in Africa scrissero pagine di vero eroismo. Rommel fu catapultato in Africa da Hitler per soccorrere l’alleato italiano scacciato dalla Cirenaica , ma la direzione delle operazioni militari aereonavali nel mediterraneo non era sotto il suo comando. La mancata conquista di Malta fu un errore strategico di Mussolini e non di Rommel . Resta comunque il fatto che il suo giudizio sul popolo italiano fu giusto. Gli italiani aderirono al progetto imperialista di Mussolini solo superficialmente, e solo i piu’ fanatici tra le camicie nere si comportarono effettivamente da dominatori. La maggior parte degli italiani era ed e’ effetivamente composta da ” brava gente” .

         
        • Federico Dezzani il said:

          Mi sfugge il nesso tra il Brexit e Rommel.
          Ad ogni modo è riconosciuto che il mito di Rommel è stato costruito ad hoc: dai tedeschi per sminuire il contributo italiano e dagli inglesi per giustificare le batoste prese. Se si fosse ascoltato Albert Kesselring anziché Rommel, attaccando cioè Malta anziché avanzare come disperati verso l’Egitto, le cose sarebbero andate diversamente forse.

           
          • Tenerone Dolcissimo il said:

            In ogni caso validissimi rimangono i giudizi di Rommel sugli ufficiali del nostro esercito che si sostanzia in un piu’ generale giudizio sull’intera nostra classe dirigente: non solamente su quella militare
            Saluti

             
      • annibale51 il said:

        A me risulta che ci fosse un accordo tra i Windsor ed i Savoia di farsi la guerra si, ma di tipo soft quasi che il nemico fosse la Germania. Lasciar stare Malta quindi , Gibilterra e Suez. Nessun errore strategico!

         
      • Andrea il said:

        Bell’articolo Dezzani. La fortuna degli inglesi deriva dalle guerre Europee. Un’Europa che trova un saldo equilibrio politico è un problema enorme per gli Uk. Tanto più se il Nord Africa si stabilizza e inizia a crescere: un pericolo che potrebbe rendere periferica la posizione degli inglesi.
        Gli inglesi pensano inoltre, avendo vinto la IIGM che loro non devono condividere I rischi del collasso economico Americano. Mi chiedo cosa s’inventeranno per schiodarsi di dosso la morale neoclassica di cui si son fatti rappresentante unico.
        Altra batosta per gli inglesi è il silenzioso ma continuo moltiplicarsi di classi dirigenti cattoliche negli US. Enorme batosta.
        L’assopirsi dello storico antagonismo tra ebrei e cattolici è un’altra sfida enorme. Da questo gli inglesi hanno tratto forte vantaggio durante il corso degli ultimi tre secoli.
        La latinizzazione degli US per giunta non lascia presagire granché di incoraggiante.
        Che non stiano davvero cambiando le cosa?
        Da chi arriverà il corpo di grazia all’impero britannico? Direi di tenere d’occhio il common wealth. In particolare certi traffici cattolici in Australia.

         
        • Federico Dezzani il said:

          Grazie per il commento, Andrea: il rischio di “perifericità” è un enorme rischio non solo per il Regno Unito, ma per gli stessi USA!
          Se cambia il polo del mondo, ossia si sposta ad Oriente, si avrebbe un 1492 al contrario. L’Italia tornerebbe centrale e gli anglosassoni marginali.

           
          • Andrea il said:

            Il punto è che gli US non sono più anglosassoni. Neanche la sua classe dirigente lo è. L’Italia può benissimamente diventare il nuovo proxy USA in Europa in sostituzione dell’ormai deindustrializzato e periferico Regno Unito. D’altra parte questa non è una decisione che prenderà l’Italia, la quale rimane una colonia che ospita basi Nato. Se però ti vedi gli accordi commerciali che sta stringendo l’Italia, anche quelli con l’Iran, gli US possiedono partecipazioni nelle aziende che chiudono I migliori affari. Qualcosa vorrà pur dire no?
            C’è anche la carta Sanders che trovo interessante. Credo che con lui alla segreteria di Stato la strada verso il Governo libico e la stabilizzazione del Maghreb sarà in discesa.

             
  3. Silvio Atir il said:

    Uhm…
    Sono un suo estimatore ma, stavolta, qualche riserva ce l’ho.

    Ad esempio: perché non produrre preliminarmente un profilo della genesi dell’élite anglosassone ?
    Ciò è di fondamentale importanza in quanto tale élite non ha certo origini celtiche.
    E in UK l’élite costituisce una percentuale marginale della popolazione.

    Altro esempio: perché non far partire la narrazione storica dal Trattato di Westfalia (1644-1648) ?

    Tale Trattato ha ( per me che sono “identitario” e per tutti gli altri “identitari”, che sono tantissimi) un’enorme importanza giacché introdusse sin dall’allora primordiale diritto internazionale il concetto di Stato nazionale sovrano .
    I cui fautori potrebbero sparigliare – finalmente! – le carte di chi fu avvezzo a disegnare e scrivere la Storia a causa dell’ignoranza e dell’inconsapevolezza del suo naturale antagonista: cioè, la schiacciante maggioranza della popolazione.

    Oggi, i “giochi” delle consorterie elitarie non sono affatto scontati come lo furono nei tempi andati.

    Potrebbe anche capitare – perché no? – che a scrivere la Storia siano i discendenti degli antichi “Oppressi” ed a subirla i discendenti degli antichi “Oppressori”.

     
  4. the Roman il said:

    Citando Rommel ho involontariamente portato la discussione fuori tema, Volevo solo rimarcare che ,allora come adesso ,gli italiani non comprendono la posta in gioco. Allora abbandonarono con facilita’ i sogni di grandezza, oggi sembra che abdichino con disinvoltura alla loro sovranita’ .Mentre nelle altre nazìoni europee si manifestano sentimenti di appartenenza ed orgoglio nazionale , purtroppo in Italia
    C’e’ solo rassegnazione ed impotenza.

     
  5. Batterio il said:

    Eccellente articolo. Nemmeno il tempo di guardare la homepage di Repubblica (andrebbe ribattezzata “L’Osservatore Atlantico”), titolone: “Bufera su sindaco di Londra: “Obama ipocrita e mezzo kenyano””. Ovviamente il “mezzo kenyano” è citato fuori contesto (Johnson si riferiva ESATTAMENTE di quell’antitesi atlantismo vs British empire di cui scrivi nell’articolo: “Some said it was a symbol of the part-Kenyan President’s ancestral dislike of the British empire – of which Churchill had been such a fervent defender”). Extra NATO nulla salus: chi esce dal solco atlantista cade comunque nel peccato, nell’eresia razzista, xenofoba, etc.
    A me viene una rabbia di fronte a questa enorme disonestà intellettuale dei media atlantici. Una rabbia, una rabbia. Che finisco col non far niente.

     
  6. Stefano il said:

    Federico, grazie per questo ennesimo pezzo d’autore!
    Rimane un punto fondamentale: aldilà dell’esito del referendum, il solo fatto che si sia tenuto un referendum sull’appartenenza o meno alla Euro-zona crea un precedente. Altri stati protrebbero emulare l’esempio e sarà piu’ difficile contrastarne la volontà. Game over per l’UE!

     
    • paolo il said:

      il referendum in italia è già avvenuto l’anno scorso quando l’europeista renzi prese oltre il 40% (il ceto medio di sinistra/centro e persino di destra impaurito dai propositi antieuropei dei leghisti e dei pentastellati è corso in massa ai seggi solo per tutelare il proprio patrimonio) quindi se si rivotasse (oggi, domani o dopodomani) specificatamente per stare o uscire il risultato è scontato

       
  7. odoacre il said:

    X Annibale51

    “A me risulta che ci fosse un accordo tra i Windsor ed i Savoia”
    Puoi dare qualche riferimento bibliografico?

     
  8. Silvio Atir il said:

    Poveri inglesi!
    E per inglesi intendo le popolazioni di etnia celtica, native – sin dalla notte dei tempi – della penisola britannica.

    Han festeggiato i 90 anni di Elisabetta II della dinastia Windsor.
    Alias, la dinastia tedesca Sachsen-Coburg und Gotha .

    Ergo: han festeggiato una regina “Tedesca”.

    Parimenti tedesca – seppur incrociata con DNA scandinavo, veneziano ed ebreo – è la linea di sangue dell’élite anglosassone che domina finanziariamente – tramite la “City of London Corporation” – l’UK e larga parte del pianeta.

    “Dulcis in fundo”, udualmente tedesca è la lingua con cui si esprimono (= english) poiché derivò dal parlato degli Angli e dei Sassoni , popoli barbari della Germania che invasero la penisola britannica dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, divenendo il “nucleo duro” di quella che oggi viene chiamata élite anglosassone.

    Ieri è giunto in UK il presidente Obama (di madre bianca e di padre “incerto” ma sicuramente nero) ad invitare i discendenti degli antichi Celti a votare per l’ennesima fregatura : no- Brexit.

    Che significherebbe legarsi “mani e piedi” all’erigendo Super-Stato assolutistico “Stati Uniti d’Europa”.
    Cioè, “alla totalitaria “ Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche” con la Germania come faro e potenza egemone.

    E noi – discendenti dei gloriosi “latini” – che si fa?

     
  9. Salvo il said:

    A proposito dell’eredità olandese nella nascita dell’impero inglese, vorrei consigliare un libro, “The Modern Anglo-Dutch Empire” di Robert D. Ingraham, disponibile gratuitamente on line in inglese, che traccia la vicenda del dominio oligarchico in occidente lungo una linea finanziaria che si snoda da Roma a Bisanzio, al modello medievale dei fondi veneziani, alla fazione dei Giovani di Paolo Sarpi, alla risalita di questi veneziani lungo il Reno, quindi ad Amsterdam e Londra.

     
      • Mihai Podeanu il said:

        Buongiorno. 1 piccolo “disclaimer”, qualora fosse utile ai lettori d’ogni ordi e e grado. Anch’io ho scaricato il .pdf citato. Non senza sorpresa, nella bibliografia ho letto diverse volte il LaRouche Lyndon.
        Ciao

         
  10. Francesco il said:

    A proposito di Rommel citato in questa ultima analisi sul brexit, vorrei raccontare una pagina di storia sconosciuta, circa il perchè i Bersaglieri Motociclisti in Africa, che seguivano Rommel, fossero da lui così tenuti in considerazione.
    Ho avuto il privilegio di conoscere e frequentare per diversi anni un reduce della Guerra d’Africa che aveva combattuto con Rommel nei Bersaglieri Motociclisti con le Guzzi Alce, quelle che mi raccontava si fermavano ogni 10 Km. col filtro aria intasato di sabbia e li a pulire per ripartire.
    Il suo nome era Osvaldo Compiani.
    Questo uomo, a dir poco straordinario, fece parte di una sortita notturna nel deserto, nel campo degli Inglesi che erano riusciti a catturare Rommel, in occasione di una delle sue frequenti azioni di mordi e fuggi che, mi raccontava Osvaldo, lo stesso Rommel aveva messo in atto sfruttando la capacità di rifornire i suoi Panzer, con i fusti di carburante che aveva nascosto, preventivamente, sotto la sabbia lungo il percorso di ritorno, costringendo i Tank inglesi ad inseguirli oltre i limiti di percorrenza e poi li contrattacava di nuovo.
    Mi diceva Osvaldo che quella notte di propria iniziativa con un gruppo ben armato di Bersaglieri raggiunsero il campo nemico con le motociclette e lo assaltarono liberando Rommel portandolo in salvo al quartiere generale tedesco nelle retrovie.
    Questo, mi disse Osvaldo, fece nascere in Rommel la consapevolezza del valore dei nostri Bersaglieri in Africa.
    Osvaldo Compiani è sepolto in un cimitero vicino Busseto e sono stato fra quelle tante persone che lo hanno accompagnato nella sua ultima dimora.

     
    • the Roman il said:

      Caro Francesco, la ringrazio per aver voluto condividere la conoscenza di questo atto
      di eroismo . Dei nostri eroi non si parla piu’ , le scuole insegnano ai nostri figli bislacche teorie sessuali e un umanitarismo viscido ,oltre naturalmente a glorificare eternamente le vittime del presunto e mai dimostrato olocausto. Lei sicuramente conoscera’la storia di un altro eroe sconosciuto della guerra dei Rotschild contro la Germania, la Croce di Ferro Alfredo Carpaneto che arruolatosi volontario nella Wermacht, al comando del suo panzer distrusse piu’di 50 carri nemici prima di cadere in battaglia. E’ di questi uomini che avrebbe bisogno la nostra patria.

       
  11. Silvio Atir il said:

    Se non fosse “un affare” terribilmente serio, ci sarebbe da divertirsi un mondo nel vedere i potenti, austeri e compassati “Lord” e “Sir” britannici scambiarsi botte da orbi al pari dei tanto deprecati e disprezzati “romanacci” di Trastevere, che se le danno di santa ragione per la “Roma” o per la “Lazio”.

    Motivo del contendere?
    “Yes – to – Brexit” contro “No – to – Brexit” .

    Nel Regno Unito il clima politico-sociale si è fatto così rovente da indurre il capo delle Camere di commercio UK (tifoso dello “Yes”) ad entrare a gamba tesa contro i giornalisti della tv pubblica BBC, faziosamente schierati per il “No”.

    Come anticipato prima, anche nel “Miglio Quadrato” (“City of London Corporation” = cuore pulsante della piazza finanziaria londinese) si registra un tifo da stadio con scambio di colpi proibiti.

    I “Lord” ed i “Sir” – fautori del Sì-Brexit –, oltre ad essere informati e agguerriti, sono tutt’altro che fessi poiché sanno bene che l’ulteriore permanenza nell’UE significherebbe cadere nelle fauci del “Super-Stato autoritario, confiscatore, supremo controllore e regolatore che Washington, Berlino, Brussels e Francoforte hanno intenzione di varare.

    Cioè, gli Stati Uniti d’Europa . la“Bestia divoratrice delle libertà e degli averi di ogni individuo.

    Non ci credete?

    Per farvene un’idea, leggete quel che ha affermato John Longworth (capo delle Camere di Commercio britanniche) :
    referendum UE come una scelta tra il “diavolo e il mare blu profondo
    «.. Il referendum UE equivale ad una scelta tra il “diavolo e il mare blu profondo” …Il nostro futuro economico sarà luminoso solo al di furi dell’UE…» :

    http://www.bbc.com/news/business-35716864

    Pertanto – secondo Longworth – il “diavolo” è l’UE mentre “il mare blu profondo” fu ed è quel nume tutelare che consentì al Regno Unito di divenire potenza imperiale nel mondo.

    Come mai cotanta perentorietà?
    Solo timore che la “Bestia” (= Stati Uniti d’Europa) si materializzi?

    A mio avviso, no.

    C’è un altro mostro che si profila all’orizzonte.
    Chiamasi TTIP o TTP a seconda delle latitudini e delle longitudini dei Paesi che li hanno stipulati.

    Tale mostro sarà l’arma di distruzione di massa che permetterà alle élites politico-economico-finanziarie USA di divorare in un boccone gli stolti Paesi che abboccarono all’amo statunitense.

     
  12. giuseppe marioGC il said:

    ……………………………….balilla..fascista democristiano comunista progressista..e oggi europeista…..
    ………………………………………………………………………………………………………………………………………………..
    Quei tre personaggi che contano nell’Europa a pezzi
    di EUGENIO SCALFARI
    © Riproduzione riservata 24 aprile 2016
    http://www.repubblica.it/politica/2016/04/24/news/quei_tre_personaggi_che_contano_nell_europa_a_pezzi-138320758/?ref=HRER2-1

    ECCO UNA DI QUELLE PERSONE FACENTE PARTE DI QUEL 30% ZOCCOLO DURO DEI QUAQUARAQUA,,,
    INIMITABILI A POSIZIONARSI IN DIREZIONE DEL VENTO E SFRUTTARNE LA CORRENTE…

    la polizia europea????
    ..e dovrebbe nascere col pretesto di combattere l’isis…..?
    (a prescindere da chi manovra effettivamente questo fenomeno..MA SE PURE GLI USA.L’UK LA RUSSIA A VOLTE NON RIESCONO A PREVENIRE gli attentati,nonostante la mole dei mezzi a disposizione..CI SI DOVREBBE AFFIDARE AD UN UNICA POLIZIA COMPOSTA DI SBIRRI DI VARI PAESI..magari belgi..o francesi??????????????????????)

    ma anche nascesse una polizia europea….CHE SCENA IMMAGINARSI SBIRRI EUROPEI CHE NON PARLANO MANCO L’ITALIANO andare ad arrestare camorristi nei bassi di napoli……………

    ..la proposta di polizia europea?
    o addirittura di uno solo ministero economico.europeo..????????

    MA UN Pò DI IMMAGINAZIONE MANCA A PERSONE DI QUESTO GENERE?
    a parte il finocchismo ellenico…di uno che si definisce ateo e laico ma che si bea
    della considerazione del pontefice attuale(1)
    uno che in un libro si fa ritrarre in copertina in simil busto di fattura ellenica periodo classico
    che c’azzecca con la realtà di oggi????????????

    paragonare poi l’europa agli stati uniti d’america non è solo un insulto ai popoli ed alla storia in generale.
    MA UN ERESIA.
    ..UN UTOPIA…
    UNA STRONZATA IMMANE….

    a partire dalla lingua…quindi dalle basi culturali,dal dna di ogni stato costruito dopo secoli di guerre
    contrasti e sviluppatosi su fondamenta e mura(SOPRATTUTTO)che alla fine dovrebbero essere rasi al suolo,sradicate a causa di un eresia,di un utopia, DOVE NON ESISTE NEPPURE UNA LINGUA COMUNE E QUELLA ADOTTATA è DI UN PAESE DA SEMPRE OSTILE ALL’EUROPA E NE FA PARTE TRAENDONE SOLO VANTAGGI….

    e quindi non è difficile rendersi conto che i presunti stati uniti d’europa NON SONO ALTRO CHE UN ALTRO PASSO VERSO IL DOMINIO IMPERIALE AMERICANO…che con la scusa dell’unione europea mette sullo stesso piano tutti i paesi Ue…avallando leggi e regole uguali per tutti….IN MODO CHE LE DIRETTIVE IMPERIALI POSSANO ESSERE RECEPITE FORZATAMENTE DA TUTTI GLI EUROPEI..

    Allora come spesso nel mio piccolo ho affermato…
    PERCHé NON CI FACCIAMO ANNETTERE DIRETTAMENTE DAGLI USA?
    E COME PRIMA COSA ADOTTIAMO IL DOLLARO COME VALUTA???????????

    ps.ma questo finocchio travestito da intellettuale della” magna grecia”(2)si rende conto di essere solo una marionetta al soldo degli usa???????????
    Al pari di tanti politici,pseudo giornalisti e purtroppo la maggioranza della magistratura?
    (che guarda caso non si scinde..perché fa comodo avere sullo stesso libro paga sia chi indaga sia chi accusa e sia chi giudica)
    https://cincinnato1961.wordpress.com/2016/04/20/ma-quale-clima/#comment-2632

    (1)TE LO RACCOMANDO PURE QUESTO….
    QUESTO FIGLIO DI .(omissis). IN TONACA è IL PAPA IN ASSOLUTO PIU POLITICO DELLA STORIA…
    MA CHE NON FA POLITICA PRO CHIESA…però è DIABOLICAMENTE CONTRO LA CHIESA)
    (2)LA BATTUTA DI AGNELLI SU DE MITA ERA DIRETTA A SCALFARI
    (negli anni 80 il famoso GAGA planetario avv.Agnelli,definì l’allora ledar Dc,CiriacoDeMita un intellettuale della magna grecia. Ma la battuta era diretta al mentore ufficiale di DeMita ovvero l’allora direttore di repubblica scalfari.

     
  13. SEPP il said:

    Fino al 1915 riesco a capire chi erano gli avversari della finanza cosmopolita o del nuovo ordine mondiale, dopo il secondo conflitto non riesco piu’ a capire chi sono coloro che si oppongono, il popolo lo scartato a priori, il popolo non riesce ad emergere dalla sua stessa massa, forse c’e’ stata una parentesi con gente come Mattei, Saddat, sperando che anche questi non siano stati scelti per
    fare quel percorso, chi sono questi oppositori del nuovo ordine? eistono o e’ solo una favola da raccontare per ingannare l’ozio?

     
  14. lele il said:

    ottimo articolo,grazie davvero.
    however chi volesse approfondire l’anello del potere che ha sotto scacco il mondo,
    consiglio il documentario(in inglese) RING OF POWER.
    dura circa 4 ore ma spiega molto chiaramente chi sono e da dove provengono le famiglie che controllano il potere sulla terra.
    mi permetto di linkare il link della prima parte.
    cheers.
    https://www.youtube.com/watch?v=ckyUki24KrQ

     
  15. gengiss il said:

    ” …il rischio la UE si evolva in nuovo “blocco continentale” napoleonico, egemonizzato dalla Germania… ” ci sarebbe in teoria.
    Senonché la Germania finora ha fatto di tutto per evitarlo, rendendosi odiosa a tutti gli altri Paesi, imponendo politiche di austerità che danneggiano i paesi periferici e persino se stessa (ma favoriscono le banche), applicando rigorosamente regole sbagliate… insomma trasformando l’Unione europea in uno spazio economico dove loro – e la finanza – ci guadagnano e tutti gli altri ci perdono. Non dimentichiamo che l’Unione europea è lo Stato (occidentale) PIU’ LIBERISTA del mondo, più degli Usa sotto certi aspetti, il keynesismo è ormai vietato per legge (patto di stabilità), la libertà di movimento dei capitali è un dogma ecc. Non credo che un soggetto politico del genere possa far paura alle elites anglosassoni.

     
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